Mozambico, civili nel mirino: il jihadismo opportunista dell’ISMP

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  Gabriele Bellono
  25 marzo 2026
  6 minuti

A Cabo Delgado, provincia situata nel nord-est del Mozambico, al confine con la Tanzania, il conflitto, cominciato nel 2017, prosegue ancora oggi con un'escalation di attacchi e spostamenti forzati di civili. Fino all’8 marzo 2026, sono state individuate 2.721 vittime civili causate dal conflitto, alimentato da fattori quali la debolezza statale e l’alta disponibilità di risorse naturali, che favoriscono l’uso sistematico della violenza contro i civili da parte dei ribelli jihadisti.

Come l’insurrezione jihadista ha destabilizzato Cabo Delgado

Nel 2017, il gruppo jihadista mozambicano Al-Shabaab (ASWJ) diede inizio all’insurrezione a Mocímboa da Praia, nella provincia di Cabo Delgado. L’ASWJ, al tempo degli attacchi, era un gruppo relativamente piccolo che non era ancora entrato a far parte delle reti dello Stato Islamico. Tra il 2018 e 2019, il gruppo intensificò gli attacchi e stabilì un’affiliazione con lo Stato Islamico, venendo incluso così nell'Islamic State Central Africa Province (ISCAP). A partire dal 2022, venne definito Islamic State Mozambique Province (ISMP) per indicare, nello specifico, la provincia mozambicana della rete ISIS, distinguendola così formalmente dalla branca dell’Africa centrale.

Negli ultimi mesi del 2025, si sono verificate nuove ondate di violenza che hanno causato migliaia di sfollati e continue violazioni dei diritti umani da parte dell’ISMP. Tali aggressioni attualmente non si limitano soltanto alla provincia di Cabo Delgado, ma stanno colpendo anche alcune aree limitrofe come Nampula, nei distretti di Eràti e Memba, un tempo considerati luoghi sicuri. Secondo quanto riportato dall’UNHCR il 2 dicembre 2025, queste violenze hanno provocato lo sfollamento di oltre 100.000 persone. "Questi attacchi simultanei in diversi distretti stanno creando un'enorme sfida per gli operatori umanitari, che devono moltiplicare gli interventi di emergenza in diverse zone del Paese" afferma Xavier Creach, rappresentante dell'UNHCR in Mozambico, aggiungendo che i civili vengono uccisi e alcuni perfino decapitati.

Il governo mozambicano, guidato dal partito FRELIMO (Fronte di Liberazione del Mozambico), con l’intervento della SADC (Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale) e del Ruanda, cerca di contrastare i ribelli ma con poco successo. Questo conflitto può essere definito con l'espressione internationalized intrastate war, poiché, oltre alla guerra civile tra un attore statale e un attore non statale, sono intervenute sia la SADC, organizzazione internazionale regionale, con la missione SAMIM, che il Ruanda al fianco delle forze statali mozambicane.

Perché i ribelli jihadisti adottano una condotta così violenta verso i civili?

Il Mozambico è un Paese ricco di risorse naturali (gas e minerali) e questo è un enorme fattore da tenere in considerazione quando si parla di condotta estremamente violenta di gruppi armati non statali che cercano di porre in discussione il monopolio della violenza legittima dello Stato. Alcune variabili spiegano i motivi per cui esistono movimenti ribelli caratterizzati da tassi di violenza elevati contro i civili, come RENAMO in Mozambico durante la guerra civile terminata nel 1992 o il movimento ribelle Sendero Luminoso in Perù, nella valle di Huallaga, mentre altri come l’NRA, nella guerra civile in Uganda, sono stati poco violenti nei confronti dei civili. Nel caso dell’ISMP, in Mozambico, il fatto che agisca in un territorio ricco di gas e minerali, gli permette di appropriarsi di tali risorse e, quindi, di non dover dipendere dalla popolazione civile, potendo agire violentemente nei suoi confronti senza il rischio che non collabori più. Un altro elemento riguarda la bassa qualità delle forze di sicurezza statali mozambicane che facilita l’azione dell’ISMP che non ha necessità di cooperare con la popolazione civile per nascondersi, per il rifornimento di cibo o per il reperimento di informazioni. Definirei l’ISMP come un gruppo ribelle di matrice opportunista, cioè che agisce in un territorio con alta disponibilità di risorse naturali e con bassa capacità delle forze statali; oltre il fatto che l’ISMP non ha una sponsorship da parte di un attore terzo ma riesce a sostenersi ugualmente tramite finanziamenti illegali locali nella provincia di Cabo Delgado, legati sia al traffico delle risorse minerarie che alla cosiddetta “tassazione rivoluzionaria” dei villaggi posti sotto il suo controllo. Altro elemento da tenere in considerazione sono i rapimenti a scopo di riscatto e le estorsioni da parte dell’ISMP che si sono quadruplicati nel 2025.

Sfollati, rapimenti e crisi alimentare

In un contesto così instabile, con un governo che non riesce a controllare uniformemente il territorio, l’incapacità di garantire la sicurezza del Paese espone i civili alla violenza dei ribelli. L’IOM (International Organisation for Migration) ha stimato che oltre 93.000 persone sono fuggite da Cabo Delgado e Nampula a seguito degli attacchi terroristici degli insorti. Queste ondate di sfollamento non sono casi isolati ma ripetuti e costituiscono una vera e proprio crisi umanitaria nella regione. L’UNICEF si è detta profondamente preoccupata per i continui rapimenti di bambini da parte degli insorti a Cabo Delgado, avvertendo che le vittime vengono forzate al reclutamento, comportando una grave violazione dei diritti dei minori. I diritti dei rifugiati vengono messi in pericolo perché donne, bambini e anziani rischiano di essere esposti ad abusi. Amnesty International cita che, tra luglio e settembre 2025, circa 77.000 persone sono state sfollate a causa di focolai di malattie e della grave carenza di fondi che hanno aggravato la crisi umanitaria a Cabo Delgado, mettendo a dura prova le scorte limitate di aiuti. La carenza di fondi, unita all’instabilità della regione, hanno portato alla sospensione delle operazioni di aiuto umanitario, come nel caso di Medici Senza Frontiere, che ha sospeso le proprie attività nel distretto di Mocìmboa da Praia, il 26 settembre 2025, a causa dell’escalation della violenza. Secondo il World Food Programme in Mozambico, circa 2.7 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare e necessitano urgentemente di assistenza, di cui 1.6 milioni sono della provincia di Cabo Delgado, dove le varie comunità dipendono dagli aiuti umanitari per sopravvivere.

La difficile strada verso la stabilizzazione, quali proposte?

Questa crisi umanitaria, dettata da un conflitto multidimensionale, non sembra stabilizzarsi. Per far fronte a questa situazione serve intervenire sui fattori che permettono agli insorti di esercitare violenza contro le forze statali ma, soprattutto, contro i civili. Sicuramente un passo avanti si è avuto nel 2021 con l’intervento della SADC, con la missione SAMIM, che potrebbe essere definita come una missione di peace-enforcement, più che di peacekeeping tradizionale, perché agisce attivamente contro gli insorti jihadisti, con l’obiettivo di riconquistare le città e i villaggi aiutando le forze statali mozambicane.

Bisognerebbe intervenire in primis sulla qualità delle forze di sicurezza statali mozambicane, con un processo di SSR, addestrandole per renderle più competitive contro i ribelli; questa attività viene già attuata da SAMIM ed è un ottimo segnale. D’altra parte, bisognerebbe intervenire con lo scopo di stroncare l’appropriazione delle risorse naturali e dei finanziamenti illeciti locali da parte dei ribelli, introducendo un meccanismo di certificazione regionale delle risorse minerarie specifico per le zone controllate dall’ISMP, stile Kimberley Process (utilizzato nella guerra civile in Sierra Leone per contrastare il RUF). Questo meccanismo di certificazione potrebbe essere attuato sfruttando la presenza della SADC, con la missione SAMIM, con il fine di evitare, o quantomeno ridurre, le attività di contrabbando che sono una fonte di sostentamento cruciale per i ribelli jihadisti.

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L'Autore

Gabriele Bellono

Autore per l'area tematica "Diritti Umani" di MI POST

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