A cinque anni dal colpo di Stato militare del febbraio 2021, il Myanmar resta intrappolato in una crisi di sicurezza profonda e multilivello che continua a produrre effetti destabilizzanti ben oltre i confini nazionali. La caduta del fragile esperimento democratico e il ritorno al potere delle forze armate guidate dal generale Min Aung Hlaing hanno aperto una fase di guerra civile prolungata, segnata da una crescente frammentazione armata e da un progressivo deterioramento delle condizioni umanitarie. Oggi, il Myanmar non rappresenta più soltanto un conflitto interno irrisolto, ma un caso emblematico delle difficoltà della comunità internazionale nel gestire crisi prolungate in contesti di violenza diffusa e governance collassata.
Nel corso del 2025 e all’inizio del 2026, gli scontri tra l’esercito regolare e un mosaico di gruppi armati - dalle milizie etniche storiche alle forze affiliate al National Unity Government (NUG) - si sono intensificati, ridisegnando il controllo territoriale del Paese. Secondo il Global Conflict Tracker del Council on Foreign Relations, nessun attore appare oggi in grado di imporre una vittoria decisiva, mentre alleanze come la Three Brotherhood Alliance e gruppi armati etnici, tra cui l’Arakan Army, hanno rafforzato la propria presenza in aree strategiche, inclusi valichi di frontiera e regioni economicamente rilevanti. Questa frammentazione ha contribuito a trasformare il conflitto in una guerra a bassa intensità, ma ad alta persistenza, caratterizzata da bombardamenti aerei, attacchi contro infrastrutture civili e una crescente militarizzazione della vita quotidiana.
Un passaggio particolarmente controverso è stato rappresentato dalle elezioni organizzate dalla giunta militare tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Il voto, che ha visto il successo del partito filo-militare Union Solidarity and Development Party (USDP), è stato ampiamente condannato dalla comunità internazionale e da numerosi attori regionali, inclusi diversi membri dell’ASEAN. Le consultazioni si sono svolte in un contesto di repressione politica, esclusione delle opposizioni e limitazioni severe delle libertà civili, sollevando dubbi sulla loro legittimità e rafforzando l’idea che il processo elettorale sia stato utilizzato come strumento di consolidamento del potere militare piuttosto che come reale apertura democratica.
Sul piano regionale, il fallimento del Five-Point Consensus promosso dall’ASEAN evidenzia i limiti degli strumenti diplomatici a disposizione dell’organizzazione. Nonostante gli sforzi per favorire il dialogo e una de-escalation della violenza, la giunta ha continuato a privilegiare una strategia coercitiva, riducendo ulteriormente lo spazio per una mediazione efficace. Questa impasse ha contribuito a mantenere il Myanmar in una condizione di isolamento politico parziale, senza tuttavia tradursi in una riduzione delle capacità militari del regime.
Le conseguenze umanitarie del conflitto restano drammatiche. Secondo le Nazioni Unite, oltre un terzo della popolazione necessita di assistenza umanitaria, mentre milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. La crisi dei Rohingya, lungi dall’essere risolta, continua a rappresentare una ferita aperta: oltre un milione di rifugiati rimane in Bangladesh, mentre le prospettive di un ritorno sicuro e volontario appaiono sempre più remote. Parallelamente, i procedimenti in corso presso la Corte Internazionale di Giustizia, relativi alle operazioni militari del 2017, mostrano quanto sia complesso tradurre le violazioni dei diritti umani in responsabilità giuridica concreta.
In questo contesto di paralisi diplomatica, assume particolare rilievo l’iniziativa avviata da Timor-Leste, che ha aperto procedimenti legali contro la giunta militare del Myanmar sulla base del principio di giurisdizione universale. Si tratta di un passo senza precedenti all’interno dell’ASEAN e di un segnale potenzialmente significativo sul piano della responsabilità internazionale, soprattutto in un momento in cui i meccanismi multilaterali tradizionali appaiono incapaci di produrre risultati tangibili.
Dal punto di vista geopolitico, il conflitto in Myanmar continua inoltre a intersecarsi con dinamiche più ampie di competizione regionale. Nonostante le sanzioni occidentali, la giunta è riuscita a mantenere linee di approvvigionamento militare, incluse forniture strategiche come il carburante per l’aviazione, sfruttando reti opache e canali informali. Questo elemento evidenzia i limiti delle misure restrittive nel modificare il comportamento di regimi isolati, ma ancora funzionali sul piano militare.
A oltre cinque anni dal colpo di Stato, il Myanmar rimane dunque intrappolato in una guerra senza una chiara via d’uscita. L’assenza di una strategia internazionale coerente e condivisa rischia di trasformare una crisi interna in una fonte duratura di instabilità per l’intero Sud-Est asiatico. In questo senso, il caso birmano continua a mettere alla prova la capacità della comunità internazionale di affrontare conflitti prolungati in contesti segnati da frammentazione armata, crisi umanitarie e progressiva erosione delle norme internazionali.
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