Con Park Chan-wook l’immagine non si limita a raccontare: firma. È un timbro impresso nell’inquadratura, un modo di stare dentro la luce che si riconosce ancora prima di “capire” cosa stia succedendo. Il cinema, nelle sue mani, smette di essere soltanto narrazione e torna a essere una prova ottica: un gesto fotografico che prende per gli occhi e costringe a guardare secondo le Sue regole. È lo stesso automatismo con cui la mia generazione, cresciuta davanti alla TV, separa in mezzo secondo un vecchio anime da un prodotto d’animazione occidentale. Non è un ragionamento, è un riflesso: una linea, un taglio, una grammatica visiva che appartiene a un mondo e lo rivela all’istante. Chan-wook lavora lì, su quel confine invisibile tra il riconoscere e il ricordare, dove lo stile diventa identità e l’identità diventa destino dell’immagine.
È da questo punto, dal riconoscimento che precede la comprensione, che si entra in No Other Choice, l’ultimo film del sudcoreano, una pellicola che è il trionfo della latensificazione antoniana, un film dove le azioni del protagonista si uniscono alla transizione, creando una fluidità inaudita: un lungometraggio dove il racconto si mescola con il mezzo e appare sullo schermo, sempre attraverso quella luce che prima imprime e poi restituisce.
Il suo ultimo film è un capolavoro e, proprio per questo, colpisce che venga ancora letto con quel riflesso un po’ prevedibile di chi, per distinguersi, preferisce prendere le distanze. Qui non c’è un esercizio di stile fine a se stesso: c’è un’opera piena, che arriva in coda a una carriera prolifica e dopo un titolo distribuito appena due anni fa, passato in sordina alle orecchie del grande pubblico.
La nuova pellicola si presenta con la stessa carica dirompente che aveva avuto Parasite: un film sudcoreano capace di ribaltare l’immaginario occidentale. Arriva a Venezia e stupisce. Arriva sullo schermo e stupisce. Non per un semplice colpo di scena, ma per la precisione con cui trasforma un contesto sociale in motore narrativo.
La trama, a prima vista, sembra “la stessa” di molte storie del paese asiatico: una società basata sul lavoro, dove chi agisce è quasi il contesto, perché chi subisce finisce per diventare attivo in modo distorto. L’individuo prova a muoversi, ma le sue azioni non riescono a smuovere il pantano del non lavoro in cui si trovano. E allora serve un cambiamento. Una svolta che non avrebbe nulla di eroico e nulla di edificante, se non fosse che il nostro protagonista decide che “se non posso lavorare nel settore della carta perché non ci sono posti, farò in modo che quei posti si liberino per me”. Farò in modo di continuare la mia vita “come se nulla fosse”.
“Come se nulla fosse” agli occhi di chi è fuori dal nucleo familiare, di chi non conosce cosa c’è sotto l’albero di mele a fine film, di chi non sa che, per Man-soo, il lavoro, in cartiera è tutto, così come per la società sudcoreana. Tutto, al punto da portarti a diventare un assassino.
Ed è qui che Park riscrive il thriller moderno. Man-su diventa un assassino, ma non è in grado di esserlo nel modo in cui il genere, per decenni, ci ha abituati a immaginarlo. Non sa tenere in mano una pistola. Non sa nascondersi “nella maniera giusta”. Non sa persuadere. Non sa incarnare quella freddezza monolitica che, nel cliché, riduce l’assassino a due sole cose: controllo e uccisione.
E Man-su conserva ancora qualcosa di incompatibile con l’idea classica del killer: l’empatia. Arriva persino a tentare in ogni modo di portare fuori Koo Beom-mo dalla casa, non per una strategia impeccabile, ma per non far scoprire il tradimento della moglie. Un gesto che un “normale assassino”, nella grammatica più stereotipata del thriller, non farebbe mai.
Quell’impacciatezza non è un dettaglio: diventa segno del tempo. L’impacciatezza contraddistingue la società di oggi, l’incapacità di vivere fino in fondo, l’incapacità di fare davvero quelle cose che — forse — prima un essere umano, con freddezza e risolutezza, avrebbe fatto pur di riuscire a mangiare.
Qui la necessità produce incompetenza, produce spaesamento, goffaggine, errori. E proprio questi errori fanno salire la tensione, perché l’intreccio non procede come una linea retta: inciampa, devia, si aggroviglia, si sporca. Il thriller moderno, in questa forma, non è il racconto di un professionista del male: è la cronaca di un uomo trascinato a forza dentro un destino per cui non è fatto.
Forse, è anche questo ciò che differenzia questa pellicola “parkiana” dal film di Joon-ho. Lì la famiglia trama e, in qualche modo, ne gode, almeno fino a un certo punto: c’è un piacere del gioco, una lucidità del piano, un’energia collettiva che trasforma l’inganno in sistema.
Il padre, invece, si incattivisce piano piano perché deve, non perché vuole. Si indurisce per necessità, non per vocazione. E quando arriva il prezzo, resta l’idea che non l’abbia fatto senza strascichi, senza una comprensione dolorosa dentro la famiglia.
Il regista rende ancora più amare e atroci le azioni di Man-su, che non porta il peso da solo, ma che inconsapevolmente l’ha caricato su tutta la sua famiglia, quella che voleva proteggere e rialzare con le azioni che ha compiuto.
Non è un trionfo dell’astuzia: è la deformazione di una vita ordinaria, spinta oltre il limite da una società in cui il lavoro non è solo mezzo, ma identità, valore, diritto di esistere.
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Fonte immagine:
Marie Claire Korea, CC BY 3.0 , via Wikimedia Commons
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L'Autore
Jacopo Cantoni
Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.
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