La scacchiera del Golfo: tra slanci cooperativi e divergenti prerogative strategiche

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  Michele Magistretti
  17 gennaio 2023
  4 minuti, 30 secondi

I Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) valutano le proprie opzioni strategiche tra il corteggiamento di Pechino e le difficoltà di bilanciare i propri interessi con quelli dell’alleato statunitense. In realtà, i diversi membri dell’organizzazione non perseguono una politica estera comune e provano ad ottimizzare i propri interessi percorrendo strade differenti.

Vediamo quindi gli ultimi sviluppi nelle relazioni con le due grandi potenze extraregionali e come alcuni di questi Paesi stanno agendo nella gestione di diversi dossier strategici.

Il Golfo, gli USA e Pechino: tra cautela operativa e strategia multivettoriale

Negli ultimi mesi, i vari attori arabi del Golfo hanno dovuto bilanciare un nuovo dinamismo diplomatico con la necessità di trovare percorsi d’azione adatti a preservare i propri interessi nazionali, le relazioni reciproche e quelle con gli attori esterni.

Il summit di inizio dicembre tra il CCG e Pechino, tenutosi a Riad, è espressione della volontà dei Paesi membri di esplorare le opportunità di una maggiore cooperazione economica con il gigante cinese. Ciononostante, non si rileva, al momento, una posizione coerente e unitaria al riguardo. Il Kuwait e il Bahrein rimangono cauti in questo nuovo engagement con Pechino, probabilmente anche a causa della loro piena integrazione nella struttura di sicurezza regionale americana. Il Kuwait ospita circa un quarto delle forze militari statunitensi dispiegate nella regione e Manama ospita il quartier generale della quinta flotta della marina degli Stati Uniti. I principali fautori di questo nuovo slancio cooperativo sono Abu Dhabi e Riad che, oltre a voler incentivare gli scambi commerciali e gli investimenti cinesi, hanno acquisito armamenti da Pechino. In una posizione intermedia si trovano invece Qatar e Oman. Doha non vuole pregiudicare la ritrovata armonia con Washington, essendo stato recentemente designata tra i maggiori alleati non-NATO, e l’Oman intende preservare le garanzie di sicurezza offerte dall’alleato americano.

Ma questa eterogeneità di interessi e obbiettivi si riverbera su molti altri fronti dell’azione internazionale degli attori in questione. Ad esempio, Abu Dhabi lascia trasparire una certa insofferenza verso l’attuale percorso di gestione del prezzo del petrolio sancito dall’OPEC. Le restrizioni imposte dal cartello ledono le potenzialità estrattive della federazione, che invece vorrebbe poter aumentare la produzione per raggiungere i propri obbiettivi di rafforzamento economico di lungo periodo. Inoltre, tale decisione ha portato i membri del Golfo in contrasto con l’alleato americano. Lo stesso Consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati si è recato a Riad per tentare di dissuadere Mohammed bin Salman dal tentativo di alzare i prezzi riducendo le quote, sottolineando il rischio di irritare Washington.

Anche la relazione con il regime talebano evidenzia una marcata differenza di approcci e aspettative. A causa dell’isolamento internazionale in cui versa il Paese centro-asiatico, nessuno dei Paesi del Golfo ha riallacciato formalmente le relazioni con Kabul. 

I sauditi sembrano preferire una strategia di basso profilo, promuovendo gli aiuti umanitari tramite le istituzioni intergovernative islamiche come l’Organizzazione della cooperazione islamica e la Banca islamica per lo sviluppo. Riad ha consumato parte della propria credibilità politica nelle precedenti decadi di coinvolgimento nel conflitto afghano e mantiene quindi un atteggiamento cauto nei confronti del regime islamista. 

Doha e Abu Dhabi invece, pur senza riconoscere formalmente il regime, hanno optato per la strada di un maggiore engagement. A Doha continua ad operare l’Ufficio politico per le attività diplomatiche esterne dei talebani. Il piccolo emirato è riuscito a promuovere la propria immagine di mediatore affidabile a livello internazionale. Contemporaneamente, però, non è riuscito ad ottenere le dovute garanzie riguardo la tutela dei diritti umani da parte della nuova dirigenza afghana e questo potrebbe inficiare il percorso di soft power diplomatico del Paese. Abu Dhabi, dopo essere stato l’unico alleato arabo a dispiegare i propri militari in Afghanistan e ad aver accolto il primo ministro del governo internazionalmente riconosciuto, Ashraf Ghani, ha deciso di modificare il proprio approccio verso una parziale apertura, preferendo la via dell’appeasement a quella del confronto. Una compagnia emiratina ha perciò ottenuto la gestione dei tre principali aeroporti dell’Afghanistan. Nel dicembre del 2022 lo stesso emiro di Abu Dhabi, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, ha incontrato il ministro della difesa talebano, Mullah Mohammad Yaqoob.

In conclusione, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, in particolare, proseguono il proprio cammino di diversificazione dei partner e delle strategie di azione, anche come reazione al percepito disengagement statunitense. Tuttavia, nel medio periodo, sembra difficile che attori esterni possano sostituirsi agli USA come pilastro della sicurezza regionale. Rimangono due incognite: le azioni del regime iraniano e quelle del nuovo governo di destra israeliano. Queste potrebbero compromettere la fragile stabilità regionale, fomentando l’aumento delle tensioni e conducendo anche i Paesi del Golfo a riorientare nuovamente le proprie bussole strategiche.

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Le fonti utilizzate per la stesura dell'articolo sono consultabili ai seguenti link


Dr Jean-Loup Samaan, China and the GCC: An Uncertain Partnership, Gulf International Forum, 23 dicembre 2022 https://gulfif.org/china-and-t... 

Dr Mohammad Salami, The UAE's OPEC+ Dilemma, Gulf International Forum, 9 gennaio 2023  https://gulfif.org/the-uaes-op... 

Leonardo Jacopo Maria Mazzucco, Kristian P. Alexander, Saudi Arabia and Qatar are cooperating with the Taliban. But their approaches to Afghanistan are different, Atlantic Council, 12 gennaio 2023 https://www.atlanticcouncil.or...

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