Il paradosso delle migrazioni nel continente
Il fenomeno migratorio risulta essere da anni al centro del dibattito internazionale ed europeo, senza però porre particolare attenzione alla migrazione interna. Ecco che il ‘’migrante’’ definito dall’occidente, è invece un ‘’esule in patria’’ o, come da definizione nel diritto internazionale, ‘’sfollato interno’’ nel continente africano.
I dati odierni suggeriscono, infatti, che questi ultimi risultano essere recentemente aumentati sproporzionalmente a causa delle molteplici crisi attualmente in corso in Africa.
L’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC), fondamentale centro di monitoraggio internazionale con sede a Ginevra, ha stimato nel Global Report on Internal Displacement del 2025, riguardo la situazione di sfollamento interno, che circa 38,8 milioni di persone sono in fuga ma non varcano le frontiere: essi costituiscono circa la metà degli sfollati mondiali dell’anno di riferimento.
Alexandra Bilak, Direttrice dell’IDMC, ha definito lo sfollamento interno come «il luogo in cui conflitti, povertà e clima si scontrano, colpendo più duramente i più vulnerabili. Questi ultimi numeri dimostrano che lo sfollamento interno non è solo una crisi umanitaria; si tratta di una chiara sfida politica e di sviluppo, che richiede molta più attenzione di quanta ne riceva attualmente».
Per definizione, come menzionato, gli sfollati interni sono coloro che sono costretti a fuggire dalle loro case per molteplici cause, tra le quali violenze, disastri, crisi di qualsiasi tipo, e i molteplici conflitti globali e regionali attualmente presenti in Repubblica Democratica del Congo, Palestina, Sudan e Libano - per citarne alcuni. È bene porre attenzione anche a coloro che vivono in una condizione di sfollamento interno da decenni in Paesi come Afghanistan, Siria, Yemen e Colombia.
È un fenomeno in continua crescita, soprattutto nel continente africano, a causa dell'ampia varietà di fattispecie, tra le quali quelle menzionate: sempre l’IDCM ha evidenziato che 23 Paesi africani sono particolarmente interessati da un grande numero di profughi, che risulta triplicato rispetto a 15 anni prima.
Ad oggi sono emerse nuove dinamiche che incidono sulla regione: basti pensare alla forte instabilità politica e alle gravi crisi economiche e climatiche. La forte pressione demografica si rispecchia nel tasso di crescita della popolazione - del 2,5% annuo - e, inoltre, nel fatto che più della metà della popolazione abbia meno di 25 anni: ciò comporta che l'aspirazione a cercare opportunità altrove, definita dal termine nigeriano japa, sia sempre più comune e diffusa.
In sintesi, la migrazione non è un’emergenza ‘’da contenere’’, ma una risposta strutturale ai cambiamenti demografici, sociali, climatici e alla sicurezza nel Sahel e nel Corno d’Africa.
I dati più recenti, insieme a quelli forniti dal Centro di Monitoraggio, provengono dall’UNHCR e dall’International Organization for Migration (IOM) delle Nazioni Unite, la quale ha recentemente pubblicato il World Migration Report 2026. Al suo interno viene riportata la tendenza della popolazione dell’Africa Subsahariana a spostarsi all’interno del continente o dentro i confini nazionali: di fatto, solo il 3% della popolazione africana totale vive al di fuori del proprio Paese e, nel 2024, si stima che circa 25 milioni di migranti vivano in un altro Paese del continente.
Per dare un volto alla quota più drammatica dello sfollamento interno, causato da conflitti e disastri climatici, è sufficiente guardare i dati di tre Paesi particolarmente soggetti, come la Repubblica Democratica del Congo, il Sudan e la Somalia. Ebbene, si parla rispettivamente di 5, 3,7 e 2,9 milioni di migrazioni interne per ogni Paese - i primi due. in particolare, a causa del conflitto nella regione, con conseguenze umanitarie molto gravi.
I due motori del movimento
Il primo grande fattore che spinge a spostarsi è certamente la situazione geopolitica della regione.
Basti prendere come esempio il conflitto in Sudan, il quale non è più confinato nelle profondità del deserto del Sahel, ma si è espanso verso sud: le milizie jihadiste utilizzano le aree rurali e di frontiera per rifornirsi, reclutare e riorganizzare, con la conseguenza che le popolazioni civili, trovandosi schiacciate tra le violenze degli insorti e le controffensive degli eserciti nazionali, non hanno altra scelta che spostarsi verso zone più sicure.
Anche i cosiddetti ‘’Paesi cerniera’’, ossia Benin, Togo, Costa d’Avorio e Ghana - considerati fino a poco tempo fa Paesi stabili e motori economici - sono ad oggi terreno di scontri, a causa del disequilibrio tra le risorse presenti nelle zone settentrionali più povere e il forte afflusso di sfollati. Lo scontro deriva dalla progressiva militarizzazione dei confini e, congiuntamente, dal cambiamento della percezione da parte della popolazione locale: se precedentemente vigeva una sorta di solidarietà panafricana, gli sfollati sono sempre più visti con sospetto dalle comunità locali, che temono un aumento della competizione per le scarse risorse disponibili.
Il secondo fattore è dato, invece, dal cambiamento climatico che colpisce particolarmente la zona; se si tiene in considerazione che l’economia del Corno d’Africa poggia storicamente sulla pastorizia e sull’agricoltura di sussistenza, allora non risulta difficile determinare le difficoltà derivate dalle molteplici ondate di siccità e inondazioni susseguitesi negli anni. La perdita da ciò derivata non è solo economica, ma soprattutto identitaria. Le siccità del 2025 e del 2026 sono state così intense al punto che la ripresa risulta impossibile e, di conseguenza, la sopravvivenza di intere famiglie si basa sull’abbandono della vita rurale per spostarsi verso la città.
Il dilemma: lo scontro tra sovranità e integrazione, e le sfide internazionali
Il cuore del dilemma risulta essere la tensione costante tra la necessità immediata e quotidiana di sicurezza di ogni Paese, e una visione di unione strategica e di integrazione panafricana nel lungo periodo.
Le reazioni comuni dei singoli Stati per far fronte a situazioni di pericolo sono, come già citato, la militarizzazione delle frontiere e la diversa percezione del migrante, il quale viene visto come minaccia e concorrenza per le risorse.
Dall’altro lato, l’Agenda 2063 dell’Unione Africana si fonda sulla comune visione di ‘’integrare per prosperare’’. L’Agenda, piano strategico dell’UA volto a trasformare l’Africa in una potenza globale attraverso l'integrazione, si fonda sul pilastro fondamentale che è il Protocollo sulla libera circolazione. L’Unione sostiene quindi che il movimento di persone sia di fatto motore necessario per il mercato unico africano, ulteriore passo verso un’Africa più interconnessa e capace di valorizzare i propri talenti.
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L'Autore
Anna Pasquetto
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Migranti africa subsahariana