L'ONU di Trump: pugno di ferro con l'Iran, stretta sul Venezuela e l'asso della Groenlandia
Il primo giorno dell’81 esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York ha visto il presidente statunitense Donald Trump alternare minacce di annientamento e aperture diplomatiche nei confronti dell’Iran.
Le sue dure parole d’odio pronunciate dal podio hanno incoraggiato la maggior parte della delegazione iraniana ad abbandonare la sala. Trump ha dimostrato all’Iran le due possibili alternative: o la rapida distruzione del regime o un accordo di ricostruzione.
Trump ha rivelato ai giornalisti che si è tenuto un primo incontro “molto positivo” tra i funzionari dei due Paesi a margine dei lavori. I mercati energetici e globali sono ormai destabilizzati da questo continuo conflitto, ma il presidente ha assicurato che il rialzo dei prezzi del petrolio sarà temporaneo e che i prezzi sono destinati a crollare alla fine delle ostilità.
Dal palco dell’ONU, il presidente USA ha attaccato anche Cuba, definendola un “paese fallito” prossimo al crollo, mentre Washington continua a bloccare le forniture petrolifere. Ha rivendicato, inoltre, la gestione di un quinto del petrolio venezuelano utilizzando questa formula: “Al vincitore spetta il bottino”. Proprio per questo, Trump ha incontrato per la prima volta la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodrìguez, all’interno di un vertice che ha visto come protagonista la forte dipendenza di Caracas dal sostegno americano per mantenere il potere e tenere lontana l’opposizione.
Passando al dossier ucraino, il presidente Volodymyr Zelensky ha cercato di mantenere saldo l’asse con la Casa Bianca, con la forte speranza che il conflitto finisca entro l’inverno. Il presidente ucraino sa quanto sia fondamentale l’aiuto degli Stati Uniti, quindi ha cercato di proporre un clima amichevole e collaborativo. Trump aveva dichiarato pubblicamente che Russia e Ucraina erano pronte a firmare un accordo per smettere di bombardarsi a vicenda, ma Zelensky ha affermato di non poter accettare il blocco dei raid, perché Kiev deve difendersi dalla minaccia russa.
Parallelamente alla crisi mediorientale, Trump ha svolto una serie di vertici bilaterali decisivi, siglando un accordo di sicurezza sia con la premier danese Mette Frederiksen sia con il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen per la costruzione di due basi militari americane in Groenlandia.
Il quadro emerso dal primo giorno dell’Assemblea generale disegna una strategia statunitense basata sulla massima pressione e sull’imprevedibilità. Come abbiamo potuto ben vedere, Trump è pronto a riaffermare la centralità geopolitica degli Stati Uniti e a piegare gli avversari storici, partendo dall’Iran fino ad arrivare a Cuba.
Se da un lato questa tattica ha portato ai primi contatti diretti con Teheran e a un solido presidio militare in Groenlandia, dall’altro costringe gli alleati a un continuo equilibrio strategico affinché non venga perso il sostegno di Washington, necessario a garantirne la sopravvivenza politica.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2026
Condividi il post
L'Autore
Cecilia De Marco
Categorie
Tag
ONU Trump New york Russia Groenlandia Ucraina