UE–Mercosur: il grande accordo, la grande ambiguità

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  Elisa Parisi
  14 gennaio 2026
  6 minuti, 55 secondi

Dopo venticinque anni di negoziati, rinvii, veti incrociati e compromessi stratificati, venerdì l’Unione europea ha finalmente dato il via libera politico all’accordo commerciale con il Mercosur. Si tratta del più grande accordo commerciale mai siglato da Bruxelles, almeno sulla carta: una colossale area di libero scambio da circa 700 milioni di persone, capace di collegare Europa e America Latina in un’unica architettura economica.

L’approvazione è arrivata attraverso una maggioranza qualificata degli Stati membri, formalizzata con procedura scritta poche ore dopo il via libera degli ambasciatori a Bruxelles. Francia, Polonia, Austria, Irlanda e Ungheria hanno votato contro; il Belgio si è astenuto. L’Italia, dopo aver imposto un rinvio il mese precedente, ha sostenuto l’accordo. Il testo dovrà ora superare lo scoglio del Parlamento europeo e, per le parti di competenza mista, quello dei parlamenti nazionali.

Un compromesso costruito sul fronte interno

L’approdo all’approvazione non è stato il risultato di una naturale convergenza politica, bensì di un paziente lavoro di contenimento del dissenso interno. Per anni, il negoziato UE-Mercosur è stato ostaggio delle paure del settore agricolo europeo, divenute progressivamente una questione identitaria oltre che economica. Il timore di una competizione asimmetrica - legata a standard ambientali, sanitari e sociali percepiti come meno stringenti - ha trasformato l’accordo in un simbolo della frattura tra apertura dei mercati e tenuta del consenso democratico.

La risposta della Commissione è stata eminentemente compensativa. Piuttosto che ridisegnare l’architettura dell’accordo, Bruxelles ha scelto di attenuarne gli effetti politici attraverso un sistema di protezioni selettive: contingenti tariffari stringenti per i prodotti più sensibili, clausole di salvaguardia rapide in caso di shock sulle importazioni e, soprattutto, una massiccia iniezione di risorse pubbliche a favore del settore agricolo. L’anticipo di 45 miliardi di euro nell’ambito della Politica Agricola Comune non è solo una concessione finanziaria, ma un segnale politico chiaro: di fronte al rischio di blocco, l’UE ha preferito pagare il prezzo della stabilità piuttosto che quello della riforma.

Ne emerge una contraddizione difficile da ignorare: mentre il dibattito pubblico evocava scenari di collasso dell’agricoltura europea, l’accordo ha finito per consolidare lo status quo, rafforzando le tutele per le produzioni più emblematiche e limitando in modo sostanziale l’accesso dei produttori sudamericani al mercato europeo. Il risultato è un compromesso che, al netto della retorica apocalittica, ridimensiona drasticamente la portata dello “shock” temuto e mette in luce la resilienza - e il peso politico - delle lobby agricole europee.

Von der Leyen e il prezzo politico del successo

Per Ursula von der Leyen, l’accordo con il Mercosur rappresenta al tempo stesso una vittoria diplomatica e una scommessa politica rischiosa. La Presidente della Commissione ha fatto del rilancio della politica commerciale europea uno dei pilastri del suo mandato, investendo capitale politico personale per riaprire un dossier che molti consideravano ormai irrecuperabile. Il sostegno finale, costruito con pazienza tra capitali scettiche e alleati riluttanti, è il frutto di una strategia di mediazione più che di entusiasmo condiviso.

Tuttavia, il consenso ottenuto resta fragile. L’annuncio di una mozione di censura da parte dei Patriots for Europe, pur priva di reali possibilità di successo, segnala come il Mercosur sia diventato un catalizzatore di tensioni che vanno ben oltre il commercio. Agricoltura, sovranità economica, protezione ambientale e globalizzazione si intrecciano in un racconto politico polarizzante, facilmente strumentalizzabile dalle forze euroscettiche.

In questo senso, l’accordo non è solo una pagina di politica commerciale, ma un banco di prova per la leadership della Commissione. Von der Leyen ha dimostrato di saper costruire compromessi complessi, ma ha anche esposto l’istituzione a nuove linee di frattura, in un momento in cui la legittimità delle politiche europee è costantemente sotto scrutinio.

Un successo geopolitico, visto da Bruxelles

Dal punto di vista di Bruxelles, l’accordo con il Mercosur rappresenta molto più di un’intesa commerciale: è una rivendicazione di rilevanza geopolitica in un momento in cui l’Unione europea viene spesso descritta come un attore lento e ingombrante, schiacciato tra l’attivismo assertivo degli Stati Uniti e la penetrazione sistemica della Cina. Concludere un accordo di questa portata consente all’UE di ribaltare, almeno in parte, questa narrazione, dimostrando che l’ordine internazionale basato sulle regole - pilastro identitario della proiezione esterna europea - non è un residuo del passato, ma uno strumento ancora praticabile di influenza globale.

Nel confronto con Washington, l’UE prova a differenziarsi da un approccio prevalentemente securitario e unilaterale, puntando su cooperazione strutturata, accesso al mercato e integrazione regolatoria. Allo stesso tempo, l’accordo risponde all’avanzata cinese in America Latina, dove Pechino ha guadagnato influenza attraverso investimenti rapidi e relazioni bilaterali asimmetriche.

In questo senso, l’accordo Mercosur diventa una dimostrazione di soft power europeo: la capacità di costruire alleanze durature senza ricorrere alla coercizione, valorizzando interessi condivisi e convergenze politiche di lungo periodo.

Non è un caso che l’intesa finisca per rafforzare anche leadership regionali come quella del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, che - insieme agli altri partner del Mercosur - ha mantenuto una linea di paziente interlocuzione con l’UE anche durante le fasi di stallo negoziale. La creazione di un quadro di cooperazione che va oltre il commercio, includendo dialogo politico e coordinamento istituzionale, contribuisce infatti ad ancorare i Paesi sudamericani più saldamente all’orbita europea, in un contesto internazionale sempre più polarizzato.

Il Mercosur diventa così un tentativo di recuperare terreno, rafforzando legami politici e rilanciando la presenza europea in settori ad alto valore aggiunto come automotive, meccanica e aviazione. Resta però aperta la questione di fondo: fino a che punto l’Unione sarà disposta a mettere alla prova la coerenza tra ambizione geopolitica, politica commerciale e obiettivi climatici pur di non restare marginale nel confronto tra le grandi potenze?

Il nodo ambientale: tra garanzie e realtà

Ed è qui che emerge la contraddizione più profonda. Dal punto di vista ambientale, il Mercosur evoca un’immagine brutale: più esportazioni di carne verso l’Europa significano più pascoli, e quindi meno foresta amazzonica. In altre parole, più bistecche per il Nord globale, meno alberi per il pianeta.

L’accordo include clausole contro la deforestazione illegale e un impegno formale al rispetto dell’Accordo di Parigi. Ma le garanzie restano fragili, difficili da monitorare e ancora più difficili da far rispettare. Nella sua forma attuale, il trattato rischia di rafforzare modelli di esportazione estrattivi, aggravando i danni ambientali e sociali nei Paesi del Mercosur.

I Verdi europei lo dicono senza giri di parole: secondo la co-presidente Vula Tsetsi, l’accordo espone agricoltori e lavoratori europei alla concorrenza di prodotti che non rispettano gli standard UE e, al tempo stesso, accelera la deforestazione. Ciarán Cuffe parla di un modello “strutturalmente squilibrato”, disallineato dagli obiettivi climatici europei e incapace di mettere davvero al centro persone e pianeta.

Il dilemma europeo

Il Mercosur è lo specchio di un dilemma più ampio: l’Unione europea vuole essere una potenza commerciale globale e, allo stesso tempo, un leader climatico credibile. Tuttavia, tenere insieme queste due ambizioni richiede più di clausole ambientali inserite a margine di un accordo commerciale.

Se l’Europa vuole davvero costruire partenariati strategici sostenibili, dovrà dimostrare che apertura dei mercati e tutela del pianeta non sono obiettivi incompatibili. Altrimenti, il rischio è che il più grande accordo commerciale della sua storia diventi anche il simbolo della sua più grande incoerenza.

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