I cambiamenti nei rapporti internazionali sopraggiunti negli ultimi anni hanno mutato profondamento gli assetti consolidati nel secondo dopoguerra, arrivando a determinare una frattura con il passato che pare davvero irreversibile.
A imprimere un’accelerazione a questa fase di cambiamento, iniziata con lo scoppio della guerra in Ucraina, è stato l’avvento della seconda presidenza Trump che, fin dai primi mesi dal suo insediamento, si è posta in netta discontinuità con quanto fatto in passato dalle precedenti amministrazioni americane.
Il tentativo di raggiungere un’intesa che ponga termine al conflitto ucraino, con le conseguenze che questa scelta genererà in futuro, e un rapporto apertamente burrascoso con gli alleati storici europei, ha modificato in pochissimo tempo gli equilibri globali. Ed è proprio di fronte a questi nuovi assetti che l’Europa si è impegnata a determinare una strategia nuova e rivoluzionaria per il futuro, che ha preso il nome di Readiness 2030.
Lo scopo principale, come acclarato, è quello di prepararsi ad affrontare le sfide che l’attuale scenario internazionale propone, fornendo uno sforzo economico senza precedenti per rafforzare il sistema di infrastrutture strategiche e quello militare.
Un cambio di paradigma davvero importante, che ha spinto a scardinare alcuni dei principali tabù a livello europeo, come l’emissione di debito comune (è il secondo caso dopo le misure Covid), e, soprattutto, lo scorporo di tali spese dal Patto di Stabilità e Crescita. Condizioni che, insieme anche a una futura riprogrammazione dei Fondi comunitari e dell’apporto delle garanzie della BEI, in un’inedita riedizione del Piano Junker (EFSI[1]), mira a modificare profondamente le priorità di bilancio a livello nazionale e comunitario, in maniera non indifferente[2].
Alle nuove esigenze strategiche si sono sommate, inoltre, la ritorsione per eccellenza da mesi sbandierata dallo stesso Trump come risposta agli squilibri commerciali con i Paesi terzi: i dazi.
La minaccia che alla fine si è concretizzata e che con un po' di sorpresa andrà a colpire in maniera indiscriminata non solo i competitor, come la Cina, ma anche gli alleati storici europei, con dazi del 20%.[3]
Una situazione ancora in via di definizione, soprattutto per gli impatti che questi potrebbero generare anche dal punto di vista politico, dove sia a livello nazionale, che comunitario, dovranno essere concertate risposte comuni e dal peso economico importante, a partire dall’imposizione di dazi reciproci, che darebbero inizio ad una probabile guerra commerciale.
Ma non solo, perché senza dubbio saranno lanciate anche misure economiche che in primo luogo vadano a sostenere le filiere industriali maggiormente colpite, evitando allo stesso tempo anche una pericolosa emorragia di capitali dal Vecchio Continente verso gli USA. Senza dimenticare i costi di potenziali impatti inflazionistici, in uno dei periodi di maggiore instabili e turbolenti degli ultimi decenni.
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L'Autore
Tiziano Sini
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USA Tariff EU Readiness 2030 Economic crisis economic policy