Solamente tre decenni fa, sarebbe stato impossibile immaginare la possibilità di esercitare da casa una professione normalmente svolta in ufficio. I progressi eccezionalmente rapidi della tecnologia hanno permesso di trasformare questa ipotesi remota in realtà, contribuendo anche a creare nuovi termini del gergo lavorativo, quali “smart working”, “remote working” e “lavoro agile”.
Lavoro da remoto: i pro e i contro
Sebbene tale modalità di lavoro abbia permesso a molti lavoratori di gestire in maniera più flessibile le proprie mansioni e sia tornata utile in particolar modo durante gli anni della pandemia, è possibile richiamare anche un fenomeno dagli effetti più negativi: la percezione, dichiarata da un cospicuo gruppo persone, di un mancato distacco tra l’orario lavorativo e il tempo dedicato alla vita privata e ai propri interessi, come se il lavoro - sotto forma di mail, messaggi e chiamate - inseguisse le persone ovunque si trovino. Di conseguenza, la demarcazione tra lavoro e vita privata è divenuta sempre più sottile, con effetti sull’equilibrio vita-lavoro (il c.d. work-life balance) e sulla salute fisica e mentale.
In particolare, negli ultimi anni, le voci di quanti denunciano questa situazione si stanno facendo sempre più sentire, tanto che è molto probabile, per un assiduo frequentatore dei social network, aver letto frequenti inviti a una vera e propria “disconnessione”, sull’onda di una nuova etica del lavoro che non intende sottovalutare l’importanza di dedicare una parte della giornata - e della vita - ai propri affetti o ad attività differenti dal lavoro.
Verso una regolamentazione del diritto alla disconnessione
Il Parlamento europeo, durante gli anni più duri della pandemia, ha registrato come il 37% dei lavoratori nell’Unione abbia cominciato a svolgere le proprie mansioni da casa durante i periodi di lockdown. Di questi, il 27% afferma di aver lavorato oltre gli orari prefissati, superando i termini massimi consentiti dalla normativa europea in materia - la Working Time Directive - la quale stabilisce un tetto massimo di 48 ore lavorative a settimana e almeno 11 ore consecutive di riposo al giorno.
Nel gennaio 2021, il Parlamento europeo ha dunque adottato una risoluzione in cui si richiede alla Commissione di presentare un'iniziativa legislativa che disciplini il diritto dei lavoratori alla disconnessione, così come la creazione di standard minimi di tutela per il lavoro da remoto.
In particolare, il Parlamento ha posto l’attenzione su tre aspetti considerati fondamentali: il rispetto degli orari di lavoro da parte dei datori di lavoro, i quali non dovrebbero pretendere che i dipendenti siano a disposizione al di fuori dei turni prestabiliti; un'adeguata protezione dei lavoratori e la loro difesa da possibili vittimizzazioni; la possibilità di far rientrare eventuali attività di aggiornamento professionale (tramite corsi e seminari) all’interno degli orari di lavoro e non durante i giorni di riposo, a meno che non sia prevista una compensazione aggiuntiva.
Nella risoluzione, inoltre, si sottolinea l’importante ruolo che rivestono le organizzazioni di categoria e i sindacati (i c.d. “social partners”) nell’identificazione e nell’implementazione delle misure ritenute più idonee ad assicurare un ambiente di lavoro sicuro e rispettoso dei diritti dei lavoratori.
Dopo aver recepito le indicazioni del Parlamento europeo e dopo aver pubblicato uno studio che esplora le dinamiche sociali, economiche e giuridiche del lavoro da remoto, la Commissione europea nell’aprile 2024 ha lanciato una prima fase di consultazioni con le parti sociali, chiamate a esprimere i loro punti di vista circa le possibili modalità di azione dell’Unione europea.
A un anno di distanza, nel mese di luglio 2025 la Commissione ha lanciato la seconda fase di consultazioni, in cui si chiede in particolare alle parti sociali di condividere le loro impressioni sul diritto alla disconnessione, sulla creazione di un ambiente di lavoro da remoto che possa definirsi giusto e di qualità e sulle relative ripercussioni in materia di sicurezza e salute.
Le associazioni di categoria e i sindacati avranno tempo di rispondere fino al 6 ottobre 2025, evidenziando gli aspetti su cui si ritiene sia fondamentale intervenire al fine di tutelare maggiormente le categorie coinvolte ed eliminare una cultura imprenditoriale che chiede ai lavoratori di essere “sempre connessi”.
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L'Autore
Giulia d'Angelis
Giulia d’Angelis è nata a Fondi (LT) nel 2000. Ha frequentato il corso di Laurea Triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali presso La Sapienza, Università di Roma, e si è laureata nell’ottobre 2022 con una tesi sulla Presidenza Sassoli. Ha poi frequentato il corso di Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali e Istituzioni Sovranazionali, presso la medesima Università, laureandosi nell’ottobre 2024 con una tesi sull'allargamento dell'Unione europea. Da sempre appassionata di attualità internazionale, sta approfondendo in particolare l’analisi dell’Unione europea e delle sue politiche, concentrandosi anche sulla proiezione esterna dell’Unione e sui paesi candidati all’adesione nell’Ue.
Attualmente fa parte di Mondo Internazionale come Autrice presso Mondo Internazionale Post - Organizzazioni Internazionali, dove ha modo di analizzare nello specifico le politiche europee e il loro impatto.
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