Davide contro Golia: la vittoria delle popolazioni indigene in Brasile

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  Giovanni Graziano
  23 marzo 2026
  3 minuti, 13 secondi

Gli attivisti indigeni sono riusciti ad ottenere attraverso proteste pacifiche una vittoria storica dal governo brasiliano. Di conseguenza, è stata bloccata la realizzazione di un progetto dell’azienda Cargill che mirava a privatizzare i trasporti fiuvali dei fiumi Tapajos, Maddeira e Tocantins per agevolare il commercio della soia. Tale progetto era stato inizialmente autorizzato per decreto dal presidente Lula.

Si tratta di un risultato sorprendente per le popolazioni munduruku, arapiun e apiakà: la Cargil è infatti una grande multinazionale statunitense operante soprattuto nel settore alimentare. È ritenuta l’azienda familiare più grande al mondo: la vittoria degli indigeni, dunque, sembra quasi quella di Davide contro Golia.

La Cargil gestisce più del 70% della soia e del granturco che attraversano il porto di Santarém, città brasiliana dello stato del Parà dove hanno avuto luogo per 33 giorni le proteste dei nativi. Qui i manifestanti hanno occupato per diversi giorni il terminal della Cargill, un importante snodo commerciale per destinare la soia prodotta in grandi quantità in Brasile alla Cina, uno dei maggiori Paesi importatori di soia.

Il blocco della privatizzazione del fiume Tapajos non rappresenta una vittoria soltanto nella lotta al cambiamento climatico e alla sostenibilità ambientale, ma anche e soprattutto ai diritti delle popolazioni indigeni. Infatti, in virtù del legame viscerale che unisce le popolazioni indigene al contesto naturale in cui vivono, sostenibilità e rispetto dei diritti umani sono due elementi strettamente correlati.

In un contesto come quello brasiliano dove l’industria agroalimentare rappresenta uno dei settori produttivi più attivi nell’economia del Paese, le popolazioni indigene sono spesso fortemente minacciate dalla costruzione massiccia di allevamenti intensivi, dall’attività mineraria e dai progetti di ingegneria idraulica.

Questa situazione è particolarmente evidente se si osserva come è cambiata nel tempo la qualità dell’acqua del fiume Tapej: fino a pochi anni fa era famoso per essere uno dei fiumi con le acque più cristalline al mondo; oggi è inquinato soprattutto dall’arsenico usato dai minatori e dalla nafta rilasciata durante il trasporto della soia.

La privatizzazione del fiume Tapej sarebbe stata infatti legata ad altri progetti in Amazzonia, come la costruzione di una ferrovia per agevolare l’esportazione di prodotti agricoli. Si tratta sempre di misure che inevitabilmente contribuiscono ad aumentare le pressioni sui territori che appartengono di diritto alle popolazioni indigene.

“Revocare il decreto è più di una decisione politica. Ciò conferma che la lotta dei popoli Indigeni e delle comunità che hanno resistito non è mai stata invano”, così ha affermato il Consiglio indigeno del Tapajos e dell’Arapiuns. “Quello che abbiamo vinto oggi è stata la vita. Il fiume ha vinto, la memoria dei nostri antenati ha vinto”.

Le proteste per il blocco della riforma volta a privatizzare il fiume Tapajos non si sono limitate alle coraggiose azioni dei nativi. Le loro richieste hanno infatti catalizzato l’attenzione nazionale e proteste di solidarietà alle popolazioni indigene si sono diffuse anche in grandi metropoli come Sao Paulo.

Dunque, la tenacia dimostrata dalle popolazioni indigene a Santarém mette in luce come delle proteste coraggiose possano fermare anche grandi multinazionali come la Cargill.

Infine, è opportuno ricordare che il rispetto dei diritti dei popoli indigeni si intreccia in maniera inestricabile con la tutela delle terre in cui vivono. Poiché tra queste terre spicca la Foresta Amazzonica, in grado di regolare il clima assorbendo Co2, la loro protezione ha un impatto positivo su tutto il pianeta e tutti i suoi abitanti.

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Giovanni Graziano

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Diritti Umani

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