Quando l’ESG diventa geopolitica

  Articoli (Articles)
  Alessia Bernardi
  07 October 2026
  10 minutes, 11 seconds

La nuova disciplina europea sulla due diligence di sostenibilità interviene in un momento nel quale le catene energetiche europee stanno diventando sempre più extraterritoriali. Il problema non riguarda soltanto la capacità delle imprese di rispettare una norma europea, ma la possibilità di governare filiere che collegano consumatori europei, infrastrutture industriali e milioni di produttori nei Paesi africani. Nel caso degli agri-feedstock, la materia prima energetica nasce infatti dentro sistemi agricoli caratterizzati da elevata frammentazione produttiva, forte dipendenza dall’agricoltura e vulnerabilità climatica. La questione ESG diventa quindi una questione geopolitica: chi riesce a controllare dati, standard e relazioni lungo la filiera acquisisce maggiore capacità di controllare anche il rischio energetico.

La Corporate Sustainability Due Diligence Directive, adottata dall’Unione europea nel 2024, nasce con l’obiettivo di portare i rischi relativi ai diritti umani e all’ambiente dentro i processi decisionali delle grandi imprese. Il quadro normativo è stato tuttavia modificato nel 2026 attraverso l’Omnibus I: gli Stati membri dovranno recepire la disciplina modificata entro il 26 luglio 2028, mentre l’applicazione delle nuove disposizioni alle imprese è prevista dal 26 luglio 2029. La prima pubblicazione annuale relativa alla due diligence è prevista per gli esercizi finanziari che iniziano dal 1° gennaio 2030. Il rinvio non elimina dunque il problema, ma sposta in avanti la finestra temporale nella quale le imprese possono adeguare le proprie catene di approvvigionamento. È soprattutto la dimensione extraterritoriale a modificare la natura della compliance: una filiera agricola localizzata in Kenya non diventa irrilevante perché distante dal mercato europeo. Se entra nella catena del valore di un'impresa soggetta alla normativa, le condizioni di produzione, i rischi ambientali e le modalità con cui vengono trattati i lavoratori diventano elementi di governance della stessa filiera europea.

Il caso africano è particolarmente significativo perché l’agricoltura non rappresenta un settore marginale dell’economia regionale, ma una delle principali infrastrutture sociali dei Paesi subsahariani. Nel 2025 circa il 46% dell’occupazione in Kenya risultava ancora legata all’agricoltura secondo le stime ILO riportate dalla Banca Mondiale, mentre il settore agricolo, forestale e della pesca rappresentava circa il 23,2% del PIL keniano. Questo significa che un investimento nella produzione di feedstock non interviene semplicemente su una materia prima: interviene su un settore che coinvolge quasi un lavoratore su due e che contribuisce a quasi un quarto della produzione economica nazionale. È qui che emerge la dimensione geopolitica della questione. Se l’Europa costruisce domanda stabile per determinate colture energetiche, può contribuire a modificare incentivi economici, uso del suolo e rapporti di forza all’interno delle economie produttrici. Allo stesso tempo, se impone standard ESG senza creare capacità locale per rispettarli, rischia di rendere la filiera accessibile soltanto agli operatori più grandi e capitalizzati. Il programma di agri-feedstock sviluppato da ENI in Kenya aiuta in tutto questo poiché, per esempio, permette di osservare concretamente questa dinamica. Il primo agri-hub di Makueni ha iniziato nel 2022 la produzione di olio vegetale destinato alla bioraffinazione italiana, mentre il modello è stato successivamente esteso attraverso ulteriori infrastrutture e una rete crescente di piccoli produttori. Secondo i dati pubblicati dall’azienda, il programma ha coinvolto cumulativamente oltre 130.000 agricoltori. La cifra è rilevante non tanto per il suo valore assoluto, quanto perché mostra la natura del problema: quando una catena industriale europea si appoggia a decine di migliaia di piccoli produttori, il tradizionale modello di audit aziendale diventa insufficiente. Non è realistico immaginare che un controllo burocratico centralizzato possa produrre da solo informazioni affidabili su reddito agricolo, condizioni di lavoro, utilizzo di pesticidi, sicurezza sul lavoro, accesso alla terra o eventuale presenza di lavoro minorile. Il problema diventa quindi quello della capacità informativa. Questo elemento acquista ancora maggiore peso se inserito nel quadro demografico africano. La Banca Mondiale stima che nei prossimi dieci anni circa 362 milioni di giovani entreranno nell’età lavorativa nell’Africa subsahariana, mentre le opportunità di lavoro previste sarebbero circa 151 milioni. Il divario non è soltanto una questione sociale: rappresenta una delle principali variabili geopolitiche dell’area. Se l’industria energetica europea costruisce filiere agricole capaci di generare reddito locale, trasferimento tecnologico e accesso al mercato, queste filiere possono diventare strumenti di stabilizzazione economica. Se invece l’integrazione rimane limitata all’esportazione di materia prima, il rischio è di riprodurre una struttura nella quale il valore maggiore viene catturato a valle, mentre i Paesi produttori rimangono esposti alle oscillazioni dei prezzi, del clima e della domanda esterna.

Il tema della sicurezza alimentare introduce una seconda variabile. L’utilizzo di terreni degradati, colture intercalari e residui agricoli può ridurre la competizione diretta con le colture alimentari, ma il principio deve essere verificato sul terreno e non semplicemente dichiarato a livello di progetto. Il punto di policy è precisamente questo: l’impatto di una filiera energetica non può essere valutato soltanto attraverso la quantità di olio prodotto o le emissioni evitate. Occorre osservare anche il costo opportunità della terra, la disponibilità d’acqua, l’effetto sui prezzi agricoli e la distribuzione del reddito lungo la catena. In un Paese nel quale l’agricoltura pesa oltre il 23% del PIL, una trasformazione significativa degli incentivi agricoli può produrre effetti macroeconomici ben superiori a quelli direttamente attribuibili al singolo progetto.

Da qui derivano due possibili strategie. La prima è un approccio difensivo: ridurre il numero dei fornitori e concentrarsi su grandi operatori industriali già certificati. Dal punto di vista della compliance, il vantaggio è evidente: meno soggetti significano meno informazioni da raccogliere, meno audit e una maggiore standardizzazione. Ma la stessa strategia produce una conseguenza geopolitica: trasferisce il controllo della filiera verso gli operatori economicamente più forti. I piccoli produttori vengono progressivamente esclusi perché il costo della certificazione e della tracciabilità può risultare superiore alla loro capacità finanziaria. La compliance diventerebbe così una barriera all’ingresso. Il risultato sarebbe una filiera formalmente più semplice da governare, ma potenzialmente meno inclusiva e meno capace di generare valore nei territori di produzione.

La seconda strategia consiste nel trasformare il problema della frammentazione in un investimento infrastrutturale. In questo scenario l’impresa non elimina i piccoli produttori, ma costruisce attorno a loro una struttura di controllo: agri-hub, sistemi digitali di registrazione, assistenza agronomica, formazione, laboratori per l’analisi dei terreni, monitoraggio satellitare e sistemi di tracciabilità dei raccolti. La tecnologia può contribuire a creare un registro verificabile della filiera, ma non deve diventare una soluzione cosmetica. Una blockchain, per esempio, può rendere immutabile un dato, ma non può garantire che il dato inserito all’origine sia corretto. Il vero investimento riguarda quindi la capacità locale di produrre informazioni affidabili.

In termini di policy, il parametro più interessante non sarebbe dunque soltanto il numero di agricoltori coinvolti, ma la percentuale della filiera effettivamente tracciabile. Un sistema maturo dovrebbe poter rispondere a domande molto concrete: quale produttore ha fornito la materia prima; su quale terreno è stata prodotta; quali input agricoli sono stati utilizzati; quanto è stato pagato il produttore; quali sono state le condizioni contrattuali; quali controlli sono stati effettuati; quali eventuali violazioni sono state individuate e come sono state risolte. A questi indicatori si dovrebbero affiancare metriche sociali come reddito medio dei produttori, partecipazione femminile, formazione ricevuta, accesso ai servizi finanziari e numero di segnalazioni sociali risolte. In questo modo l’ESG smetterebbe di essere prevalentemente una funzione di reporting e diventerebbe un sistema di intelligence economica sulla filiera.

La dimensione geopolitica emerge anche dal rapporto tra Europa e Africa. L’Unione europea non è l’unico attore interessato alle risorse agricole e alle infrastrutture energetiche africane. La competizione internazionale per l’accesso a mercati, materie prime, infrastrutture e capitale coinvolge una pluralità di attori esterni. In questo contesto, imporre standard elevati può diventare un elemento di forza europea soltanto se accompagnato da capitale, tecnologia e capacità istituzionale. Altrimenti il rischio è che gli standard europei vengano percepiti nei Paesi partner come un costo unilaterale per accedere al mercato europeo, mentre altri investitori internazionali possono presentarsi con requisiti differenti. La politica europea verso le filiere energetiche africane deve quindi evitare di separare regolazione commerciale e politica estera: la sostenibilità della filiera è anche una questione di influenza. La raccomandazione principale è quindi costruire un modello di due diligence territoriale, nel quale la compliance europea venga finanziata e organizzata anche nel Paese di produzione. Per le imprese significa destinare una parte degli investimenti non soltanto alla capacità produttiva, ma alla raccolta e verifica dei dati, alla formazione degli agricoltori e alla costruzione di meccanismi di reclamo. Per le istituzioni europee significa accompagnare gli standard regolatori con strumenti di assistenza tecnica e finanziaria, così da evitare che la sostenibilità diventi una barriera che espelle i piccoli produttori dalle catene del valore. L'obiettivo dovrebbe essere rendere verificabile la sostenibilità senza rendere economicamente impossibile la partecipazione alla filiera.

Dunque, la sicurezza energetica europea non si costruisce soltanto acquistando più materia prima, ma riducendo la vulnerabilità delle relazioni attraverso le quali quella materia prima viene prodotta. Il dato dei 130.000 agricoltori coinvolti mostra la scala potenziale della filiera; il dato del 46% dell’occupazione agricola mostra quanto profondamente questa filiera possa incidere sul tessuto economico keniano; il divario tra i 362 milioni di nuovi ingressi nell’età lavorativa e i circa 151 milioni di opportunità previste mostra invece la pressione demografica entro cui questi progetti dovranno operare. La conseguenza è che il vero asset strategico non sarà soltanto l’olio vegetale prodotto, ma la capacità di costruire una relazione stabile tra capitale europeo, produttori africani, istituzioni locali e standard internazionali. In questa prospettiva la sostenibilità sociale diventa una componente della sicurezza energetica: una filiera che genera reddito, produce dati verificabili e mantiene un rapporto credibile con le comunità locali è anche una filiera meno esposta al rischio di interruzione, contestazione e instabilità politica.

Resta, però, una contraddizione che sarebbe ingenuo ignorare. Da un lato, l’integrazione tra agricoltura africana e domanda energetica europea può creare reddito, occupazione, infrastrutture e nuovi mercati per comunità che spesso rimangono ai margini delle grandi catene industriali globali. Può inoltre offrire all’Europa una fonte aggiuntiva di materie prime per la transizione energetica e ridurre, almeno in parte, la dipendenza da filiere concentrate in pochi Paesi. Dall’altro lato, esiste il rischio che la stessa dinamica trasformi la terra africana in un’estensione della politica energetica europea, trasferendo fuori dai confini dell’Unione una parte dei costi ambientali e sociali della transizione. Il confine tra sviluppo e dipendenza, in altre parole, non è stabilito dalla retorica della sostenibilità, ma dalla distribuzione concreta del valore lungo la filiera. Il vero banco di prova sarà quindi la capacità di evitare entrambi gli estremi. Una filiera costruita esclusivamente sulla logica dell’estrazione rischia di riprodurre rapporti asimmetrici: materia prima prodotta in Africa, valore aggiunto e tecnologia concentrati in Europa. Una filiera regolata esclusivamente dalla compliance, invece, rischia di diventare talmente costosa e complessa da escludere proprio quei piccoli produttori che dovrebbe contribuire a integrare. La soluzione passa necessariamente attraverso un compromesso: più controllo, ma anche più investimenti; più standard, ma anche più trasferimento tecnologico; più tracciabilità, ma anche maggiore capacità produttiva locale. È qui che la questione energetica diventa inevitabilmente geopolitica. L’Europa non può chiedere alle economie africane di diventare semplicemente fornitori affidabili della propria transizione senza offrire in cambio una relazione economica sufficientemente vantaggiosa e duratura. Allo stesso modo, i governi africani hanno interesse a evitare che la corsa ai feedstock energetici produca nuova dipendenza da un unico mercato o sottragga risorse alla sicurezza alimentare. Il successo di queste filiere dipenderà dunque meno dalla quantità di olio prodotto che dalla qualità della relazione costruita attorno a quella produzione. In definitiva, la domanda non è se la sostenibilità debba essere imposta o se la filiera debba essere lasciata al mercato. La domanda è chi pagherà il costo della transizione, chi ne raccoglierà i benefici e chi avrà il potere di stabilire le regole. È su questo terreno che la due diligence europea smette di essere soltanto una questione normativa e diventa una questione di politica internazionale. Se riuscirà a trasformarsi in investimenti, competenze e maggiore capacità locale, potrà rafforzare contemporaneamente la resilienza energetica europea e lo sviluppo dei Paesi produttori. Se invece rimarrà soltanto un sistema di certificazioni e controlli, il rischio sarà quello di costruire filiere impeccabili sulla carta ma fragili nel mondo reale.

Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2026

Share the post

L'Autore

Alessia Bernardi

Categories

Ambiente e Sviluppo

Tag

ESG Geopolitica Africa feedstock