La situazione dei diritti delle popolazioni indigene in America Latina

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  Giovanni Graziano
  05 agosto 2026
  3 minuti, 39 secondi

Durante le ultime settimane di aprile si è tenuto a New York il Forum permanente per le questioni indigene delle Nazioni Unite, il più importante raduno di tutte le popolazioni indigene.

Viviamo in un momento storico particolarmente delicato per le popolazioni indigene: il cambiamento climatico, le pratiche di greenwashing, le attività estrattive, i rapidi sviluppi dell'Intelligenza Artificiale, l’aumento del numero di conflitti e della militarizzazione rischiano di aggravare la negligenza nei confronti del rispetto dei diritti riservati alle popolazioni indigene.

Se infatti i diritti delle popolazioni indigene sono già compromessi dal cambiamento climatico e dalle conseguenze del colonialismo, il degrado ecologico causato anche dalla militarizzazione contribuisce in maniera significativa a privare i nativi delle loro terre.

Durante il forum, è stato messo in luce il bisogno di considerare le necessità delle popolazioni indigene in maniera olistica: secondo Geoffrey Roth, ex vice presidente del Forum, “non si può separare la salute dell’uomo da quella dell’ambiente, o della nostra cultura o della nostra lingua”.

Ad esempio, Roth sottolinea l’importanza di rispettare le pratiche ostetriche delle popolazioni indigene, spesso bannate. Molte donne sono state costrette a partorire in strutture occidentali dove hanno subito discriminazioni e sono state costrette a pratiche per cui non erano consenzienti.

La cultura e la lingua delle popolazioni indigene, oltre a rischiare di essere sempre più marginalizzata, è minacciata anche dall’Intelligenza Artificiale. Se infatti questa da una parte potrebbe rappresentare uno strumento interessante, ad esempio, per la preservazione linguistica, d’altra parte può essere utilizzata da società tecnologiche per appropriarsi della cultura indigena, della loro lingua, e addirittura di dati genetici dei nativi.

Un’altra importante lesione ai diritti delle popolazioni indigene è rappresentata dagli allevamenti e dai progetti di estrazione. In risposta a queste minacce, a inizio aprile si è tenuta a Rio de Janeiro una manifestazione a cui hanno partecipato migliaia di nativi e facente parte del "Freeland Encampment", la più importante mobilitazione annuale dei popoli indigeni in Brasile.

Le proteste, rivolte principalmente alle grandi imprese che traggono profitto dai progetti di estrazione, vogliono contrastare anche l’atteggiamento ambivalente del presidente Luiz Inácio da Silva, che si presenta come uno dei più forti sostenitori dei diritti ambientali e delle popolazioni indigene, ma che ha spesso appoggiato progetti invasivi portati avanti dal settore petrolifero. In Brasile, ogni attività di estrazione su territori indigeni necessita dell'approvazione del Congresso per essere implementata, ma, secondo l’avvocata Renata Vieira, all’interno del Congresso spiccano diversi rappresentanti del settore agroalimentare, probabilmente quello più invasivo nei confronti delle terre indigene brasiliane. Quest’anno le popolazioni indigene brasiliane sono riuscite a ottenere una vittoria storica e simbolica su questo fronte: attraverso le loro proteste, a febbraio sono riusciti a bloccare la realizzazione di un progetto del gigante statunitense Cargill che mirava a privatizzare i trasporti su alcuni fiumi per agevolare il commercio della soia. Tale progetto, fortemente dannoso per i nativi così come per le loro terre, era stato inizialmente appoggiato per decreto dal presidente da Silva.

Oltre all’industria petrolifera, anche il settore delle energie rinnovabili e della transizione energetica dimentica spesso che lo sviluppo sostenibile puó essere davvero tale solo se si fonda sul rispetto delle comunità marginalizzate, tra cui quelle indigene. Durante una conferenza sulla transizione energetica svoltasi ad aprile a Santa Maria, in Colombia, è stato messo in luce come anche la transizione energetica si trainata dai meccanismi del profitto e dello sfruttamento. In particolare, sono state incentivate attività di esplorazione in Amazzonia alla ricerca di minerali strategici che sono essenziali per i modelli di energia rinnovabili. Come ha ricordato l’attivista australina Larissa Baldwin Roberts, “non possiamo continuare ad accettare il sistema che indebolisce i problemi, la nostra condizione, i nostri diritti collettivi internazionalmente riconosciuti per dare inizio a una nuova forma di colonialismo mascherato come transizione sostenibile”.

I diritti delle popolazioni indigene in America Latina sono dunque al giorno d’oggi minacciati su diversi fronti: dall’industria petrolifera a quella delle energie rinnovabili, e infine anche quella dell’intelligenza artificiale. È perciò opportuno tenere presente che uno sviluppo sostenibile è incompatibile con un sistema che marginalizza e mette a rischio la cultura, le terre e dunque l’esistenza stessa dei popoli nativi.

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Giovanni Graziano

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