Quando l’ESG diventa geopolitica

  Articoli (Articles)
  Alessia Bernardi
  07 ottobre 2026
  8 minuti, 34 secondi

La nuova disciplina europea sulla due diligence di sostenibilità interviene in un momento nel quale le catene energetiche europee stanno diventando sempre più extraterritoriali. Il problema non riguarda soltanto la capacità delle imprese di rispettare una norma europea, ma anche la possibilità di governare filiere che collegano consumatori europei, infrastrutture industriali e milioni di produttori nei Paesi africani. Nel caso degli agri-feedstock, la materia prima energetica nasce in sistemi agricoli caratterizzati da frammentazione produttiva, forte dipendenza dall’agricoltura e vulnerabilità climatica. La questione ESG diventa quindi geopolitica: chi controlla dati, standard e relazioni lungo la filiera acquisisce maggiore capacità di gestire anche il rischio energetico.

La Corporate Sustainability Due Diligence Directive, adottata dall’Unione europea nel 2024, nasce con l’obiettivo di integrare i rischi relativi ai diritti umani e all’ambiente nei processi decisionali delle grandi imprese. Il quadro è stato modificato nel 2026 attraverso l’Omnibus I: gli Stati membri dovranno recepire la disciplina modificata entro il 26 luglio 2028, mentre l’applicazione delle nuove disposizioni alle imprese è prevista dal 26 luglio 2029. La prima pubblicazione annuale relativa alla due diligence è prevista per gli esercizi finanziari con inizio dal 1° gennaio 2030. Il rinvio non elimina il problema, ma sposta il periodo nel quale le imprese possono adeguare le proprie catene di approvvigionamento. È soprattutto la dimensione extraterritoriale a modificare la natura della compliance. Benché distante dal mercato europeo, se una filiera agricola localizzata in Kenya entra nella catena del valore di un’impresa soggetta alla normativa, condizioni di produzione, rischi ambientali e trattamento dei lavoratori diventano elementi della governance della filiera europea. Il caso africano è particolarmente significativo perché l’agricoltura rappresenta una delle principali infrastrutture economiche e sociali dei Paesi subsahariani. Secondo le stime dell'ILO riportate dalla Banca Mondiale, nel 2025 circa il 46% dell’occupazione in Kenya risultava ancora legata all’agricoltura, mentre il settore agricolo, forestale e della pesca rappresentava circa il 23,2% del PIL. Un investimento nella produzione di feedstock non interviene quindi soltanto su una materia prima, ma su un settore che coinvolge quasi un lavoratore su due e contribuisce a quasi un quarto della produzione economica nazionale.

Qui emerge la dimensione geopolitica. Se l’Europa costruisce una domanda stabile per determinate colture energetiche, può modificare incentivi economici, uso del suolo e rapporti di forza nelle economie produttrici. Se invece impone standard ESG senza creare capacità locale per rispettarli, rischia di rendere la filiera accessibile soprattutto agli operatori più grandi e capitalizzati. Il programma di agri-feedstock sviluppato da ENI in Kenya permette di osservare concretamente questa dinamica: il primo agri-hub di Makueni iniziò nel 2022 la produzione di olio vegetale destinato alla bioraffinazione italiana, mentre il modello è stato successivamente esteso attraverso ulteriori infrastrutture e una rete crescente di piccoli produttori, coinvolgendo oltre 130.000 agricoltori secondo i dati pubblicati dall’azienda. La cifra è rilevante perché mostra la scala del problema: quando una catena industriale europea si appoggia a decine di migliaia di piccoli produttori, il tradizionale modello di audit aziendale diventa insufficiente. Non è realistico pensare che un controllo burocratico centralizzato possa produrre da solo informazioni affidabili su reddito agricolo, condizioni di lavoro, uso di pesticidi, sicurezza, accesso alla terra o eventuale lavoro minorile. Il problema diventa quindi soprattutto informativo: occorre costruire la capacità di raccogliere e verificare dati lungo l’intera filiera, soprattutto se si considera la dinamica demografica africana. La Banca Mondiale stima che nei prossimi dieci anni circa 362 milioni di giovani entreranno nell’età lavorativa nell’Africa subsahariana, mentre le opportunità di lavoro previste saranno circa 151 milioni. Se l’industria energetica europea costruisce filiere agricole capaci di generare reddito locale, trasferimento tecnologico e accesso al mercato, queste possono diventare strumenti di stabilizzazione economica. Se invece l’integrazione rimane limitata all’esportazione di materia prima, si rischia di riprodurre una struttura dove il valore maggiore viene catturato a valle, mentre i Paesi produttori rimangono esposti alle oscillazioni di prezzo, clima e domanda esterna. Una seconda variabile riguarda la sicurezza alimentare. L’utilizzo di terreni degradati, colture intercalari e residui agricoli può ridurre la competizione con le colture alimentari, ma questo principio deve essere verificato sul terreno e non soltanto dichiarato a livello progettuale. L’impatto di una filiera energetica non può essere valutato esclusivamente attraverso la quantità di olio prodotto o le emissioni evitate: occorre considerare anche il costo opportunità della terra, la disponibilità d’acqua, gli effetti sui prezzi agricoli e la distribuzione del reddito lungo la catena.

Due strategie sono possibili. La prima è un approccio difensivo: ridurre il numero dei fornitori e concentrarsi su grandi operatori industriali già certificati. Dal punto di vista della compliance, il vantaggio è evidente: meno soggetti significano meno informazioni da raccogliere, meno audit e maggiore standardizzazione. Tuttavia, questa strategia trasferisce il controllo della filiera verso gli operatori economicamente più forti. I piccoli produttori possono essere esclusi perché il costo della certificazione e della tracciabilità supera la loro capacità finanziaria. La compliance diventerebbe così una barriera all’ingresso: la filiera sarebbe più semplice da governare, ma meno inclusiva e meno capace di generare valore nei territori produttivi. La seconda strategia mira a trasformare la frammentazione in un investimento infrastrutturale. L’impresa non elimina i piccoli produttori, ma costruisce attorno a loro una struttura di controllo attraverso agri-hub, sistemi digitali di registrazione, assistenza agronomica, formazione, laboratori per l’analisi dei terreni, monitoraggio satellitare e tracciabilità dei raccolti. La tecnologia può creare un registro verificabile della filiera, ma non può garantire che il dato inserito all’origine sia corretto; il vero investimento riguarda quindi la capacità locale di produrre informazioni affidabili. Il parametro più interessante non sarebbe dunque soltanto il numero di agricoltori coinvolti, ma la percentuale della filiera effettivamente tracciabile per poter indicare quale produttore ha fornito la materia prima, su quale terreno è stata prodotta, quali input sono stati utilizzati, quanto è stato pagato il produttore, quali erano le condizioni contrattuali, quali controlli sono stati effettuati e come sono state risolte eventuali violazioni. A questi indicatori dovrebbero affiancarsi metriche sociali come reddito medio dei produttori, partecipazione femminile, formazione, accesso ai servizi finanziari e numero di segnalazioni sociali risolte. In questo modo, l’ESG smetterebbe di essere prevalentemente una funzione di reporting e diventerebbe un sistema di intelligence economica sulla filiera.

La dimensione geopolitica emerge anche dal rapporto tra Europa e Africa. L’Unione europea non è l’unico attore interessato alle risorse agricole e alle infrastrutture energetiche africane. La competizione internazionale per mercati, materie prime, infrastrutture e capitale coinvolge numerosi attori esterni. In questo contesto, imporre standard elevati può diventare un elemento di forza europea soltanto se accompagnato da capitale, tecnologia e capacità istituzionale. Altrimenti gli standard europei possono essere percepiti nei Paesi partner come un costo unilaterale per accedere al mercato europeo, mentre altri investitori possono presentarsi con requisiti differenti. La politica europea verso le filiere energetiche africane deve quindi evitare di separare regolazione commerciale e politica estera. La raccomandazione principale è costruire un modello di due diligence territoriale, nel quale la compliance europea venga finanziata e organizzata anche nel Paese di produzione. Per le imprese significa investire non soltanto nella capacità produttiva, ma anche nella raccolta e verifica dei dati, nella formazione degli agricoltori e nei meccanismi di reclamo. Per le istituzioni europee significa accompagnare gli standard regolatori con strumenti di assistenza tecnica e finanziaria, evitando che la sostenibilità diventi una barriera che espelle i piccoli produttori dalle catene del valore. La sicurezza energetica europea non si costruisce quindi soltanto acquistando più materia prima, ma riducendo la vulnerabilità delle relazioni attraverso le quali quella materia prima viene prodotta. I 130.000 agricoltori coinvolti mostrano la scala potenziale della filiera; il 46% dell’occupazione agricola evidenzia quanto essa possa incidere sul tessuto economico keniano; il divario tra i 362 milioni di nuovi ingressi nell’età lavorativa e i circa 151 milioni di opportunità previste mostra invece la pressione demografica entro cui questi progetti dovranno operare. Il vero asset strategico non sarà dunque soltanto l’olio vegetale prodotto, ma la capacità di costruire una relazione stabile tra capitale europeo, produttori africani, istituzioni locali e standard internazionali. In questa prospettiva, la sostenibilità sociale diventa una componente della sicurezza energetica: una filiera che genera reddito, produce dati verificabili e mantiene un rapporto credibile con le comunità locali è anche meno esposta a interruzioni, contestazioni e instabilità politica.

Resta tuttavia una contraddizione. L’integrazione tra agricoltura africana e domanda energetica europea può creare reddito, occupazione, infrastrutture e nuovi mercati, offrendo contemporaneamente all’Europa una fonte aggiuntiva di materie prime per la transizione energetica. Dall’altro lato, si rischia che la stessa dinamica trasformi la terra africana in un’estensione della politica energetica europea, trasferendo fuori dall’Unione parte dei costi ambientali e sociali della transizione. Il confine tra sviluppo e dipendenza non è quindi stabilito dalla retorica della sostenibilità, ma dalla distribuzione concreta del valore lungo la filiera. Una filiera costruita esclusivamente sulla logica dell’estrazione rischia di riprodurre rapporti asimmetrici, con materia prima prodotta in Africa e valore aggiunto e tecnologia concentrati in Europa. Una filiera regolata esclusivamente dalla compliance rischia invece di diventare così costosa da escludere i piccoli produttori che dovrebbe integrare. La soluzione passa necessariamente attraverso un compromesso: più controllo, ma anche più investimenti; più standard, ma anche più trasferimento tecnologico; più tracciabilità, ma anche maggiore capacità produttiva locale. L’Europa non può chiedere alle economie africane di diventare semplicemente fornitori affidabili della propria transizione senza offrire una relazione economica sufficientemente vantaggiosa e duratura. Allo stesso tempo, i governi africani hanno interesse a evitare che la corsa ai feedstock energetici produca nuova dipendenza da un unico mercato o sottragga risorse alla sicurezza alimentare. La domanda fondamentale non è se la sostenibilità debba essere imposta o lasciata al mercato, ma chi pagherà il costo della transizione, chi ne raccoglierà i benefici e chi avrà il potere di stabilire le regole. È su questo terreno che la due diligence europea smette di essere soltanto una questione normativa e diventa una questione di politica internazionale. Se riuscirà a trasformarsi in investimenti, competenze e maggiore capacità locale, potrà rafforzare contemporaneamente la resilienza energetica europea e lo sviluppo dei Paesi produttori. Se invece rimarrà soltanto un sistema di certificazioni e controlli, il rischio sarà di costruire filiere impeccabili sulla carta ma fragili nel mondo reale.

Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2026

Condividi il post

L'Autore

Alessia Bernardi

Tag

ESG Geopolitica Energia Africa feedstock