Serbia: mesi di scontri e manifestazioni

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  Virginia Giacomin
  25 agosto 2025
  4 minuti, 38 secondi

Da oltre nove mesi, la Serbia è attraversata da un’ondata di manifestazioni antigovernative che si sono trasformate in scontri violenti con le forze dell’ordine e con i sostenitori filogovernativi. L’origine di questo malcontento risale a novembre 2024, quando il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad provocò sedici vittime. L’episodio scatenò indignazione e sospetti di corruzione e negligenza da parte del governo, legati agli appalti infrastrutturali, alimentando richieste di giustizia, dimissioni dei responsabili e nuove elezioni. Le proteste si sono così indirizzate sempre più chiaramente contro l’esecutivo guidato dal presidente Aleksandar Vučić, accusato di concentrare troppo potere e di non garantire la trasparenza amministrativa.

Le proteste iniziarono in modo pacifico e furono guidate principalmente dagli studenti, che in poco tempo riuscirono a mobilitare ampi settori della società civile, tra i quali ricordiamo insegnati ed agricoltori. A marzo, una grande manifestazione a Belgrado portò in piazza oltre centomila persone, si è trattato di uno dei raduni più imponenti degli ultimi decenni in Serbia. Le dimissioni di alcuni funzionari e l’apertura di inchieste giudiziarie furono i primi risultati, ma non riuscirono a frenare l’ondata di protesta. Negli ultimi mesi, però, l’atmosfera è cambiata. Le manifestazioni hanno assunto un carattere sempre più radicale, con cortei che in diverse occasioni sono degenerati in violenze. A metà agosto, le strade di Belgrado e di altre città sono diventate teatro di guerriglia urbana. In un episodio particolarmente teso, la polizia ha fatto ricorso a gas lacrimogeni e a veicoli antisommossa per disperdere i manifestanti. I disordini hanno lasciato a terra decine di feriti, tra cui ventisette agenti e circa ottanta civili, mentre quasi cinquanta persone sono state arrestate.

In contemporanea, in diverse località gli uffici del Partito Progressista Serbo (SNS) sono stati presi di mira. A Belgrado, Novi Sad e Valjevo alcuni edifici sono stati incendiati o devastati. A Valjevo la tensione si è ulteriormente aggravata dopo la diffusione di un video che mostrava un pestaggio da parte delle forze dell’ordine, immagini che hanno alimentato la rabbia popolare. Anche in altre città le proteste hanno assunto un carattere violento, con barricate improvvisate, attacchi a strutture pubbliche e scontri diretti tra manifestanti e polizia.

La polarizzazione si è riflessa anche nei rapporti tra cittadini. A Novi Sad, gruppi di sostenitori del governo hanno attaccato i manifestanti con petardi e bastoni. Solo dopo ore di tensione le forze di sicurezza sono intervenute per sedare lo scontro, segno di un conflitto che non si limita più alla contrapposizione tra piazza ed istituzioni, ma che attraversa lo stesso tessuto sociale.

La comunità internazionale segue con crescente attenzione la situazione. Il Consiglio d’Europa ha condannato l’uso eccessivo della forza da parte delle autorità, mentre l’Unione Europea ha chiesto il rispetto delle libertà civili e del diritto di manifestazione. La Serbia resta ufficialmente un Paese candidato all’adesione all’UE e negli ultimi anni ha più volte ribadito di voler proseguire su questo percorso. Tuttavia, diversi Stati membri hanno espresso preoccupazione per la qualità dello stato di diritto, per il controllo esercitato sui media e per la gestione del dissenso politico da parte del governo Vučić. Bruxelles osserva con cautela: da un lato considera la stabilità della Serbia fondamentale per l’intera area balcanica, dall’altro non può ignorare i segnali di regressione democratica che rischiano di rendere incompatibile il Paese con gli standard richiesti per l’ingresso nell’Unione. Il dibattito internazionale riguarda anche i rapporti esterni della Serbia. Vučić mantiene legami stretti con la Russia e la Cina, due partner economici e politici di rilievo che gli permettono di bilanciare la pressione occidentale. Questo gioco di equilibri rende la situazione ancora più complessa: mentre a Mosca e a Pechino la stabilità di Belgrado è vista come garanzia di continuità strategica, nell’Unione Europea cresce la convinzione che l’attuale governo stia allontanando la Serbia dal percorso democratico richiesto per l’integrazione comunitaria.

Autorevoli testate occidentali hanno sottolineato i rischi di un progressivo scivolamento verso l’autoritarismo, con l’accentramento del potere nelle mani del presidente ed un indebolimento delle istituzioni democratiche. Il Financial Times ha messo in guardia contro la possibilità che Belgrado si trasformi in una pseudo-democrazia se non verranno introdotte riforme reali e garantite elezioni trasparenti. Nel frattempo, la società civile serba resta in fermento. Il movimento studentesco, pur non avendo una struttura partitica alle spalle, continua a godere di un ampio sostegno. La partecipazione spontanea di cittadini di diverse età e categorie sociali indica un malessere profondo che non può essere ricondotto a singoli episodi. Le richieste di trasparenza, di responsabilità politica e di maggiore apertura democratica rimangono al centro delle rivendicazioni.

Il conflitto tra istituzioni e piazza sembra quindi lontano da una soluzione. Da un lato, il governo mostra la volontà di mantenere il controllo attraverso strumenti repressivi, dall’altro la mobilitazione non accenna a spegnersi e continua a coinvolgere migliaia di persone in tutto il paese. La Serbia vive così un momento delicato, sospesa tra la possibilità di una transizione verso un maggiore pluralismo politico e il rischio di una cristallizzazione autoritaria, con un ruolo cruciale per la comunità internazionale e per gli equilibri instabili dei Balcani.

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L'Autore

Virginia Giacomin

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Società

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Proteste Serbia governo studenti