Le università americane protestano contro la guerra a Gaza

Negli scontri tra polizia e manifestanti il numero di arresti sale a 2000

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  Chiara Giovannoni
  07 maggio 2024
  4 minuti, 48 secondi

Da più di due settimane le università statunitensi sono teatro di decine di proteste pro-Palestina in seguito all’inizio, lo scorso 7 ottobre, del conflitto tra Israele e Hamas, uno scontro che a oggi ha portato alla morte decine di migliaia di palestinesi. Centinaia di migliaia di studenti e docenti universitari hanno trasformato più di cento campus universitari in campi di protesta, dando vita alle proteste universitarie più intense da quelle del 1968, nonostante quest’ultime siano state più forti e durature. Nonostante la maggior parte delle manifestazioni abbiano avuto uno stampo pacifico, avendo l’obiettivo di protestare contro la guerra a Gaza e l’alleanza finanziaria, politica e di ricerca tra Stati Uniti e Israele, circa 2000 persone sono state arrestate. Tra le prime università a protestare si sono distinte la New York University, la Yale University, la University of Southern California, la University of California – Los Angeles (UCLA).

La Columbia University di New York è stata la prima a dare il via alle manifestazioni e alle occupazioni all’interno del proprio campus universitario. Le proteste nell’università newyorkese riconcorrono nel 56esimo anniversario della repressione dell’occupazione di Hamilton Hall, uno dei principali edifici accademici dell’università, contro la guerra del Vietnam e contro il razzismo. Da qui, il 30 aprile è stato srotolato uno striscione con la scritta “Hind’s Hall”, in memoria di una bambina di sei anni uccisa a Gaza. Tra martedì e mercoledì, invece, all’interno del campus della UCLA l’intervento della polizia era stato reso necessario a causa degli scontri tra sostenitori israeliani e sostenitori palestinesi. Questi ultimi chiedevano il disinvestimento dei legami finanziari dell’università nei confronti di Israele. Sostenitori pro-Israele hanno attaccato quelli pro-Palestina, invadendo il campus, gettando fuochi d’artificio nel loro accampamento e utilizzando spray al peperoncino, sassi e bastoni. La sicurezza del campus e la polizia sono rimaste a guardare senza intervenire per diverse ore, azione fortemente criticata dall’opinione pubblica e dagli studenti stessi, quindici dei quali sono rimasti feriti. Al loro arrivo nel campus, molti agenti di polizia in abiti antisommossa sono stati documentati mentre sparavano munizioni d’impatto sui manifestanti mirando a distanza ravvicinata.

Secondo il giornalista di Al Jazeera Rob Reynolds, la maggior parte dei protestanti a favore di Israele sono individui non facente parte della comunità studentesca della UCLA. Secondo dati rilasciati dal sindaco di New York e dal Dipartimento di Polizia di New York, dei centododici arrestati durante gli scontri alla Columbia University, trentadue individui non fanno parte della comunità studentesca. L’occupazione, infatti, è stata capitanata da una donna di 63 anni che si definisce un’agitatrice professionista. Gli occupanti di entrambe le fazioni di protesta erano composti, quindi, in larga parte da persone esterne all’ambito accademico. Infatti, le manifestazioni in tutti gli Stati Uniti hanno ricevuto un forte sostegno da parte di associazioni non studentesche di estrema sinistra, che hanno spesso cercato di radicalizzarne i metodi di azione.

Da questi due casi iniziali, le proteste si sono espanse a macchia d’olio in tutto il territorio statunitense. A Boston, la polizia ha arrestato circa cento persone nel tentativo di ripulire un campo di protesta alla Northwestern University, mentre a Bloomington, nel Midwest, ventitré persone sono state fermate dal Dipartimento di Polizia della Indiana University. La stessa cosa è accaduta alla New Hampshire University e alla Buffalo University. Dal territorio americano le proteste si sono poi allargate agli atenei di tutto il mondo, dal Canada, all’Europa, all’Australia. 

Il Canada ha visto il suo primo accampamento presso la McGill University di Montréal dove, mentre in un primo momento l’università aveva tentato di fermare la protesta, il 2 maggio la Corte Superiore del Québec ha respinto una richiesta di ingiunzione che avrebbe costretto i manifestanti a lasciare il campus. Da lì altri atenei canadesi si sono uniti al movimento, a partire dalla University of Toronto e quella della British Columbia

In Australia la University of Sydney ha dato il via alle danze dopo che più di cinquanta tende sono state piantate all’interno del campus universitario. In Europa, grandi poli universitari come Sciences Po e la Sorbonne a Parigi hanno radunato migliaia di studenti così come La Sapienza, Roma 3 e il Politecnico di Torino in Italia.

La risposta da parte dei cittadini di Gaza non ha tardato ad arrivare. Infatti, centinaia di persone che abitano nella zona nord e centro della striscia hanno espresso gratitudine agli studenti americani per aver protestato per la loro causa. Di fronte all’ospedale Al Aqsa Martyrs di Deir al-Balah il Dr. Saad Abu Sharban ha dichiarato alla CNN di essere “al settimo cielo" dopo aver visto le immagini delle proteste negli altri paesi. Tutto questo secondo lui significa che “in giro per il mondo ci sono esseri umani consapevoli di cosa sta accadendo nella Striscia di Gaza in questo momento”. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, Israele, tramite la missione mirante allo smantellamento di Hamas, ha ucciso più di 34.000 palestinesi, oltre a spingerne altre migliaia al limite della fame. Le proteste prendono quindi in difesa tanti diritti dei cittadini palestinesi. Dal diritto internazionale alla sicurezza di migliaia di persone, gli studenti americani, e non solo, prendono in ostaggio il simbolo del loro privilegio, le università, per portare avanti un attivismo di cui le stesse si sono fatte portavoce dal 1968 in poi. La stessa New York University, la prima su territorio americano a protestare, si dichiara essere stata spesso nella storia “epicentro del progresso sociale e politico”.

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L'Autore

Chiara Giovannoni

Chiara Giovannoni, classe 2000, è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Strategie Culturali per la Cooperazione e lo sviluppo presso l’Università Roma3.

Interessata alle relazioni internazionali, in particolare alla dimensione dei diritti umani e alla cooperazione.

E’ volontaria presso un’organizzazione no profit che si occupa dei diritti dei minori in varie aree del mondo.

In Mondo Internazionale ricopre la carica di autrice per l’area tematica Diritti Umani.

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Università Israele Stati Uniti studenti Columbia UCLA Proteste