Strage di operatori umanitari a Rafah: un video e un testimone

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  Emma Zurru
  10 aprile 2025
  5 minuti, 41 secondi

La Corte Penale Internazionale, all’articolo 8(2)(b)(iii) dello Statuto di Roma e nel documento Elements of Crime, definisce come crimine di guerra l’attacco contro il personale o gli oggetti coinvolti in una missione di assistenza umanitaria o di pace. Le condizioni perché un attacco ricada in questa categoria sono che questo abbia come obiettivo “personale, installazioni, materiale, unità o veicoli coinvolti in una missione di soccorso umanitario o di mantenimento della pace”, e che “l'autore abbia l’intenzione” di attaccare proprio quelli, essendo consapevole delle circostanze fattuali che permettono l’assistenza, in un contesto di conflitto armato internazionale.

La Mezzaluna Rossa Palestinese, nella persona del suo capo Yunis Al Khatib, precisamente per queste ragioni ritiene di poter definire “crimine di guerra” commesso da Israele l’uccisione di otto dei suoi paramedici, ritrovati morti nei pressi di Rafah una settimana dopo essere scomparsi il 23 marzo, assieme ai corpi di sei membri della protezione civile e un impiegato delle Nazioni Unite. Un nono paramedico resta disperso. La delegazione umanitaria era stata inviata a soccorrere civili feriti negli attacchi israeliani su Rafah, nel sud della striscia, ma se ne erano perse le tracce; un altro convoglio era andato a cercare gli operatori dispersi, ma era anch’esso scomparso. Il loro ritrovamento è stato rallentato dalla negoziazione con Israele, durata cinque giorni, perché permettesse il passaggio in sicurezza di Nazioni Unite e Mezzaluna Rossa.

L’ONU ha dichiarato quasi subito che crede si sia trattato di un’uccisione volontaria. Jonathan Whittall, a capo della sezione dell’ONU dedicata ai territori occupati palestinesi, ha denunciato l’accaduto su X con queste parole:

“Sono stati uccisi con le loro uniformi. Guidando i loro veicoli contrassegnati chiaramente. Indossando i loro guanti. Sulla strada per salvare delle vite. Questo non sarebbe mai dovuto accadere”.

La dichiarazione di Al Khatib, rilasciata il 7 aprile nella sede della Mezzaluna Rossa a Ramallah, di fronte a giornalisti, attivisti e una delegazione della Croce Rossa Internazionale, si fonda sui risultati delle autopsie condotte sui corpi, rinvenuti in una fossa comune: prima di essere sepolti, molti degli uomini uccisi sono stati colpiti alla parte superiore del corpo, la testa o il torso. Alcuni testimoni presenti al ritrovamento dei corpi parlano anche di segni che suggeriscono siano stati legati.

A condurre l’autopsia per cinque di loro è stato Ahmad Dhair, medico legale dell’ospedale di Nasser (Khan Younis) e ha potuto constatare che i colpi sono stati precisi, intenzionali ed eseguiti da vicino, così che lasciano sospettare sia avvenuta una vera e propria esecuzione. Assieme ai corpi dei paramedici e degli operatori, altrettanto sepolti sotto la sabbia e in parte crivellati, le ambulanze danneggiate e un veicolo con il logo delle Nazioni Unite.

L’IDF aveva inizialmente reagito alle accuse mosse dalle Nazioni Unite negando che i soldati israeliani avessero colpito senza ragione un’ambulanza, ma spiegando “step-by-step” che il 23 notte una serie di veicoli "non identificati e senza luci" stava avanzando in modo sospetto verso le truppe, che hanno aperto il fuoco. Tra i morti, l’IDF diceva di aver identificato militanti di Hamas e della Jihad Islamica, che avrebbero sfruttato i veicoli e le attrezzature mediche per non essere riconosciuti. Ma questa versione non ha retto.

E non per la facile contraddizione tra la premessa (i “veicoli non identificati”) e la conclusione (lo sfruttamento delle “attrezzature mediche”) di questa dichiarazione, né per l’ulteriore smentita data dal ritrovamento dei veicoli, evidentemente identificati.

Il 5 aprile il telefono di uno dei paramedici ritrovati ha portato alla luce un video, girato dal paramedico stesso a partire da poco prima dell’attacco, in quasi sette minuti di testimonianza: si vedono i veicoli con le luci accese e le insegne della Mezzaluna Rossa illuminate avvicinarsi al bordo di una strada; si vede un uomo con la divisa da soccorso catarifrangente scendere da un’ambulanza; anche il paramedico che gira il video scende, e non appena fa due passi, si sentono raffiche di spari. Continuano per cinque minuti e si mischiano alle preghiere dell’uomo, sola risposta al fuoco israeliano.

Il New York Times ha ottenuto e poi diffuso il video. Forzata dalla pressione internazionale, ma senza cambiare versione, l’IDF ha annunciato di aver avviato delle indagini: “L'indagine preliminare ha mostrato che le truppe hanno aperto il fuoco a causa di una minaccia percepita a seguito di un precedente incontro nell'area e che sei delle persone uccise nell'incidente sono state identificate come terroristi di Hamas”. È bene specificare che l'indagine di cui si parla è un'indagine interna, condotta dal capo di stato maggiore dell'esercito israeliano stesso.

Il video non è l’unica testimonianza di quell’attacco: Munter Abhed è sopravvissuto. Paramedico di 27 anni, faceva parte del primo convoglio partito per Rafah, il primo ad essere stato fermato dai colpi israeliani e i cui altri operatori sono stati uccisi. Abhed invece è stato picchiato e fatto denudare, legato ed interrogato, e seppur con la faccia a terra ha potuto vedere parte di ciò che accadeva. Sembra abbia visto anche il paramedico ancora disperso, vivo e imprigionato dalle forze israeliane durante l’assalto. Ha potuto vedere l’arrivo del secondo convoglio e la sua esecuzione, e prima di essere rilasciato ha assistito al grande dispiego di forze per scavare la fossa e seppellire i corpi – pratica che sarebbe prassi, perché i corpi non si decompongano per le strade e gli animali non vi infieriscano. Certo non si può dire lo stesso dei veicoli.

Vogliamo ricordare, tramite cifre che per quanto impersonali assumono dimensioni tali da diventare significative, che gli operatori umanitari palestinesi morti dall’inizio di questa fase degli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza sono arrivati a 409 (dati OCHA). Il diritto internazionale li vorrebbe protetti, non targettizzati. Lo stesso vale per i giornalisti, morti in 198 (dati Palestinian Journalist Syndacate), l’ultimo dei quali, Hilmi al-Faqaawi, è morto due giorni fa a seguito del bombardamento su una tenda usata dai giornalisti di Palestine Today.

Nelle parole di Munter Abhed, “non è più sorprendente quando qualcuno viene ucciso. Chiunque può diventare un obiettivo in quanto abbiamo a che fare con una forza di occupazione che ignora le leggi e i trattati internazionali. Ogni missione crediamo sempre possa essere l'ultima”. A queste vogliamo affiancare le ultime parole del paramedico che ha registrato l’attacco alle ambulanze: “questa è la strada che ho scelto – aiutare le persone. Allahu akbar”.

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Emma Zurru

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Società

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Gaza IDF Rafah #UN