Rappresentare lo spazio: la geopolitica delle mappe

La risoluzione dell’ONU riporta al centro il rapporto tra cartografia e potere

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  Beatrice Parisi
  08 settembre 2026
  4 minuti, 33 secondi

In data venerdì 4 settembre, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che invita gli Stati membri e le istituzioni internazionali a promuovere rappresentazioni cartografiche capaci di restituire in modo più proporzionato le dimensioni dei continenti. Nonostante ciò, non ci si può aspettare una rappresentazione completamente fedele. La cartografia non è neutrale innanzitutto per ragioni puramente tecniche: poiché la Terra è sferica, qualsiasi tentativo di rappresentarla su una superficie piana comporta inevitabilmente delle deformazioni, ma la distorsione cartografica è anche il risultato di una serie di processi interpretativi. La proiezione utilizzata, la scala, l’orientamento e la selezione degli elementi rappresentati contribuiscono a costruire una determinata percezione dello spazio. Ed è proprio in questo senso che la cartografia assume una rilevanza geopolitica: visualizzare un territorio significa anche attribuirgli una posizione, una dimensione e una determinata centralità all’interno della rappresentazione globale. Le carte svolgono funzioni molto diverse a seconda dello scopo per cui vengono realizzate. Possono essere strumenti di orientamento e navigazione, come nel caso delle carte nautiche e aeronautiche, oppure strumenti di analisi territoriale, come le carte topografiche e tematiche. In ambito militare, invece, la cartografia permette di rappresentare infrastrutture, caratteristiche del terreno, vie di comunicazione. Seppur non esaustiva, questa varietà dimostra che una carta non può essere considerata separatamente dalla funzione che deve svolgere: ogni rappresentazione seleziona alcune informazioni e ne tralascia altre, rendendo visibili determinati aspetti dello spazio e lasciandone sullo sfondo altri. La proiezione di Mercatore costituisce uno degli esempi più evidenti. Nata nel XVI secolo per rispondere soprattutto alle esigenze della navigazione, essa conserva correttamente gli angoli e le direzioni, ma altera profondamente le superfici, soprattutto alle alte latitudini. Il risultato è una rappresentazione nella quale Europa e Nord America appaiono visivamente molto più estesi rispetto alle loro dimensioni reali, mentre le regioni vicine all’Equatore, tra cui gran parte dell’Africa, risultano ridimensionate. Ciò non significa che la proiezione di Mercatore sia semplicemente sbagliata o che sia stata concepita col mero obiettivo di rafforzare una visione eurocentrica; il problema emerge piuttosto quando una rappresentazione nata per uno specifico scopo tecnico diventa, attraverso il suo impiego scolastico e culturale, una delle immagini più familiari della superficie terrestre. La proiezione di Mercatore è soltanto una delle possibili modalità di rappresentazione dello spazio, ma ha inevitabilmente condotto alla creazione di gerarchie percettive: ciò che appare grande, centrale o vicino è percepito come più rilevante rispetto a ciò che appare piccolo, periferico o distante. Questo rapporto intrinseco tra cartografia e potere emerge con particolare evidenza nel contesto coloniale, quando le carte divennero strumenti fondamentali per conoscere, classificare e amministrare i territori sottoposti al dominio europeo. È il caso dell'accordo Sykes-Picot. Si tratta di un patto segreto del 1916 tra Regno Unito e Francia volto alla spartizione dei territori arabi dell’Impero ottomano in previsione della sua possibile dissoluzione. La rappresentazione cartografica non si limitava a descrivere territori già organizzati politicamente, ma contribuiva spesso a definirne la struttura: i confini venivano tracciati sulla carta secondo le esigenze delle potenze coloniali, senza necessariamente tenere conto delle realtà etniche, linguistiche, culturali e territoriali preesistenti. Il confine, quindi, non deve essere considerato come un elemento necessariamente naturale o immutabile: è spesso il risultato di una decisione politica che viene successivamente formalizzata e legittimata attraverso la carta. Una linea tracciata da attori esterni può infatti trasformarsi in un elemento concreto dell’ordine territoriale. La funzione politica della cartografia non si esaurisce qui. Durante la Guerra Fredda, le carte contribuirono a rafforzare la contrapposizione spaziale tra Est e Ovest. Attraverso l’utilizzo di colori differenti, la delimitazione dei blocchi e l’evidenziazione delle rispettive aree di influenza, le mappe rendevano immediatamente percepibile la struttura bipolare del sistema internazionale. Anche in questo caso, la carta non doveva necessariamente essere falsificata per produrre una determinata percezione. Era sufficiente selezionare alcune informazioni e attribuire loro maggiore rilevanza rispetto ad altre. Ad essere evidenziate nella rappresentazione grafica erano le appartenenze alle alleanze militari, la presenza di basi strategiche, la distribuzione delle forze armate e l’estensione delle aree di influenza. Alla luce di ciò, la risoluzione approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite assume un valore che va oltre la tecnica cartografica. La richiesta di promuovere rappresentazioni più accurate delle proporzioni territoriali, e in particolare della dimensione dell’Africa, può essere letta come un tentativo di mettere in discussione alcune gerarchie percettive sedimentate nel tempo. Mostrare l’Africa secondo proporzioni più fedeli significa ricordare che la sua estensione territoriale è stata spesso sottovalutata nell’immaginario geografico. Da sola, una rappresentazione più fedele non è di certo in grado di mutare gli equilibri materiali del sistema internazionale; tuttavia, invita a ripensare ad uno degli strumenti attraverso cui quegli equilibri vengono visualizzati. Interrogarsi sulla loro costruzione significa interrogarsi anche sul modo in cui abbiamo imparato a guardare il mondo. La questione non è, dunque, soltanto quale sia la carta più accurata, ma anche chi abbia avuto storicamente il potere di decidere quale immagine del mondo diventasse quella dominante.

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Beatrice Parisi

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