In Australia Occidentale i bambini aborigeni continuano ad essere allontanati dalle loro famiglie

  RAISE
  Chiara Giovannoni
  09 luglio 2025
  3 minuti, 55 secondi

Ventisei anni dopo le scuse formali del governo federale australiano alle cosiddette Stolen Generations, l’Australia Occidentale risulta nuovamente sotto accusa. Infatti, secondo un nuovo rapporto di Human Rights Watch, lo Stato presenta oggi il più alto tasso di sovra-rappresentazione di minori aborigeni in affido di tutta l’Australia. HRW, con il suo rapporto pubblicato nel marzo 2025, fotografa la realtà di un Paese che sembra ignorare il passato.

Nel 2003 i bambini aborigeni in affido in Australia Occidentale erano 570, pari al 35 percento del totale. Vent’anni dopo il numero è salito ad oltre 3.068, arrivando a 59 percento. La maggior parte delle famiglie intervistate da HRW ha riferito che la causa principale dell’allontanamento dei propri figli non risulta essere l’abuso diretto, bensì una condizione di povertà, mancanza di alloggi adeguati e spesso violenza domestica subita dalle madri.

Ciò che sembra accadere dalle testimonianze delle donne aborigene intervistate è un approccio punitivo nei confronti delle stesse. Ad occuparsi della protezione dei minori e delle vittime di violenza familiare e domestica è il Dipartimento delle Comunità dell’Australia Occidentale, l’agenzia governativa che si occupa anche della fornitura di alloggi pubblici e di emergenza. Questa sembra spesso agire rimuovendo i bambini piuttosto che sostenere le madri nell’uscita da situazioni violente. Un comportamento questo che ha fatto si che molte donne rinunciassero a denunciare i propri mariti e compagni o di chiedere cure mediche per paura di perdere i loro figli. Le politiche messe in atto dal dipartimento sono state descritte come colpevolizzanti verso le vittime, oltre che insufficienti e inadeguati a garantire un percorso di stabilizzazione e rinascita.

L’approccio utilizzato oggi in Australia richiama alla memoria le politiche passate che hanno dato origine alle Stolen Generations o Generazioni Rubate. Il termine si riferisce alla pratica, portata avanti tra l’inizio del Novecento e gli Anni Settanta, di rimuovere sistematicamente decine di migliaia di bambini aborigeni e delle popolazioni delle Isole dello Stretto di Torres dalle loro famiglie. L’obiettivo era l’assimilazione forzata all’interno della società bianca, attraverso l’affidamento dei bambini aborigeni a famiglie europee per cancellarne l’identità culturale indigena e negando loro le proprie radici culturali e il legame stesso con la propria famiglia e comunità.

Solo nel 2008 l’allora Primo Ministro Kevin Rudd offrì scuse formali alle famiglie a nome del governo federale. Tuttavia, le ferite non si sono mai rimarginate. I figli, così come i nipoti delle Generazioni Rubate, hanno sperimentato e continuano a sperimentare alti livelli di stress dovuti alla disconnessione dalle loro famiglie, innescando veri e propri traumi intergenerazionali. Il trauma duraturo è dovuto non solo agli abusi subiti durante le cure statali ma soprattutto alla vergogna impartita loro nei confronti della loro identità culturale. A molti di quei bambini veniva detto che erano stati abbandonati o che i loro genitori erano violenti. Per coloro che venivano cresciuti in istituti statali, la vita risultava ancora più difficile in quanto gli ambienti e il personale che li circondava erano umanamente freddi e impersonali. Con una dose minima di affetto e un livello di istruzione particolarmente basso, questi bambini finivano per diventare ciò che il governo si aspettava da loro, ossia lavoratori manuali e domestici, al margine della società.

Un’inchiesta nazionale condotta dal 1995 al 1997 dalla Commissione per i Diritti Umani e le Pari Opportunità, culminata nel rapporto Bringing Them Home, ha documentato i danni profondi causati da queste politiche. Il rapporto venne scritto con lo scopo di fornire raccomandazioni per poter rimediare ai torti fatti ai popoli aborigeni e quelli delle isole dello Stretto di Torres. Tra il 1997 e il 1999, tutti i parlamentari australiani si scusarono ufficialmente con le generazioni rubate e con le loro famiglie. A distanza di oltre vent’anni però, la situazione dell’Australia Occidentale dimostra che molte promesse di cambiamento sono in realtà rimaste inascoltate.

L’Australia Occidentale presenta oggi il più alto tasso di sovra-rappresentazione dei bambini aborigeni nell’assistenza fuori casa rispetto a qualsiasi altro stato o territorio australiano. Questi hanno infatti oltre 20 volte più probabilità di essere allontanati da casa rispetto ai bambini non indigeni. Nonostante sia la legislazione che la politica statale convengano sul fatto che le rimozioni dovrebbero verificarsi solo quando risultano essere “la scelta migliore” per i bambini in questione, molti genitori sostengono invece che il Dipartimento delle Comunità ha spesso sottratto i loro figli senza motivazioni adeguate. Le conseguenze di queste politiche risultano ancora oggi profondamente dannose in quanto la separazione dei bambini dalle loro famiglie provoca ancora grandi traumi e alimenta, dalla parte dei genitori, una sempre maggiore sfiducia nei confronti delle istituzioni.

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L'Autore

Chiara Giovannoni

Chiara Giovannoni, classe 2000, è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Strategie Culturali per la Cooperazione e lo sviluppo presso l’Università Roma3.

Interessata alle relazioni internazionali, in particolare alla dimensione dei diritti umani e alla cooperazione.

E’ volontaria presso un’organizzazione no profit che si occupa dei diritti dei minori in varie aree del mondo.

In Mondo Internazionale ricopre la carica di autrice per l’area tematica Diritti Umani.

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