Sotto il mare, la guerra

Perché i cavi sottomarini sono il nuovo teatro della competizione fra USA e Cina

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  Sarah Azzurra Spada
  03 novembre 2025
  7 minuti, 22 secondi

Sotto il mare, la guerra

Perché i cavi sottomarini sono il nuovo teatro della competizione fra USA e Cina

Dopo anni di travagliate negoziazioni, l’11 dicembre del 2001 la Cina diviene finalmente parte della World Trade Organization, meglio nota con l'acronimo WTO. È dunque l’inizio di una nuova era per l’economia globale. 

Secondo i dati forniti dalla Banca Mondiale, tra il 2001 e il 2007 la Cina riesce a quadruplicare la propria quota totale di esportazioni, affermandosi in pochi anni come la seconda economia globale, preceduta soltanto dal gigante statunitense. È un mondo di profonda interdipendenza economica e tecnologica, di fiducia assoluta nei confronti della globalizzazione e delle sue possibilità. Lo scenario a cui assistiamo oggigiorno è decisamente diverso. La guerra commerciale di Trump, il ritorno a strategie protezioniste e, in generale, il sempre più diffuso timore nei confronti del Behemoth cinese, sono tutti segnali di un evidente cambio di rotta. Sebbene molto sia già stato detto riguardo l’odierna competizione sino-americana, forse non è così noto che le due potenze siano impegnate in una guerra alquanto inusuale, che si svolge al di sotto del livello del mare: la guerra dei cavi sottomarini.

I cavi sottomarini sono cavi in fibra ottica posati sui fondali marini, in grado di trasportare dati da un angolo all’altro del pianeta. Rete internet ad alta velocità, chiamate telefoniche internazionali, servizi cloud, transazioni finanziarie (incluso il sistema SWIFT), sono possibili proprio grazie a questo sistema subacqueo.  Secondo quanto indicato dalle stime di TeleGeography, nel 2025 risultano operativi 597 sistemi di cavi. Ciò significa più di 1,4 milioni di chilometri di fibra che attraversano il globo, trasportando ogni giorno più di 10 miliardi di dollari in transazioni finanziarie. Facile intuirne l’importanza geopolitica: il commercio, la finanza e i sistemi di difesa mondiali dipendono da questi cavi. È così che i cavi sottomarini divengono cruciali nel contesto della competizione sino-americana.

I produttori storici di cavi sottomarini sono l’americana SubCom, la giapponese NEC Corporation e la francese Alcatel Submarine Networks. Nel 2008 Huawei Submarine, joint venture del colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei, fa il suo ingresso nel mercato. Oggi nota con il nome di HMN Technologies, in pochi anni è divenuta una delle aziende leader del settore. L’ascesa di HMN Technologies deve essere intesa nel contesto della Digital Silk Road, iniziativa lanciata da Pechino nel 2015 che prevede investimenti multimiliardari in infrastrutture digitali, finalizzati a rendere la Cina una superpotenza tecnologica. Le ambizioni cinesi hanno naturalmente destato l’attenzione statunitense, portando Washington a adottare contromisure. All’inizio del 2020, un consorzio composto da China Telecom, China Mobile, China Unicom, Microsoft e Orange pianifica la costruzione di un cavo di 12.000 miglia, noto come SeaMeWe-6, da Singapore alla Francia. HMN Technologies (ex Huawei Submarine) lancia un’offerta da 500 milioni di dollari, grazie ad ingenti sussidi statali. Ben un terzo in meno rispetto alla proposta del concorrente americano SubCom da 750 milioni di dollari. Il governo degli Stati Uniti decide a quel punto di intervenire offrendo 3,8 milioni di dollari in sovvenzioni per la formazione ai membri del consorzio (per esempio, Djibouti Telecom, Sri Lanka Telecom) e minaccia sanzioni contro HMN Tech. Parallelamente, ambasciatori statunitensi scrivono lettere “avvertendo” i partner di possibili rischi per la sicurezza in caso avessero usato HMN Tech. Di conseguenza, China Telecom e China Mobile si ritirano e SubCom vince il contratto.

La Cina non ha tardato a rispondere, dando inizio ad un gioco di mosse e contromosse. Pechino si impegna innanzitutto nell’ostacolare la costruzione di cavi promossi dall’Occidente e dai suoi alleati. Le interferenze cinesi nella costruzione di Southeast Asia-Japan2, guidata dalla giapponese NEC, ne sono uno esempio. La NEC sarebbe infatti intenzionata, secondo le accuse cinesi, a inserire apparati di spionaggio nella rete subacquea. Tra le tattiche cinesi si annovera anche il sabotaggio dei cavi attraverso quella che è nota come “shadow fleet”, una rete di imbarcazioni fantasma incaricate di svolgere in incognito operazioni illegali per conto del governo cinese. Si tratta di navi travestite da pescherecci, draghe e navi cargo, battenti bandiere di comodo e finanziate da società la cui origine è difficile da rintracciare. Un sistema complesso che garantisce alla Cina di sabotare i cavi dei rivali: in mare le navi ombra disattivano i loro transponder (che consentono l’identificazione dell’imbarcazione) e procedono al danneggiamento dei cavi. Taiwan risulta una delle vittime principali dei sabotaggi cinesi. Una delle operazioni più recenti risale al febbraio 2025, quando la Hongtai 58, una nave della shadow fleet cinese, ha danneggiato un cavo che collegava l’isola principale di Taiwan alle sue isole periferiche di Penghu. La nave, battente bandiera del Togo ma governata da un equipaggio cinese, era già finita sotto i radar per molteplici cambi di nome e bandiera. È inoltre bene sottolineare che, sebbene ampiamente ostacolata dall’Occidente, la Cina ha trovato comunque modo di guadagnare terreno nel mercato. 

La Cina si concentra ora su Paesi in Asia, Africa e America Latina dove sa di poter esercitare un’influenza politica ed economica e dove riesce a competere con i fornitori occidentali grazie ai prezzi accattivanti offerti.

È giusto tenere presente che la guerra dei cavi sottomarini va letta nel contesto di una più ampia strategia di “decoupling”, ovvero la separazione graduale di due economie o sistemi tecnologici che sono profondamente interconnessi. Stati Uniti e Cina cercano di costruirsi supply chains ed ecosistemi sempre più indipendenti. D’altronde, come ricordano gli scienziati politici americani Farrell e Newman (2019), la dipendenza economica e tecnologica porta inevitabilmente a rischi geopolitici. L’interdipendenza può essere infatti strumentalizzata. Secondo gli autori, la finanza globale, l’informazione e le supply chain assumono la forma di reti “hub-and-spoke” nelle quali un piccolo numero di nodi (“hub”), costituita dagli Stati industrialmente ed economicamente più avanzati, convoglia la maggior parte dei flussi (“spoke”). E quando uno Stato controlla o domina un hub critico, possiede strumenti di coercizione per esercitare pressione sugli Stati dipendenti da quell’hub. Nel contesto dei cavi, se gli Stati Uniti e i loro alleati sono in grado di controllare la maggior parte della rete, possono esercitare un potere di ricatto sugli Stati dipendenti da quest’ultima.

Naturalmente questa strategia non è priva di costi e svantaggi. Invece di un’unica rete globale digitale, stanno emergendo due campi paralleli e rivali: un campo formato da Stati Uniti e alleati e un campo capitanato dalla Cina. Questa biforcazione aumenta i costi e la complessità per le aziende tecnologiche globali che devono o pagare infrastrutture ridondanti in entrambi i campi o scegliere un’unica rete, rischiando la perdita di accesso al mercato dall’altra parte. Entrambe le parti stanno frammentando la rete digitale globale. È indubbiamente un circolo vizioso. Il decoupling tra le due potenze spinge alla creazione di due reti parallele e la divisione della rete globale accelera a sua volta il decoupling. In conclusione, ormai lontani da quella positività che caratterizzava gli anni successivi l’ingresso della Cina nel WTO, andiamo incontro ad un mondo sempre più frammentato.

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Sarah Azzurra Spada

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