Cimitero di Srebrenica-Potočari dove sono seppellite 6.772 delle 8.372 vittime del genocidio del luglio 1995
A Srebenica, ogni passo compiuto riporta al genocidio e ci espone al negazionismo.
Srebrenica, Bosnia-Herzegovina. Siamo in Republika Srpska, l'entità territoriale della Bosnia a maggioranza serba. All'inizio degli anni novanta, la municipalità di Srebrenica contava circa 36 mila abitanti, di cui tre quarti musulmani bosniaci e un quarto serbo-bosniaci. All'epoca, il centro urbano era abitato da circa ottomila persone. Oggi, invece, i residenti sono meno di duemila. I musulmani, rimasti o ritornati, a Srebrenica rappresentano meno di metà della popolazione (42-44%) e, in tutta la Republika Srpska, costituiscono solo il 12 per cento della popolazione.
Per comprendere come è avvenuto il “calo demografico” della popolazione musulmana, dobbiamo però tornare agli anni novanta e capire come, nell'arco di pochi giorni, si sia consumato un genocidio.
Luglio 1995: “mentre l'Europa andava al mare”
L'orrore si compie nei giorni tra l'11 e il 15 luglio del 1995, “mentre l'Europa andava al mare, e la storia stava finendo”, come scriverà Paolo Rumiz in Maschere per un massacro. Dopo la resa dell'enclave bosniaca, ottomila maschi musulmani vengono portati via e massacrati da truppe speciali del generale serbo Mladić e, poi, gettati in fosse comuni: un rastrellamento sistematico, velocizzato dall'uso di camion, preparati con largo anticipo e alimentati con il carburante fornito dalle Nazioni Unite.
“UN, United Nothing” è la scritta che ritorna sulle pareti del compound dei caschi blu olandesi, oggi centro museale di Potočari, dove migliaia di civili in quell'infernale estate del '95 cercarono disperatamente la salvezza e la protezione del contingente internazionale.
Quello che le milizie serbe compiono a Srebrenica è il più spaventoso massacro avvenuto in Europa dopo il 1945, ma il mondo ci metterà mesi ad accorgersene. I superstiti raccontavano gli avvenimenti, i controspionaggi erano a conoscenza dei fatti, i satelliti-spia fotografavano le fosse comuni, tuttavia i rapporti sulla strage rimasero fino a settembre inoltrato nei cassetti delle cancellerie internazionali.
“Krivaja 95”: cronaca di un massacro annunciato
Già alla fine di giugno del '95, i servizi segreti americani e francesi segnalarono che il generale Mladić stava ammassando uomini e mezzi attorno all'enclave protetta dall'Onu – l'agognata safe zone –, ma nessuno intervenne. Il 1° luglio 1995, l'esercito della Republika Srpska (la Repubblica serba di Bosnia) entrò nella “zona protetta” dalle Nazioni Unite: qui circa 40 mila rifugiati, deportati dalle pulizie etniche nella valle del fiume Drina, avevano trovato rifugio.
La popolazione dell'enclave era composta da tre gruppi: i residenti locali, cioè gli abitanti di Srebrenica prebellici che rifiutarono di abbandonare le loro case; gli sfollati interni, cacciati dalle forze serbe dai villaggi musulmani circostanti; e i rifugiati, giunti in città da tutta la Bosnia orientale dopo un anno trascorso a nascondersi nei boschi.
Il 6 luglio le truppe serbo-bosniache scatenarono l'attacco: intorno alle 3 del mattino, ebbe inizio l'operazione “Krivaja 95”. La città di Srebrenica e i posti di osservazione del battaglione olandese dell'UNPROFOR (United Nations Protection Force) erano tra gli obiettivi dei bombardamenti. I caschi blu olandesi furono presi alla sprovvista e non reagirono. Anzi, collaborarono. Consegnarono un'elenco di residenti e musulmani bosniaci che lavoravano per loro: interpreti, cuochi, autisti. L'Onu non riuscì a salvare neppure loro.
11 luglio 1995: la resa e la “Marcia della morte”
Nei giorni successivi, i posti di controllo dell'UNPROFOR intorno a Srebrenica caddero. Fu la resa. Tra il 9 e il 10 luglio, su ordine di Radovan Karadžić, presidente e comandante supremo delle forze armate della Republika Srpska, ebbe inizio la conquista finale. Il pomeriggio dell'11 luglio Srebrenica cadde.
La popolazione decise di evacuare l'enclave e si divise in due gruppi. Il primo, composto da circa 25 mila persone, per lo più donne, bambini, anziani e feriti, si diresse verso la base olandese di Potočari. Il secondo, circa 15 mila uomini e ragazzi, formò una colonna lunga dieci chilometri con l'intento di raggiungere i “territori liberi” e la città di Tuzla, in quella che divenne nota come la Marš smrti, la marcia della morte.
Il piano dei serbi era quello di uccidere tutti i maschi musulmani bosniaci al di sopra dei 14 anni. Il viaggio verso Tuzla, tra i fitti boschi della Drina, si trasformò nella più brutale caccia all'uomo della storia europea moderna. Pochi sopravvissero. La testa della colonna, con poche armi a disposizione, riuscì a raggiungere il territorio libero in sei giorni, mentre altri gruppi vagarono per la Bosnia orientale per diversi mesi dopo la caduta di Srebrenica. L'ultimo gruppo arriverò a Tuzla nell'aprile del 1996, mesi dopo la firma degli accordi di pace di Dayton. La maggior parte, però, venne uccisa nei bombardamenti, catturata o costretta ad arrendersi.
Le vittime accertate sono circa 8.372, tuttavia il conteggio rimane incompiuto. I loro resti furono prima sotterrati in fosse comuni nei luoghi delle esecuzioni poi, nell'autunno del 1995, quando la fine della guerra era imminente, la leadership serbo-bosniaca iniziò a distruggere le prove: i corpi furono spostati spostano in fosse secondarie e terziarie. I resti umani furono così danneggiati e la loro identificazione richiese anni, perfino decenni. Circa 950 uomini tuttora mancano all'appello, 2.167 non hanno ancora un'identità.
Secondo le prove dell'Istituto per le persone scomparse della Bosnia-Herzegovina (Missing Persons Institute), esistono casi in cui i resti scheletrici di un individuo sono stati riesumati da cinque diverse fosse comuni secondarie e terziarie, alcune delle quali distanti 30 chilometri l'una dall'altra.
L'inat, la forza di resistere
Rejha Avdić si trovava a Potočari l'11 luglio 1995, insieme ai suoi cinque figli. Perse dieci familiari stretti e il marito, che era nella colonna diretta a Tuzla. “Vivo in attesa del giorno in cui ritroverò i resti dei miei cari. Del giorno in cui saprò almeno dove si trovano, dove potrò pregare per loro. La giustizia è lenta. Ma io non mi arrendo.”
Rejha è una delle prime donne sopravvissute a lottare per ottenere verità e giustizia. Fa parte dell'associazione “Donne di Srebrenica” (Žene Srebrenice) e collabora attivamente con una rete interregionale di organizzazioni pacifiste come “Donne in Nero” (Žene u crnom), presenti anche a Belgrado. “Quando è terminata la guerra pensavo che non avrei mai più voluto mettere piede in Serbia, ma conoscere loro mi ha fatto cambiare idea”.
Oggi nell'ex enclave, al di fuori del perimetro del Centro Memoriale e Cimitero di Srebrenica-Potočari, non c'è traccia del massacro etnico compiuto trentuno anni fa. Nulla che ricordi le vittime o ammonisca a non ripetere i crimini del passato. Chi è sopravvissuto ed è rimasto, o ha scelto di ritornare, vive accanto a chi è responsabile della morte dei propri familiari o in vie intitolate a criminali di guerra serbi, qui considerati eroi nazionali.
Nel 1999, Rejha Avdić ha ricostruito la sua casa, distrutta dall'occupante serbo. “È più piccola adesso, ma sono tornata”. È l'inat, quella forma di caparbietà e resistenza identitaria tipica del popolo bosniaco: di fronte al tentativo criminale di oppressione o cancellazione si continua a esistere, perché “se a me non piace vederli, ai miei vicini (serbo-bosniaci) piace due volte meno rivedermi qui”.
L'11 luglio 2026, nella giornata della commemorazione, verranno svolte otto nuove sepolture di persone identificate nell'ultimo anno. E 48 risepolture per i nuovi resti di individui già identificati e sepolti a Potočari. Il marito di Rejha resta tra le persone scomparse. “Non smetterò di lottare finché anche l'ultimo uomo di quella colonna non sarà ritrovato”.
Negazionismi e fascismi digitali
Nel 2021, in Bosnia-Herzegovina, è stato introdotto il reato di negazionismo, con pene dai 6 mesi ai 5 anni di carcere; ma “non basta la legge: servono procedure attuative e interpretazioni”, avverte il giurista Edin Ikanović, autore del rapporto Srebrenica Genocide Denial e sopravvissuto da bambino al massacro.
Risulta, invece, più efficace l'attività, cominciata nel 2020, di monitoraggio e report annuale del negazionismo nei media. Nel primo anno, sono stati registrati 800 episodi di diniego del genocidio tra politici, accademici e personaggi mediatici serbi. L'emersione degli autori, con nome e cognome, è stata efficace poiché l'anno seguente il numero dei negazionisti si è dimezzato.
La negazione del genocidio non è semplicemente una strategia politica, ma una fuga psicologica. Come spiega il giornalista e scrittore Dragan Bursać: “Ammettere che il mio popolo ha commesso un crimine significa confrontarsi con il senso di colpa, il dolore e il crollo morale dell'identità. Per molti, questo è insopportabile”. Ecco perché il crimine viene negato, relativizzato o scaricato sulla vittima. E quando anche questo tentativo fallisce, chi parla del crimine viene attaccato, come Bursać stesso sa bene.
Di origine serbo-bosniaca, Dragan ha sempre condannato pubblicamente le atrocità commesse dalle forze serbe, rifiutando di allinearsi alla narrativa nazionalista dominante nella sua regione: “Il riconoscimento non umilia una nazione, la libera. Elimina il peso del genocidio dalle generazioni future”.
Per le sue posizioni “da antifascista partigiano”, Bursać è diventato uno dei giornalisti più minacciati dell'area balcanica. Egli continua, però, a denunciare perché “la scrittura è una macchina del tempo: forse non scrivi per il 90 per cento dei tuoi contemporanei, ma senza verità non c'è pace. Senza riconoscimento non c'è liberazione. E senza di essa, non c'è futuro per la Bosnia”
*Questo viaggio è stato compiuto con la guida di Andrea Rizza Goldstein, esperto di Balcani e mediatore linguistico/culturale, e di Diego Saccora delle associazioni Buongiorno Bosnia e Lungo la Rotta Balcanica.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2026
Esterni dell'ex fabbrica di batterie dove gli abitanti dell'enclave – per lo più donne, bambini e anziani – cercarono protezione presso il battaglione olandese (DutchBat) nell'estate del 1995, a Potočari (BiH)
Compound del DutchBat, il battaglione olandese dei caschi blu dell'UNPROFOR
“Ammettere che il mio popolo ha commesso un crimine significa confrontarsi con il senso di colpa e il crollo morale dell'identità. Il riconoscimento però non umilia una nazione, la libera. Elimina il peso del genocidio dalle generazioni future.
”
- Dragan Bursać
Condividi il post
L'Autore
Giuliana Băruș
Studi in Giurisprudenza e Diritto Internazionale a Trieste.
Oltre che di Diritto (e di diritti), appassionata di geopolitica, giornalismo – quello lento, narrativo, che racconta storie ed esplora mondi – fotoreportage, musica underground e cinema indipendente.
Da sempre “permanently dislocated – un voyageur sur la terre” – abita i confini, fisici e metaforici, quelle patrie elettive di chi si sente a casa solo nell'intersezionalità di sovrapposizioni identitarie: la realtà in divenire si vede meglio agli estremi che dal centro. Viaggiare per scrivere – soprattutto di migrazioni, conflitti e diritti – e scrivere per viaggiare, alla ricerca di geografie interiori per esplorarne l’ambiguità e i punti d’ombra creati dalla luce.
Nel 2023, ha viaggiato e vissuto in quattro paesi diversi: Romania, sua terra d'origine, Albania, Georgia e Turchia.
Affascinata, quindi, dallo spazio post-sovietico dell'Europa centro-orientale; dalla cultura millenaria del Mediterraneo; e dalle sfaccettate complessità del Medio Oriente.
In Mondo Internazionale Post è autrice per la sezione “Organizzazioni Internazionali”.
Categorie
Tag
Srebrenica 1995 Bosnia Herzegovina Serbia Yugoslavia Negazionismo genocide srebrenica Potočari Balkans