A cura del Dott. Pierpaolo Piras
La nostra democrazia è in crisi? Come possiamo reinventarla?
Cosa possono insegnarci coloro che, nel corso dei secoli, ci hanno educato?
Il filosofo olandese Baruch Spinoza (1632-1677) ha fatto almeno un tentativo.
Per questo pensatore davvero fuori dal comune, una vera anomalia nel XVII secolo, la democrazia è il migliore dei regimi: quello che dà allo Stato più forza e stabilità. Lasciando emergere i conflitti nati dalle passioni umane, le assemblee democratiche trasformano il confronto in conoscenza condivisa e in regole capaci di proteggere l’armonia civile.
Nell’Europa dell’età classica, dominata dall’idea della monarchia assoluta per diritto divino, la democrazia godeva di scarsa considerazione. Il rimprovero più frequente era semplice: nelle assemblee si discute troppo, si decide lentamente e, quando l’urgenza incombe, si perde tempo.
Meglio allora, secondo questa visione, affidarsi a un capo capace di decidere in fretta e di superare l’ostacolo dei disaccordi.
Hobbes, in particolare, vedeva nelle grandi assemblee democratiche un vizio grave: l’incompetenza di molti dei loro membri.
Non solo: per lui quelle discussioni alimentavano fazioni e potevano condurre alla guerra civile. Da qui la sua convinzione che la monarchia fosse nettamente superiore al governo popolare o democratico.
Un'anomalia nell'età classica
In questo coro di rimproveri, Spinoza fa sentire una voce completamente diversa.
Il “Trattato politico” (1677), la sua ultima opera, rimasta incompiuta, definita da alcuni dell’epoca una "scienza dello Stato" che mira a garantirne la conservazione e a proteggerlo dagli eccessi violenti delle masse.
Dopo il brutale rovesciamento, nel 1672, della Repubblica d'Olanda che, senza essere una democrazia, si basava su un forte potere parlamentare, dopo il ritorno in auge dell'assolutismo regio, Spinoza era ben consapevole che nessuna teoria politica coerente poteva eludere la questione della sicurezza dello Stato, l'unica in grado di garantire quella degli individui.
Un principio governa la dimostrazione: la sicurezza dello Stato, monarchia, aristocrazia o democrazia secondo la tipologia divenuta classica, non deve mai basarsi sulla lealtà di un singolo uomo o di pochi.
Per garantire la propria conservazione, uno Stato deve quindi rendersi impersonale e fare affidamento su un insieme di meccanismi che rendano impossibile a un piccolo numero di avere la salvezza di tutti nelle proprie mani e decidere tutto in virtù dei propri sentimenti.
Tra questi meccanismi istituzionali, figurano in modo prominente le assemblee, che riconfigurano completamente sia la monarchia che l'aristocrazia, introducendo sistematicamente contropoteri, che sono altrettante resistenze e garanzie contro il dispotismo.
Attraverso consigli, sindaci, senati e ogni sorta di organi deliberativi il cui funzionamento e le cui relazioni sono meticolosamente descritti, Spinoza si impegna quindi a estendere ad altri tipi di regimi quello che è comunemente considerato uno dei principali inconvenienti del sistema democratico.
Arriviamo quindi al paradosso che fa dello spinozismo un'"anomalia selvaggia" nel cuore del secolo classico: è democratizzandosi sempre di più, cioè aumentando il numero di coloro che prendono parte al processo decisionale e all'esercizio del potere, che lo Stato diventa più potente e più stabile. In una parola, la democrazia è l'"assoluto nello" o "assolutamente assoluto" Stato ( omno absolutum imperium ), in quanto tende a far coincidere il sovrano con l'intera moltitudine.
L'assolutismo dello Stato non è più pensato contro la libertà dei cittadini, ma attraverso di essa.
Già il capitolo XVI del Trattato teologico-politico (1670) affermava che la democrazia era lo Stato più naturale, perché il più conforme all'uguaglianza e alla libertà "che la natura concede a ciascuno". La necessità logica esige che gli uomini si organizzino democraticamente, la democrazia diventa la regola e non più l'eccezione.
Esperienza e affetti come materiale del pensiero politico
Questo paradosso si spiega con il nuovo terreno assegnato alla politica: l'esperienza e la materia fluttuante e irrazionale degli affetti. Spinoza non è un utopista; è paradossalmente in nome di un lucido realismo che la democrazia viene preferita a tutti gli altri regimi.
Partendo da questo dato ineludibile degli affetti, Spinoza rifiuta ogni trascendenza del potere al potere della moltitudine, chiave di volta della sua concezione democratica della politica.
Il principio che scaturisce da questo naturalismo integrale è contenuto nella formula jus sive potentia : il diritto ( jus ) del sovrano si estende fino al suo potere ( potentia ), cioè alla sua capacità di farsi obbedire nella pratica. Poiché la politica consiste in una relazione di poteri, la moltitudine diventa l'istanza ultima di legittimazione, l'unico potere istituente: anche se si trova privata di ogni rappresentanza politica, se il potere suscita l'indignazione generale con le sue decisioni o la sua condotta, il meccanismo passionale si innesca e apre la strada a un rovesciamento dello Stato.
Si pone allora la questione di strategie istituzionali volte a canalizzare le passioni in vista di una maggiore autonomia del corpo politico.
La moltitudine come soggetto politico. L'unione al posto dell'unità
La moltitudine diventa in Spinoza il vero soggetto politico, sempre in divenire, perché raggiunge questo status di soggetto solo a condizione di lavorare in comune: in Spinoza, non ci si libera da soli o senza gli altri. Tuttavia, la natura degli affetti più spesso oppone gli uomini gli uni agli altri di quanto li unisca.
È sulla scala collettiva e civile che gli individui raggiungono una forma di autonomia, sottomessi a uno Stato ben costituito dove le istituzioni possono contrastare le tendenze passionali distruttive.
Così, all'interno della monarchia, il Consiglio del Re, il cui funzionamento è simile a quello di un'assemblea, diventa il vero organo decisionale, non avendo altra scelta che promulgare ciò che è stato deciso collettivamente senza di lui. Se, nel regime aristocratico, solo la classe patrizia esercita il potere, questo è destinato ad espandersi sempre di più, fino a coincidere con la moltitudine.
Possiamo quindi comprendere perché la democrazia appaia il regime migliore, poiché strutturalmente comprende la base più ampia, il fondamento più potente: la moltitudine non minaccia più il sovrano non appena si identifica con lui.
Virtù del conflitto e invenzione democratica
La democrazia di Spinoza non è, in senso stretto, una democrazia liberale, che assumerebbe come punto di partenza e di arrivo l'individuo libero e razionale. Spinoza, infatti, contesta l'esistenza di un libero arbitrio che consentirebbe a ciascuno di autodeterminarsi indipendentemente dalle causalità esterne che ne limitano l'azione.
L'elogio delle discussioni assembleari che si trova nel Trattato politico (1677) descrive, all'interno di un'aristocrazia decentrata e democratizzata, lo sviluppo di una vera conoscenza democratica, prodotta nello spazio del confronto e dell'espressione, delle differenze e delle singolarità di una realtà né uniforme né immutabile, all'interno di organismi elettivi numerosi e diversificati. Si tratta infatti di lavorare all'interno delle divisioni stesse, formulandole in modo sempre più raffinato e preciso:
Essere più spinoziani di Spinoza: le voci delle donne e la democrazia del futuro
Il suo Trattato politico (1677) si conclude bruscamente con la morte del suo autore, proprio alle soglie dell'esposizione sul regime democratico, lasciando spazio, in parte, all'interpretazione.
Resta il fatto che la democrazia, la cui specificità consiste nell'estendere a tutti il diritto di voto e di assumere le responsabilità dello Stato, in virtù non di una scelta ma di un diritto, è davvero per Spinoza il regime migliore.
In un gesto di apertura e chiusura, Spinoza dedica i primi paragrafi di questo capitolo finale all'elenco degli esclusi, dei "senza voce", che non hanno alcuna vocazione a governare o a sedere nelle assemblee. Questa lista include coloro che non hanno diritto a diritti propri, essendo dipendenti da qualcun altro per la propria sussistenza: in primis, i lavoratori e le donne.
La democrazia spinoziana sarebbe quindi soprattutto una democrazia di proprietari maschi.
L'esperienza dimostra che le donne non governano mai su un piano di parità con gli uomini, ma laddove Spinoza impone un limite allo sviluppo spontaneo delle forze della moltitudine a cui le donne appartengono, dobbiamo essere ancora più spinoziani e dedurre dalla storia e dall'esperienza l'uguaglianza di tutti, al posto della presunta "debolezza" di un genere sospettato di aggiungere divisione tra gli uomini che farebbero a gara per sedurle.
I regimi archetipici descritti da Spinoza sono solo combinazioni tra altre, e nulla impedisce all'esperienza di produrre altri tipi di democrazia.
Ricordiamo da Spinoza che qualsiasi esclusione della discussione, qualsiasi accelerazione del tempo di deliberazione sono, in senso stretto, controproducenti. Ostacolano il processo di invenzione di nuove soluzioni a favore di una riproduzione dell'ordine esistente. Ancor più gravemente, non eliminano i conflitti, che poi minacciano di trasformarsi in affetti distruttivi.
Trasportiamoci infine al contesto attuale: commissioni parlamentari d'inchiesta, petizioni, tutti questi metodi di controllo e messa in discussione del potere esecutivo da parte di rappresentanti all'interno di organi elettivi o al di fuori di essi, da parte della moltitudine stessa, costituiscono il vero potere di uno Stato che, garantendo loro giustizia, assicura la propria stabilità.
Essi incarnano una vera democrazia: non una bella totalità unificata e pacifica, bensì questa cosa in sé conflittuale. Traducono le divisioni che tessono il legame sociale, in un processo sempre aperto di produzione di norme da parte della moltitudine stessa.
In questo senso, la democrazia è davvero per Spinoza l'altro nome della politica.
“Con quanta imprudenza molti cercano di levar di mezzo un tiranno senza essere in grado di eliminare le cause che fanno del principe un tiranno...”
Baruch Spinoza
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