L’Ungheria volta pagina dopo 16 anni di “orbanismo”

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  Silvia Pasetto
  20 aprile 2026
  5 minuti, 28 secondi

Il 12 aprile si sono tenute in Ungheria le elezioni legislative per il rinnovo del Parlamento e la nomina del nuovo Primo Ministro. Di fatto, attraverso queste elezioni il popolo ungherese era chiamato a scegliere se riconfermare il leader della destra conservatrice Viktor Orbán, insieme al suo partito Fidesz.

Si è trattato di un appuntamento elettorale tra i più attesi dell’anno, al pari forse delle elezioni di mid-term negli Stati Uniti. Tutta l’Europa ha guardato a queste elezioni con il fiato sospeso, ben cosciente che in palio non c’era solo il futuro dell’Ungheria, ma probabilmente anche quello dell’Unione europea. Infatti, Viktor Orbán è stato negli ultimi anni una vera e propria spina nel fianco di Bruxelles, in particolare dal 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina. Da sempre vicino a Putin, Orbán, infatti, ha sempre ostacolato l’invio di armi e aiuti economici a Kiev fino all’ultimo giorno. Lo scorso marzo l’oleodotto Druzhba, che trasportava petrolio dalla Russia e da cui Budapest si rifornisce, è stato bloccato dopo che, secondo l'Ucraina, un attacco di un drone russo aveva danneggiato l'infrastruttura dell'oleodotto. Ciò ha causato un’ulteriore crisi tra Ucraina e Ungheria, con quest’ultima che ha deciso di bloccare il prestito europeo di 90 miliardi a Kiev, accusando Zelensky di aver sabotato l’oleodotto di proposito per orchestrare una crisi energetica.

Oltre all’Ucraina, Orbán ha sempre remato controcorrente rispetto alle direzioni dell’UE anche in altri ambiti. Sotto il suo governo, Budapest si è vista congelare miliardi di euro di fondi di coesione europei destinati al Paese; inoltre, l’Ungheria è ad oggi l’unico Paese dell’Unione contro cui sia stato applicato l’Articolo 7, che prevede l’apertura di una procedura formale avviata dal Parlamento europeo nel 2018 per "evidente rischio di violazione" dei valori fondanti dell'UE. Tutto ciò è avvenuto a causa delle numerose leggi volute dal governo di Orbán che hanno via via smantellato l’indipendenza della magistratura, lo stato di diritto e molti diritti fondamentali, tra cui quelli della comunità LGBTQ e la libertà di espressione.

Sono comprensibili quindi i sospiri di sollievo dell’Unione europea alla notizia che queste elezioni sono state vinte dal principale oppositore di Orbán, Péter Magyar, ponendo così fine a 16 anni consecutivi di dominio indiscusso dell’ormai ex premier ungherese. Si respira un po’ ovunque in Europa occidentale un’aria elettrizzata: stando alle primissime dichiarazioni del nuovo Primo Ministro, si parla già di sblocco dei 18 miliardi di euro destinati all’Ungheria, nonché dell'entrata del Paese nell’area euro e via libera ai prestiti per l’Ucraina, speculazioni che hanno fatto schizzare in alto la borsa di Budapest nella giornata del 13 aprile.

La vittoria di Tisza, il partito di Magyar, è stata schiacciante e oltre ogni aspettativa. Tisza ha infatti conquistato il 54% dei voti, contro il 38% ottenuto da Fidesz. In questo modo Magyar si è assicurato ben 138 seggi nel Parlamento su 199 totali (contro i 55 seggi di Fidesz), ottenendo di fatto la maggioranza dei due terzi dei seggi, ovvero la soglia necessaria per approvare riforme costituzionali. I restanti 6 seggi sono stati assegnati invece a Mi Hazank, partito ultranazionalista di estrema destra. Considerevole è invece il crollo di DK, il principale partito di sinistra che in queste elezioni non ha superato la soglia del 5%, necessaria per entrare in Parlamento.

La vittoria di Magyar è ancora più significativa se si considera che l’Ungheria si basa su un sistema elettorale misto: dei 199 seggi in Parlamento, 106 vengono assegnati nei collegi uninominali, mentre i restanti 93 sono distribuiti con metodo proporzionale attraverso liste nazionali e delle minoranze. Queste ultime sono quelle per cui anche i milioni di ungheresi residenti all’estero possono votare. Ciò significa che nei collegi (distretti) meno popolosi, spesso rurali, bastano anche 50-60 mila elettori per eleggere un deputato, mentre nelle aree urbane, possono servire fino a 90-100 mila voti per ottenere lo stesso seggio. Si tratta di fatto di un sistema ridisegnato dopo il 2010 che tende ad amplificare il vantaggio del partito di governo, all’epoca Fidesz, che ha sempre riscosso molto successo nelle aree rurali e tra le minoranze ungheresi che vivono nei Paesi vicini come Romania e Serbia. Per questo motivo Magyar, pur essendo avanti nei sondaggi pre-elettorali che mostravano la sua popolarità a livello nazionale, non aveva la vittoria assicurata, perché la maggioranza dei seggi è eletta a livello dei diversi distretti dove anche Fidesz avrebbe potuto vincere, mantenendo così la maggioranza in Parlamento.

L’affluenza alle urne è stata senza precedenti: si è recato a votare quasi l’80% degli aventi diritto, registrando così la percentuale di affluenza più elevata in Ungheria dalla fine del comunismo. Magyar, in particolare, deve molto alle generazioni dei più giovani, che hanno votato in massa per Tisza, dimostrando un profondo desiderio di voltare pagina. Inoltre, se Orbán ha come sempre ottenuto il sostegno degli ungheresi nei Paesi confinanti, Tisza ha invece scelto di puntare sui connazionali emigrati in Europa occidentale, che hanno idee più liberali e sono più critici verso Orbán.

In ogni caso, sono stati in molti ad esultare per la vittoria di Péter Magyar, sperando che possa riportare l’Ungheria in un tracciato favorevole all’Unione europea e anti-russo, oltre ad invertire molte delle modifiche costituzionali attuate da Orbán, che avevano di fatto trasformato il Paese in una democrazia illiberale. È certo però che sedici anni di governo di Orbán non si potranno cancellare in poche settimane. Inoltre, è importante ricordare che Tisza è comunque un partito di destra, certamente moderato ma allineato a Fidesz su alcune questioni, come quella migratoria. Ad esempio, Magyar stesso ha infatti dichiarato di essere favorevole al muro anti-migranti al confine con la Serbia. D’altronde, prima di diventare leader di Tisza, Magyar è stato per più di vent’anni un esponente di Fidesz. Ha poi lasciato il partito nel 2024 in segno di protesta contro il governo a causa di uno scandalo scoppiato in seguito alla grazia presidenziale concessa in un caso di pedofilia.

In conclusione, è certo che l’Ungheria abbia voltato pagina, ma è altrettanto importante stare a vedere quali saranno i primi passi del nuovo governo, che dovrà cercare dei compromessi tra gli elettori che gli hanno dato fiducia e coloro che supportano invece Orbán e tutto ciò che rappresenta.

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Silvia Pasetto

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