A quasi 4 anni dall’inizio dell’invasione su vasta scala del suo territorio da parte dell’esercito russo, avvenuta il 24 febbraio 2022, l’Ucraina ha trasformato il proprio settore della difesa in uno dei più innovativi del mondo. La svolta è maturata tra il 2023 ed il 2024, quando l’industria bellica ha registrato una crescita superiore al 300%, beneficiando di un fiume di finanziamenti di decine di miliardi di euro provenienti, in particolare, da Bruxelles e Washington.
Il celere incremento della produzione di armamenti, richiesto dalle stringenti esigenze belliche di Kiev, è stato reso possibile dall’apertura di numerosi centri di fabbricazione di equipaggiamento militare ucraino nel cuore dell’Europa centrale e occidentale. Nel corso di questi anni decine di centri sono sorti all’interno e all’esterno dei confini dell’Unione Europea, specialmente tra Germania, Danimarca e Regno Unito; numeri destinati a crescere dopo le parole pronunciate dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, all’inizio di febbraio, il quale ha annunciato l’ormai prossima apertura di almeno altre 10 “strutture di esportazione” di armi in territorio europeo. Queste vere e proprie fabbriche di materiale bellico, che nasceranno in partnership con aziende locali, sosterranno le azioni delle truppe ucraine impegnate sul fronte di guerra, ma saranno oltretutto finalizzate alla produzione di droni da ricognizione e da combattimento che verranno venduti agli stessi Paesi europei.
Tutto ciò rientra nel più ampio programma di internazionalizzazione dell’industria bellica del Paese tratteggiato dal Primo Ministro Denys Shmyhal, già nel giugno scorso, resosi necessario dal momento che i finanziamenti giunti a Kiev superano la capacità produttiva della nazione. Se è vero che il boom ha interessato il settore della difesa nel suo complesso, è indubbio che il fulcro dell’ammodernamento militare ucraino poggia sulla fabbricazione dei droni tattici, di cui lo Stato dell’Europa orientale è divenuto il principale produttore al mondo. Oggi il Paese arriva a produrre 4 milioni di droni l’anno, ma coi finanziamenti attesi nel 2026, circa 120 miliardi di euro, potrebbe raddoppiare questa cifra, consolidando il proprio primato come fucina di nuove tecnologie da combattimento a livello globale. Secondo Myhaylo Samus, direttore di New Geopolitics Research Network, un think tank con sede a Kiev, la conquista di questa leadership è dovuta alle condizioni di guerra in cui si sta operando, che hanno spinto e stanno continuando a spingere le aziende “a dare tutto il possibile affinché le forze armate possano respingere i russi”, con motivazioni che “vanno ben oltre il ritorno economico”.
L’accelerazione tecnologica raggiunta in pochi anni dalle startup e dalle aziende private ucraine, che producono circa l’80% dei droni in mano all’esercito, ha comportato una rivoluzione delle tecniche di attacco e di difesa lungo i teatri di guerra, dapprima incrementando l’efficacia dei respingimenti delle incursioni aeree di Mosca, e poi rendendo pressoché obsoleto l’avanzamento in prima linea di grossi mezzi corazzati, facilmente bersagliabili dai piccoli velivoli da intercettamento senza equipaggio. Esacotteri e ottocotteri come Molfar, Kolibry e Baba Yaga sono diventati i protagonisti del fronte di battaglia, inizialmente impiegati nell’agricoltura, si sono dimostrati temibili bombardieri, capaci di trasportare fino a 20 kg di esplosivo, e affidabili cecchini, dotati di visore termico per la precisione notturna. Sono questi alcuni dei nomi più noti che presto potrebbero segnare il futuro della difesa europea e, forse, della NATO, cominciando dalla costruzione di una rete protettiva nordico-baltica e dell’Europa centrale. Al momento, il primo passo dell’inversione del giro di scambio di armi tra l’Europa e l’Ucraina dovrebbe avvenire entro la fine del mese, col completamento del primo drone da combattimento destinato a Berlino.
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L'Autore
Francesco Oppio
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