Migrazioni climatiche, un fenomeno destinato a crescere

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  Aurora Mazzola
  17 settembre 2026
  3 minuti, 12 secondi

Il 26 agosto 2026, il crollo di un ghiacciaio ad alta quota ha causato un’ondata di piena carica di detriti e sedimenti che ha devastato la fascia himalayana al confine tra Nepal e Cina, nel Tibet. Questo disastro, definito dagli esperti “flash flood”, ovvero alluvione lampo, un fenomeno spesso inaspettato e dunque più pericoloso, ha causato più di 1.200 vittime e 4.700 dispersi (dati al 3 settembre 2026).

L’alluvione in Tibet è uno degli assidui disastri naturali generati dal cambiamento climatico: il riscaldamento globale e l’innalzamento delle temperature hanno fuso parte del ghiacciaio e causato lo scongelamento del permafrost, destabilizzando la roccia, provocando la frana e la successiva inondazione.

Le conseguenze del disastro sono drammatiche: molti villaggi sono distrutti o isolati, 22 mila bambini non hanno accesso ad acqua potabile, le infrastrutture igienico-sanitarie sono gravemente danneggiate e le poche case rimaste e i centri di accoglienza sono sovraffollati e a rischio epidemia di malattie infettive.

Alla luce di quanto accaduto, la preoccupazione degli esperti cresce per le Alpi poiché in Europa, come dimostrato dalle numerose ondate di calore che si sono verificate nel continente da fine maggio, le temperature aumentano con un tasso più che doppio rispetto alla media mondiale.

Secondo l’indagine di Munich Re sulle catastrofi naturali, nella prima metà del 2026 le perdite economiche causate da questi eventi nel mondo ammontano a quasi 112 miliardi di dollari, 22 dei quali dovuti alle sole violente tempeste invernali in Europa. Inoltre, le ondate di calore hanno messo alla prova la popolazione europea: solo in Germania le vittime del caldo sono state più di 5.000.

Il riscaldamento globale e i conseguenti fenomeni atmosferici estremi hanno distrutto villaggi e infrastrutture e costretto molte persone a spostarsi dal proprio luogo d’origine: l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha coniato il termine “migranti climatici”, descritti come “persone che, prevalentemente a causa di cambiamenti improvvisi o progressivi dell’ambiente dovuti al cambiamento climatico, sono costrette a lasciare il proprio luogo abituale di residenza, oppure scelgono di farlo, temporaneamente o permanentemente, all’interno di uno Stato o oltre un confine internazionale”.

Secondo il Global Report on Internal Displacement (GRID) 2026, gran parte dei migranti climatici sono migranti interni, che si spostano verso le aree urbane perché quelle rurali diventano inabitabili. Il GRID 2026 evidenzia che, a fine 2025, i migranti interni a seguito dei disastri naturali erano 13,6 milioni: di questi, 5 milioni si trovano in Bangladesh e 2,6 milioni in Afghanistan. I successivi paesi più interessati sono Etiopia, Turchia e Sud Sudan.

A causa delle sue caratteristiche topografiche (metà del territorio è situato a −6 metri dal livello del mare) e della continua erosione del suo terreno, il Bangladesh è uno dei paesi più colpiti dalla crisi climatica e dai disastri che ne conseguono. Cicloni di crescente potenza e l’alternanza di periodi di estrema siccità a fasi di inondazioni frequenti, anche a seguito dello scioglimento dei ghiacciai, obbligano la popolazione a migrare dalle aree costiere e rurali verso le città in situazioni precarie.

A causa della crisi climatica e del riscaldamento globale, il fenomeno delle migrazioni “climatiche” dovute a disastri naturali è destinato ad aumentare. Il concetto di “rifugiato climatico” è inesistente nel diritto internazionale: la Convenzione di Ginevra non riconosce la crisi climatica come causa autonoma per ottenere lo status di rifugiato. In un mondo in cui il riscaldamento globale infuria, è necessario colmare questo vuoto giuridico.

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Aurora Mazzola

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Diritti Umani

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crisi climatica Migrazioni riscaldamento globale Catastrofi ambientali