Medio Oriente: la scommessa dell’agritech tra innovazione e sicurezza alimentare

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  Sarah Azzurra Spada
  28 maggio 2026
  5 minuti, 36 secondi

L’agritech, ovvero l’insieme di tecnologie applicate all’agricoltura per migliorarne efficienza, resa e sostenibilità, sta diventando un settore sempre più centrale in Medio Oriente. E non è difficile capirne il perché: in una regione in cui l’acqua scarseggia, il suolo fertile è limitato e le temperature estreme mettono sotto pressione la coltivazione, produrre cibo non è mai stato semplice. A questo si aggiungono gli effetti del cambiamento climatico, che rendono ancora più fragile un equilibrio già precario. In questo contesto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si stanno affermando come due tra gli epicentri più interessanti dell’innovazione agritech, puntando su soluzioni capaci di aumentare la produttività e ridurre il consumo d’acqua.

Tra le tecnologie più rilevanti rientrano innanzitutto i nuovi sistemi di irrigazione e coltivazione. Uno dei più noti è l’idroponica, cioè la coltivazione senza suolo: le piante crescono in acqua arricchita di nutrienti oppure in supporti inerti, senza bisogno della terra tradizionale. Questo permette un controllo molto più preciso delle condizioni di crescita e, soprattutto, evita la dispersione dell’acqua nel terreno. In Arabia Saudita, la regione di Qassim è diventata un polo importante per l’idroponica avanzata, mentre negli Emirati una realtà di riferimento è Emirates Hydroponics Farms, situata tra Abu Dhabi e Dubai. Questo metodo può ridurre, in modo drastico, il consumo idrico e, allo stesso tempo, aumentare la produttività.

Ancora più sofisticata è l’aeroponica, una tecnica in cui le radici non sono immerse né nell’acqua né nel terreno, ma restano sospese nell’aria e vengono nebulizzate con una soluzione ricca di nutrienti. Il principio alla base è semplice, anche se la tecnologia che lo rende possibile è tutt’altro che elementare: fornire alla pianta esattamente ciò di cui ha bisogno, nel momento in cui ne ha bisogno, riducendo al minimo gli sprechi.

Un altro sviluppo degno di attenzione riguarda l’agricoltura biosalina. In questo caso, l’obiettivo è utilizzare acqua salata o parzialmente salata, invece di consumare le già limitate riserve di acqua dolce. Qui entra in gioco l’International Center for Biosaline Agriculture, noto come ICBA, con sede negli Emirati Arabi Uniti. Si tratta di un centro di ricerca no profit specializzato nelle sfide agricole legate alla salinità e alla scarsità idrica, impegnato nello sviluppo di soluzioni pensate per contesti ambientali estremi. Parallelamente, aziende come Red Sea Farms hanno sviluppato serre in grado di sfruttare acqua salata per raffreddare l’ambiente e coltivare varietà adatte a condizioni particolarmente difficili. In altre parole, si tenta di trasformare un limite strutturale in una risorsa.

A completare il quadro vi sono i sistemi basati sull’intelligenza artificiale. Quando si parla di IA applicata all’agricoltura, si fa riferimento a strumenti molto concreti: sensori, monitoraggio dei livelli di umidità e nutrienti, raccolta dati, automazione dell’irrigazione. Il sistema, dunque, legge in tempo reale le condizioni della coltura e regola l’uso dell’acqua con maggiore precisione, limitando sprechi, perdite e interventi inutili.

Se questi sistemi trasformano il modo in cui si irriga e si coltiva, il vertical farming modifica direttamente lo spazio stesso della produzione agricola. La coltivazione verticale consiste nel far crescere le colture su livelli sovrapposti, spesso in ambienti chiusi e completamente controllati. In questi spazi, luce, temperatura, umidità e nutrienti vengono regolati artificialmente, così da garantire una produzione costante anche in condizioni climatiche ostili. Dubai Industrial City ospita la coltivazione verticale high-tech su larga scala di Badia Farms, una delle realtà simbolo di questo settore negli Emirati. Anche in Arabia Saudita, il vertical farming sta avanzando rapidamente, come mostra il progetto di Riyadh Indoor Vertical Farming, la più grande fattoria verticale indoor automatizzata del Paese e la più alta della regione MENA.

Accanto a sistemi di irrigazione avanzati e coltivazioni verticali, una tecnologia in particolare colpisce da un punto di vista simbolico: la LNC, acronimo di Liquid Natural Clay, presentata come una soluzione capace di trasformare i deserti in terre fertili. Sviluppata dalla start-up Dubai Desert Control, questa tecnologia consiste nell’immettere nel suolo nanoparticelle di argilla liquida e acqua, così da permettere alla sabbia di trattenere meglio l'umidità e i nutrienti. Una soluzione di questo tipo punta non solo a rendere produttive aree aride, ma anche a rafforzare la sicurezza alimentare e, in prospettiva, a contribuire all’assorbimento di CO₂.

È bene sottolineare che le ragioni di questa corsa all’agritech sono al tempo stesso economiche e geopolitiche. La prima riguarda la sicurezza alimentare. Molti Paesi del Medio Oriente dipendono in misura elevata dalle importazioni di generi alimentari. Questa dipendenza li espone inevitabilmente a interruzioni logistiche, crisi globali e tensioni geopolitiche. Gli ultimi anni lo hanno mostrato con chiarezza: pandemia, guerre e stress delle catene di approvvigionamento hanno reso evidente che disporre di risorse finanziarie non basta, se il cibo arriva dall’estero e le rotte commerciali si interrompono. Da questo punto di vista, investire nell’agritech significa accorciare le supply chain, rafforzare la resilienza nazionale e ridurre il rischio di shock esterni.

A questa motivazione se ne aggiunge una seconda, legata al modello economico. Da tempo gli Stati del Golfo hanno compreso i limiti di economie eccessivamente dipendenti dagli idrocarburi. L’agritech si inserisce così in una strategia più ampia di diversificazione: sviluppare un settore ad alto contenuto tecnologico, capace di attrarre investimenti, generare occupazione qualificata e produrre know-how esportabile. L’obiettivo è arrivare a esportare tecnologie agricole progettate per climi estremi, trasformando una vulnerabilità ambientale in un potenziale vantaggio competitivo.

Infine, l’ascesa dell’agritech si inserisce con coerenza nei grandi programmi strategici nazionali. In Arabia Saudita, Vision 2030 punta a costruire una società più dinamica, un’economia più solida e uno Stato più efficiente, con una forte enfasi su innovazione e sostenibilità. Negli Emirati, We the UAE 2031 Vision insiste su crescita economica sostenibile, avanzamento tecnologico, efficienza delle risorse e rafforzamento dell’economia della conoscenza. In entrambi i casi, l’agricoltura tecnologica si colloca perfettamente all’interno di questo disegno.

In fondo, è proprio questo il punto fondamentale. I Paesi del Golfo non stanno investendo nell’agritech semplicemente per coltivare nel deserto, ma perché il contesto politico, economico e ambientale li ha posti di fronte a vulnerabilità che non possono più essere ignorate: il cambiamento climatico, la scarsità d’acqua, la fragilità delle supply chain, l’instabilità geopolitica e la necessità di ridurre la dipendenza dal petrolio. In questo scenario, puntare su un’agricoltura più sostenibile e tecnologicamente avanzata appare meno come una scommessa futuristica e più come una scelta sempre più difficile da rimandare.

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Sarah Azzurra Spada

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