A cura di Angelo Galantino *
Gli attentati in Europa non sono mai realmente cessati ed è pertanto scorretto disquisire di “nuova ondata terroristica”.
Nella distrazione globale, un 26enne originario della Siria ha confessato di essere l'autore dell'attacco con coltello di venerdì sera a Solingen che ha causato la morte di tre persone e il ferimento di altre otto durante le celebrazioni per il 650esimo anniversario della fondazione della città. Nella notte, l'uomo si è consegnato alla polizia a poco più di 24 ore dall'attentato.
L'attacco era già stato rivendicato dall'Isis con un messaggio diffuso in un comunicato su Amaq, il canale di notizie dell'organizzazione terroristica: «L'attentatore contro l'assemblea cristiana era un soldato dello Stato Islamico: è una vendetta per i musulmani in Palestina e ovunque».
L’attentato di venerdì sera è solo l’ultimo di una serie di azioni, molte delle quali “sfuggite” ai media nazionali, rivendicate dallo Stato Islamico.
Come può un gruppo terroristico, privato della sua forza territoriale, continuare a mietere vittime a migliaia di km di distanza?
Perché le precedenti azioni sono passate in sordina senza destare attenzione e sgomento?
La risposta alla prima domanda deve essere ricercata nella strategia degli attentati “per procura”.
È noto che gli attentati di matrice islamista possono essere classificati in alcuni sottogruppi con confini estremamente labili.
- Attacchi opera di cellule con contatti diretti con lo Stato islamico;
- Attacchi opera di cellule autonome ispirate alle direttive dettate dallo Stato Islamico attraverso i canali informatici;
- Attacchi opera di “lone actor”, più o meno addestrati, senza alcun legame con lo Stato Islamico e dei quali solo alcuni registrano e pubblicano la bay'a, il giuramento di fedeltà.
Lo Stato Islamico, pur non avendo in molte azioni alcun contatto diretto con gli autori, accoglie le loro intenzioni facendole proprie.
In sostanza è sufficiente l’esecuzione di una attività funzionale alla causa jihadista e la volontà di perorarla per avere il “titolo” di adesione.
Dopo tutto, i gruppi terroristici hanno bisogno della pubblicità di attacchi di alto profilo per attirare reclute, denaro, armi e protezione. In tale contesto, ogni azione perpetrata da “lone actors” è un’occasione di marketing del terrore.
La spettacolarizzazione mediatica del mondo occidentale, inoltre, contribuisce fattivamente a veicolare una campagna di reclutamento indiretta della galassia jihadista, favorendo il proliferare di ulteriori individui e cellule, più o meno organizzate, con finalità attentatrici.
In altre parole, la strategia del terrore sfrutta, a proprio vantaggio, la cultura occidentale e la sua veicolazione di informazioni.
È un profitto assolutamente gratuito.
In merito alla seconda domanda e al perché certi eventi passino in secondo piano, la risposta è estremamente semplice: c’è una assuefazione al dolore, all’attacco terroristico; una pacata accettazione di ciò che, fino a pochi anni fa, generava orrore.
Da questo punto di vista lo Stato Islamico ha vinto: ha disumanizzato il nostro dolore rendendoci più simili a loro.
*Angelo Galantino, classe 1979, laureato in Scienze Politiche indirizzo politico-internazionale, perfezionato con Master in “Security and Intelligence” e “Antiterrorismo Internazionale”, ha frequentato corsi di qualificazione in “Tecniche Investigative e Tecnico Scientifiche”, “Tecniche di Interrogatorio e Rilevazione della Menzogna” e “Tecniche di Negoziazione nelle Situazione di Crisi”. È stato collaboratore della Scuola di Formazione della Regione Campania come docente nei corsi di formazione in Antiterrorismo. Autore di numerosi libri, tra cui “INFIDEL - da Al Qaeda ai Talebani, tra Jihad e Sharia” e “Dove muoiono i sogni. Diritti Umani Violati e Libertà Negate in Irlanda del Nord
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