Omnibus I: il compromesso che ridisegna la transizione europea
Dopo che il disegno di legge Omnibus I, presentato lo scorso febbraio come punta di diamante dell’agenda della seconda Commissione von der Leyen per semplificare la burocrazia delle imprese europee, era stato bocciato nella plenaria di Strasburgo di Ottobre, gli eurodeputati hanno avuto un mese per ridefinire coalizioni, strategie e compromessi. Con la votazione del 13 Novembre - 382 sì, 249 no e 13 astensioni - il Parlamento ha infine adottato la sua posizione negoziale sul pacchetto, approvando una significativa riduzione degli obblighi di rendicontazione sostenibile e della due diligence aziendale.
La rapidità con cui la Commissione è riuscita a ottenere prima il consenso del Consiglio sul target climatico del -90% entro il 2040 e ora il sostegno del Parlamento sull’Omnibus I sembra, a prima vista, testimoniare una fase di forte efficacia istituzionale. Tuttavia, è proprio questa votazione a essere percepita da diversi gruppi politici e organizzazioni ambientaliste come un possibile punto di incrinatura del Green Deal: un paradosso in cui la stessa Unione che rafforza i suoi obiettivi climatici finisce, allo stesso tempo, per indebolire parte dell’architettura normativa che dovrebbe sostenerli.
Cos’è il disegno di legge Omnibus e quali norme vuole semplificare
La spinta verso la semplificazione normativa affonda le sue radici nel rapporto di Mario Draghi, “Il futuro della competitività europea”, che ha rimesso al centro la necessità di un quadro regolatorio più snello, capace di ridurre gli oneri che pesano sulle imprese e rallentano gli investimenti. Tra i punti critici evidenziati spiccano la CSRD, la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità, e la CSDDD, che disciplina la due diligence lungo le catene del valore: strumenti considerati indispensabili per la transizione verde, ma anche complessi e costosi da implementare, soprattutto per le PMI.
Il segnale politico più forte è però arrivato qualche mese dopo, con la Dichiarazione di Budapest sul nuovo Patto europeo per la competitività. Qui i leader europei hanno chiesto apertamente una “rivoluzione della semplificazione”, fissando un obiettivo ambizioso: ridurre di almeno il 25% gli obblighi di rendicontazione entro la prima metà del 2025.
A questa richiesta la Commissione ha risposto con una nuova cornice strategica, la comunicazione “Un’Europa più semplice e più veloce”, che inaugura un programma di attuazione e semplificazione pensato per produrre miglioramenti rapidi e tangibili per cittadini e imprese. Nella comunicazione, Bruxelles è esplicita: l’UE non può più permettersi interventi incrementali, ma ha bisogno di un’azione coraggiosa che razionalizzi e snellisca l’architettura normativa, a tutti i livelli.
In questo contesto quindi la Commissione ha ideato 6 pacchetti organici di semplificazioni strutturali: Omnibus I dedicato alla sostenibilità, Omnibus II sugli investimenti , Omnibus III sull'agricoltura, Omnibus IV sul mercato unico , Omnibus V sulla difesa e Omnibus V sui prodotti chimici.
Omnibus I il primo pacchetto di semplificazioni presentato a febbraio 2025, ha quindi questo obiettivo: intervenire su tassonomia, reporting di sostenibilità e obblighi di due diligence per contenere costi e burocrazia.
La proposta iniziale prevedeva un restringimento significativo della platea delle imprese soggette alla CSRD, limitandola solo a quelle con oltre 1.000 dipendenti (contro l’attuale soglia di 250), mantenendo invariata la soglia della CSDDD. Prima della votazione, infatti, la due diligence si applicava alle imprese con più di 1.000 dipendenti e 450 milioni di fatturato globale, mentre la CSRD obbligava le aziende oltre i 250 dipendenti a rendicontare i propri impatti ambientali e sociali secondo criteri ESG uniformi.
Le imprese soggette erano tenute a integrare la due diligence nelle strategie aziendali, valutare gli impatti lungo le filiere, chiedere garanzie ai partner commerciali e adottare piani di transizione compatibili con l’obiettivo di 1,5 °C. La vigilanza restava in capo alle autorità nazionali, con poteri sanzionatori fino al 5% del fatturato globale e responsabilità civile per eventuali violazioni.
Il cuore dell’Omnibus è quindi chiaro: meno imprese obbligate, meno requisiti, più snellezza. Una riscrittura della sostenibilità aziendale che promette flessibilità alle imprese, ma che secondo molti rischia di ridimensionare uno dei pilastri regolatori del Green Deal.
Come si è arrivati all’ultima votazione
La votazione del 13 Novembre non è arrivata dal nulla: l’Omnibus I era già stata portata in aula a Ottobre, in un primo tentativo finito con un esito che ha colto di sorpresa buona parte dell’emiciclo. Lo shock è stato soprattutto per i gruppi centristi - PPE, Renew e Socialisti - che, dopo mesi di trattative e divisioni interne, erano riusciti a chiudere un compromesso all’ultimo minuto. Da un lato la sinistra, contraria alle riduzioni profonde proposte dalla Commissione; dall’altro l’estrema destra, determinata a smantellare completamente i due strumenti. In mezzo, il fragile equilibrio raggiunto: 1.000 dipendenti e 450 milioni di fatturato per la CSRD; 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi per la CSDDD.
In aula, però, quell’accordo è crollato con una maggioranza minima, complice il voto segreto e diverse defezioni interne, in particolare tra i socialisti. Secondo vari osservatori, a far saltare il banco sarebbe stato il gruppo Patriots, che avrebbe votato contro per spingere verso una versione ancora più radicale e ottenere ulteriori semplificazioni.
Da quel momento gli equilibri sono cambiati rapidamente. Il PPE, per anni pilastro del “cordone sanitario” che escludeva l’estrema destra dai compromessi parlamentari, ha scelto di cambiare strategia: presentare un nuovo pacchetto di emendamenti e cercare i numeri proprio a destra. La mossa ha funzionato. Le proposte di riduzione più drastiche sono passate grazie all’asse PPE–Conservatori–Patriots, mentre le alternative di Socialisti, Renew e Verdi non hanno avuto alcun margine di negoziazione.
La posizione finale votata dal Parlamento ricalca quasi integralmente la linea dura emersa in Ottobre: soglia a 1.750 dipendenti e 450 milioni per la CSRD, fortemente influenzata dal cambio di rotta del PPE, e 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi per la CSDDD, con l’eliminazione dell’obbligo di predisporre piani di transizione e lo spostamento della responsabilità civile dal livello UE a quello nazionale.
Un esito che segna uno dei più significativi arretramenti sul fronte normativo della sostenibilità degli ultimi anni.
La svolta che preoccupa l’Europa
Secondo gli analisti politici e l’opposizione, il voto del 13 Novembre non è affatto una battuta d’arresto tecnica: è il segnale di un cambiamento politico strutturale. La rottura del tradizionale cordone sanitario (l’accordo politico non scritto tra i principali partiti di centro), che da vent’anni impediva ai gruppi di estrema destra di determinare i compromessi parlamentari, viene letta come il passaggio simbolico e sostanziale verso un nuovo asse politico europeo, fondato invece sul voto convergente del PPE con Conservatori e Patriots. Un asse che, secondo molti analisti, potrebbe condizionare l’intero ciclo legislativo della Commissione von der Leyen, già accusata di guardare sempre meno al Green Deal e sempre più verso la sua ala destra.
Le implicazioni non sono solo politiche, ma normative: gli emendamenti approvati indeboliscono alcuni cardini della CSDDD, eliminano obblighi di pianificazione climatica ritenuti essenziali e riallocano competenze cruciali, come la responsabilità civile, dal livello europeo a quello nazionale. Per ONG, think tank e osservatori, ciò rappresenta un duplice rischio. Da un lato, si abbassa sensibilmente la capacità dell’UE di monitorare in modo credibile gli impatti ambientali e sociali delle imprese; dall’altro, si apre un varco che potrebbe consentire ai settori a più alte emissioni, dalle compagnie petrolifere alla fast fashion, di operare con minori controlli. Mariana Ferreira (WWF) parla di “un passo indietro che trasforma la rendicontazione verde in un esercizio performativo”, mentre Olivier Guérin (Reclaim Finance) denuncia una “carta bianca alle multinazionali”. Per Swann Bommier (Bloom), il voto equivale addirittura a un “collasso etico”, in contraddizione con gli obiettivi climatici dell’UE per il 2040.
Il terzo fronte di preoccupazione riguarda le procedure: in particolare, lo è il rischio che Omnibus I, e gli altri pacchetti già presentati fino al futuro Digital Omnibus, diventino strumenti per aggirare valutazioni d’impatto, consultazioni pubbliche e principi fondamentali del diritto europeo. In una lettera del 10 Novembre, cento giuristi della Commissione Affari Giuridici del Parlamento (JURI) hanno avvertito che la Corte di giustizia potrebbe persino annullare la direttiva, qualificando le modifiche come una scorciatoia incompatibile con il principio di proporzionalità e con la Carta dei diritti fondamentali. L’approvazione di questo e degli altri Omnibus configurerebbe, secondo i firmatari, un “precedente legale pericoloso”.
Critiche analoghe erano già emerse a giugno, quando il CEPS aveva evidenziato l’uso crescente degli Omnibus per interventi non più solo tecnici, ma sostanziali mentre novanta economisti avevano avvertito del rischio di erodere diritti umani, sostenibilità e architettura del Clean Industrial Deal. Due analisti hanno sintetizzato così il problema: se l’eccezione diventa prassi, si apre la strada a una revisione regressiva dell’intero acquis climatico europeo.
In attesa dei negoziati con Consiglio e Commissione, resta la questione di fondo: l’UE saprà mantenere coerenza tra le proprie ambizioni climatiche e gli strumenti che le rendono possibili, o l’Omnibus I diventerà il primo passo verso una normalizzazione politica e procedurale che segnerà un arretramento strutturale del Green Deal?
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L'Autore
Elisa Parisi
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