Il 24 febbraio 2022 non ha segnato solo l’inizio di un conflitto militare su larga scala, ma il culmine di un'operazione decennale che ha permesso al Cremlino di istituire un ecosistema informativo capace di definire e ristrutturare la realtà percepita, sia all’interno che all’esterno della Russia, fino a renderla funzionale al conflitto. In questo senso, l’invasione dell’Ucraina non può essere vista come una mera operazione militare, bensì come l’esito di un’architettura narrativa tesa a giustificare l’aggressione e a legittimare le decisioni dei vertici russi.
All’interno di questo sistema, la comunicazione ha giocato un ruolo chiave e di supporto. Fin dall’inizio, Mosca ha imposto un costrutto semantico ben preciso – il termine “Operazione Militare Speciale” (SMO). Questa scelta lessicale non è neutra, ma richiama una strategia terminologica per cui la percezione di conflitto appare minimizzata, trasmettendo l’idea di un’azione limitata, tecnica e chirurgica, lontana da un’invasione su larga scala – più difficilmente giustificabile di fronte all'opinione pubblica. Per riprodurre questa narrativa, il Cremlino ha reso illegale l’utilizzo della parola “guerra”. Inoltre, a partire da marzo 2022, con l’introduzione degli articoli 207.3 (diffusione di “fake news” sulle forze armate) e 280.3 (discredito dell’esercito) nel Codice Penale, la diffusione di informazioni “non ufficiali” è punibile con pene fino a quindici anni di reclusione. Definendo per legge che l’unica “verità” viene veicolata attraverso i media statali, lo Stato ha criminalizzato il giornalismo indipendente: i casi di Aleksei Gorinov – condannato a sette anni per aver definito l’operazione russa in Ucraina un atto di “guerra” – e di Maria Ponomarenko – condannata per aver diffuso contenuti riguardanti il bombardamento del teatro di Mariupol – rappresentano l'inasprirsi della postura repressiva adottata da Mosca, per cui il significato stesso delle parole diventa proprietà dello Stato. Conseguenza di questa atmosfera è stata una progressiva autocensura dei media russi, costretti a omologarsi al “Newspeak” di Stato che dipinge le sconfitte militari come “raggruppamenti” e le ritirate come “gesti di buona volontà”.
Questo controllo verticale, generalmente riscontrabile all’interno dei media tradizionali (televisione, radio, giornali), è affiancato da forme di orizzontalità controllata che si sviluppano all’interno di un contesto digitale sempre più frammentato. Le piattaforme social, tra cui Telegram, rappresentano un trampolino di lancio per i cosiddetti “Z-bloggers” – attori digitali, spesso radicali e critici rispetto alle gerarchie militari, in grado di intercettare giovani e promuoverne la mobilitazione. Essi offrono narrazioni apparentemente “autentiche”, contraddistinte da una duplice funzione: mantenere una forma di partecipazione orizzontale controllata nello spazio pubblico e normalizzare l’idea di un “conflitto totale”. Attraverso questi canali, il Cremlino è in grado di mantenere una mobilitazione emotiva costante e sorvegliare segmenti di popolazione che condividono narrazioni estreme, potenzialmente pericolose per la tenuta del regime.
Da un punto di vista puramente simbolico, la legittimazione morale dell’intervento russo si è basata sull’attivazione della “memoria della Grande Guerra Patriottica”, etichettando la leadership ucraina come una “giunta neonazista” – equiparando i soldati ucraini alle SS e le milizie russe ai liberatori – in modo da provocare risonanze emotive profonde negli animi della società. Parallelamente, il Cremlino ha promosso un’azione di revisionismo storico, in cui l’Ucraina viene descritta come una “fabbricazione leninista” e come “errore” – un’entità la cui statualità non è considerata legittima. Tale narrazione nega dunque il diritto all’esistenza dello Stato ucraino e giustifica l’invasione come una missione di “recupero di terre storiche” e di protezione del “mondo russo” (Russkiy Mir): in questo contesto, ogni tentativo diplomatico e la negoziazione di ogni compromesso rischia di apparire come un atto di tradimento nei confronti della Patria.
Un’altra strategia comunicativa ampiamente utilizzata da Mosca è quella degli “alibi informativi”, ossia la diffusione preventiva di versioni alternative volte a neutralizzare future accuse e coprire potenziali violazioni del diritto internazionale. Un caso emblematico è rappresentato dal bombardamento dell’ospedale di Mariupol: diversi giorni prima dell’attacco, vari funzionari russi, attraverso i media statali, avevano dichiarato che la struttura fosse una base militare ucraina. Dinamiche simili si sono verificate in occasione di altri eventi drammatici, come la distruzione della diga di Nova Kakhovka e il massacro di Olenivka.
Sul piano internazionale, invece, il Cremlino ha attivato il paradigma della “fortezza assediata” in modo da legittimare le proprie azioni militari: la Russia viene sistematicamente rappresentata come vittima di un progressivo accerchiamento orchestrato da organizzazioni internazionali occidentali, tra cui la NATO. Questa prospettiva presenta l’invasione come un atto “preventivo e difensivo”, necessario al fine di garantire la sopravvivenza dello Stato nazionale e la protezione del territorio. Questa retorica, negli ultimi anni, ha avuto ampia risonanza nel Sud Globale, al quale la Russia spesso si indirizza presentandosi come leader di un movimento transnazionale in grado di resistere e reagire al “colonialismo” e al “bullismo” occidentale. Sfruttando i risentimenti post-coloniali in Africa e America Latina, canali russi fruibili gratuitamente e globalmente promuovono un ordine internazionale “multipolare” basato sulla protezione dei “valori tradizionali”, messi in pericolo dalla globalizzazione e dall'interdipendenza promossa dalle potenze occidentali.
Nonostante il consolidamento di un sistema informativo repressivo, nel 2025 alcune rilevazioni russe sull’opinione pubblica hanno mostrato segnali di “demobilitazione” all’interno della società. Anche se la lealtà rimane alta da un punto di vista formale – aggirandosi attorno all’80% – questa è spesso legata ad apatia, paura delle sanzioni e mancanza di alternative: gran parte della popolazione russa, sebbene formalmente e simbolicamente approvi la figura di Vladimir Putin, mostra un crescente desiderio di negoziati di pace risolutivi e una consistente opposizione a nuove mobilitazioni militari da parte di Mosca nei confronti di Kiev.
In questo scenario, a ormai quattro anni dall’inizio del conflitto, l’anniversario del 24 febbraio non può essere considerato una mera ricorrenza militare: si tratta della riaffermazione di un modello di potere che non punta alla coerenza logica ma alla saturazione informativa, in cui nulla è più pienamente accertabile e tutto diventa politicamente possibile. Con l’affermazione di questa architettura, la comunicazione politica appare sostituita dalla propaganda, la storia dal mito e la guerra si trasforma in uno strumento funzionale alla legittimazione del potere centrale.
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