Salvare la Groenlandia senza la NATO? L’arma poco conosciuta dell’UE

L’articolo 42.7 dei Trattati UE come strumento giuridico, politico e simbolico in uno scenario di crisi transatlantica

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  Eleonora Strano
  31 gennaio 2026
  4 minuti, 55 secondi

L’ipotesi che gli Stati Uniti possano usare la forza per prendere il controllo della Groenlandia, evocata in modo più o meno esplicito da Donald Trump, ha riaperto una questione che l’Europa ha sempre preferito evitare: cosa accade se la minaccia alla sicurezza di uno Stato membro proviene proprio dal principale garante della difesa euro-atlantica? In uno scenario simile, la NATO (pilastro della sicurezza danese) rischierebbe di essere politicamente paralizzata. È qui che entra in gioco una clausola poco nota dei Trattati UE: l’articolo 42.7, il patto di mutua assistenza dell’Unione.

Inserito nel Trattato di Lisbona del 2009, l’articolo 42.7 stabilisce che qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, nel rispetto dell’articolo 51 della Carta ONU. La formulazione è, sul piano giuridico-diplomatico, sorprendentemente perentoria. A differenza dell’articolo 5 della NATO, che lascia agli alleati un margine di discrezionalità (le misure che riterranno necessarie), il testo europeo parla esplicitamente di obbligo. Per questo alcuni analisti lo considerano persino più vincolante, almeno sul piano formale.

Tuttavia, la forza del linguaggio non coincide con la forza delle capacità. L’UE non dispone di un esercito comune né di una vera catena di comando integrata. Come ha osservato Alexander Mattelaer, la clausola è più forte nel linguaggio diplomatico, ma poggia su un bacino di forze molto più ridotto rispetto alla NATO. In altre parole, l’articolo 42.7 è un potente segnale politico e legale, ma uno strumento operativo ancora incompleto.

Non a caso, la clausola è stata invocata una sola volta nella storia dell’Unione. Nel 2015, dopo gli attentati terroristici di matrice ISIS a Parigi, la Francia chiese assistenza ai partner europei. La risposta fu unanime, ma altamente flessibile: alcuni Stati offrirono supporto militare in teatri esterni come il Mali, consentendo a Parigi di ridistribuire le proprie forze sul territorio nazionale. L’UE, priva di un esercito, funzionò da piattaforma di coordinamento politico più che da attore militare diretto.

Applicare questo precedente al caso groenlandese solleva però problemi inediti. La Groenlandia, pur essendo parte integrante del Regno di Danimarca, ha lasciato la Comunità Europea nel 1985. Ciò ha alimentato dubbi sull’applicabilità territoriale dell’articolo 42.7. Secondo la Commissione europea e il Commissario alla Difesa Andrius Kubilius, tali dubbi non reggono: la Groenlandia rientra nel territorio del Regno di Danimarca e dunque sarebbe coperta dalla clausola di mutua assistenza. Questa interpretazione rafforza la posizione di Copenaghen, ma non elimina le incertezze politiche.

Invocare l’articolo 42.7 sarebbe infatti una scelta ad altissimo rischio politico. Come ha sottolineato Antonio Missiroli, la Danimarca difficilmente procederebbe senza la certezza di un consenso unanime. Paesi come l’Ungheria potrebbero rifiutarsi di schierarsi contro Washington, bloccando di fatto qualsiasi risposta sostanziale. L’unanimità, che costituisce la forza simbolica della clausola, è anche il suo principale punto debole.

Se tuttavia l’invocazione avesse successo, le conseguenze sarebbero significative. Sul piano politico e legale, l’UE invierebbe un messaggio di solidarietà senza precedenti, sancendo che un’aggressione armata contro uno Stato membro, anche se perpetrata da un alleato storico, non può restare senza risposta. Sul piano pratico, le opzioni spaziano da dichiarazioni congiunte e assistenza finanziaria fino a misure economiche e diplomatiche più incisive. Alcuni eurodeputati hanno già evocato un catalogo di contromisure: dall’espulsione delle truppe statunitensi dalle basi europee, al divieto di sorvolo per aerei USA, fino a restrizioni sull’accesso al mercato unico.

L’ipotesi di un conflitto militare UE–USA resta unanimemente considerata irrealistica. Le strutture militari europee a Bruxelles sono limitate: poche decine di funzionari e una capacità di comando che difficilmente supererebbe i 3.000 uomini, con esperienza prevalentemente in missioni di peacekeeping. Tuttavia, nulla impedirebbe agli Stati membri di fornire assistenza militare bilaterale alla Danimarca, sfruttando l’articolo 42.7 come cornice giuridica e politica.

Il vero impatto sarebbe però sistemico. Un’annessione forzata della Groenlandia da parte degli Stati Uniti svuoterebbe la NATO della sua credibilità politica, anche se non ne decretasse automaticamente la fine giuridica. Come ha osservato Fabrice Pothier, l’Alleanza resterebbe formalmente in vita, ma perderebbe la sua funzione di garante imparziale della sicurezza europea. In quel vuoto, l’UE sarebbe spinta a rafforzare le proprie soluzioni autonome, dando finalmente forma all’articolo 42.7.

Ciò implicherebbe una trasformazione profonda dell’architettura di sicurezza europea: maggiore integrazione militare, procedure chiare per la mutua assistenza, e forse un comando operativo europeo credibile. Non a caso, Kubilius ha proposto di avviare un dibattito sulla prontezza istituzionale della difesa, con l’obiettivo di rendere l’articolo 42.7 pienamente operativo.

Il paradosso è evidente. Una crisi innescata dall’alleato storico potrebbe accelerare ciò che per decenni è rimasto incompiuto: una difesa europea meno dipendente da Washington. La Groenlandia, periferia geografica dell’Europa, rischia così di diventare il centro simbolico di una svolta strategica continentale.

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Eleonora Strano

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