La Striscia di Gaza vive una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi decenni, con una carestia ormai in atto e un rischio di peggioramento nelle prossime settimane. Secondo l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), due delle tre soglie necessarie per dichiarare formalmente una carestia — crollo del consumo alimentare e grave malnutrizione — sono già state superate, mentre il tasso di mortalità per fame è in rapida crescita.
Il conflitto ha distrutto le infrastrutture, causato sfollamenti di massa e portato al collasso dei servizi essenziali, rendendo la sicurezza alimentare praticamente inesistente. Oggi il 39% della popolazione trascorre intere giornate senza cibo, oltre 500.000 persone vivono in condizioni paragonabili alla carestia e quasi un bambino su cinque sotto i cinque anni soffre di malnutrizione acuta. Da aprile più di 20.000 bambini sono stati curati per denutrizione.
L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha registrato solo a luglio 63 morti per fame, tra cui 24 bambini. Dal 27 maggio, 1.060 civili sono stati uccisi e 7.200 feriti mentre cercavano cibo o acqua, spesso colpiti da cecchini durante le distribuzioni di aiuti. Le operazioni di lancio aereo, considerate dal World Food Programme (WFP) un’“ultima risorsa”, sono costose, pericolose e forniscono solo una frazione del fabbisogno.
Le cause della crisi non sono naturali ma deliberate. Secondo documenti ufficiali israeliani, tra marzo e giugno sono entrate appena 56.000 tonnellate di cibo, meno di un quarto del necessario. Il blocco e le restrizioni agli aiuti impediscono anche l’accesso a gas e acqua potabile, rendendo difficile cucinare in sicurezza; molte famiglie sono costrette a bruciare rifiuti, con conseguenze gravi per la salute.
L’impossibilità di pescare o coltivare e l’aumento vertiginoso del prezzo della farina (fino al 5.600% rispetto a febbraio) hanno reso la popolazione quasi interamente dipendente dagli aiuti umanitari. Le cosiddette zone sicure coprono meno del 12% del territorio e sono spesso sotto attacco.
Sul piano politico, cresce il dibattito sull’uso del termine genocidio per descrivere la crisi, con accademici israeliani e ONG come B’Tselem che parlano di una “politica ufficiale di fame di massa”. Oltre 111 organizzazioni umanitarie, tra cui Caritas, Medici senza frontiere, Amnesty International e Oxfam, accusano Israele di usare la fame come arma di guerra.
Gli operatori umanitari, i giornalisti e lo stesso personale ONU sono sempre più debilitati e incapaci di svolgere il proprio lavoro; il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha definito la situazione una “catastrofe umanitaria di proporzioni epiche”, chiedendo un cessate-il-fuoco immediato, il rilascio degli ostaggi e un flusso di aiuti che “passi da goccia a oceano”.
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L'Autore
Wiam Kessab
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Wiam Kessab, classe 2001, ha conseguito la laurea triennale presso la Fondazione UniverMantova in mediazione linguistica; lingue per le relazioni internazionali.
Attualmente sta frequentando il corso di laurea magistrale in relazioni internazionali e diplomazia, curriculum in diritto internazionale ed economia presso l’Università degli studi di Padova.
Durante i suoi studi ha sviluppato un forte interesse sia per le relazioni internazionali che per le lingue.
Attualmente è autrice di Mondo internazionale Post per "Società e Legge".
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Wiam Kessab, born in 2001, graduated from the Fondazione UniverMantova in language mediation; languages for international relations.
She is currently attending the Master's degree course in international relations and diplomacy, curriculum in international law and economy at the University of Padua.
During her studies, she developed a strong interest for the international relations and languages.
She is currently author of International World Post for 'Society and Law'.
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