Nel Sudan centrale, El Obeid rischia di diventare il nuovo nome di una tragedia già conosciuta. Non perché la violenza che la minaccia sia improvvisa, ma perché arriva dopo mesi di segnali, rapporti, testimonianze e allarmi internazionali. La città, capitale dello Stato del Nord Kordofan, si trova oggi al centro della guerra tra le Forze Armate Sudanesi e le Rapid Support Forces (RSF), il gruppo paramilitare guidato da Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti. Dal 2023, il conflitto ha trasformato il Sudan in una delle più gravi crisi umanitarie e dei diritti umani al mondo. Tuttavia, ciò che accade attorno a El Obeid mostra qualcosa di ancora più inquietante: la possibilità che una nuova ondata di atrocità venga prevista prima ancora di essere fermata.
Il 3 luglio 2026, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha tenuto una sessione urgente dedicata al rischio imminente di atrocità a El Obeid. Human Rights Watch ha definito questo passaggio un momento significativo, perché il Consiglio è stato chiamato ad agire non soltanto dopo la commissione dei crimini, ma anche in una fase preventiva, quando i segnali di pericolo erano già evidenti. Secondo l’organizzazione, la Missione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Sudan ha segnalato un aumento degli attacchi con droni delle RSF nella città e nelle zone circostanti, con colpi che avrebbero raggiunto ospedali, mercati, scuole e aree residenziali, causando vittime civili e interrompendo servizi essenziali.
Le parole dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, sono state particolarmente nette. Secondo quanto riportato da Reuters, Türk ha affermato che “un’altra catastrofe dei diritti umani” si sta consumando attorno a El Obeid. La città vive da circa diciotto mesi in condizioni simili a un assedio, con gravi carenze di acqua potabile e attacchi continui con droni. L’Ufficio dell’Alto Commissario ha inoltre documentato esecuzioni sommarie, rapimenti, torture e violenze sessuali lungo le rotte percorse dagli sfollati nella regione del Kordofan.
El Obeid non è una città qualunque nel conflitto in Sudan. È un nodo strategico tra le aree del Darfur controllate dalle RSF e le zone orientali ancora sotto l'influenza dell’esercito sudanese. Secondo The Guardian, la città conta circa mezzo milione di abitanti ed è diventata un campo di battaglia centrale. Tra il 6 e il 28 giugno 2026, almeno 45 persone sarebbero state uccise e 41 rimaste ferite in 15 attacchi con droni nella città e nei dintorni, secondo dati attribuiti all’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani. El Obeid ospiterebbe inoltre circa 100.000 sfollati, persone già fuggite da altre zone del Paese e ora nuovamente esposte alla violenza.
La dimensione umana di questa crisi emerge proprio da qui: El Obeid non è soltanto una posizione militare su una mappa. È un luogo dove famiglie già sradicate cercano rifugio, dove le persone dipendono da infrastrutture fragili, dove un attacco contro una centrale elettrica, una scuola o una stazione di carburante può significare molto più della distruzione materiale di un edificio. Può tradursi nell’impossibilità di curarsi, comunicare, fuggire, ricevere aiuti o semplicemente sopravvivere.
Il timore più forte è che a El Obeid si possa ripetere lo scenario di El Fasher, nel Darfur settentrionale. Amnesty International, in un nuovo rapporto pubblicato il 1° luglio 2026, ha concluso che le RSF hanno commesso crimini contro l’umanità e pulizia etnica durante la campagna per conquistare El Fasher. L’organizzazione ha documentato uccisioni, torture, detenzioni arbitrarie, stupri, schiavitù sessuale, trasferimenti forzati, persecuzioni e altre forme di violenza. Il rapporto si basa su 247 interviste, tra cui 208 sopravvissuti, oltre all’analisi di video, immagini satellitari e fonti aperte.
Il precedente di El Fasher rende l’allarme per El Obeid ancora più grave. Non si tratta di ipotesi astratte, ma di un modello di violenza già osservato: assedio, bombardamenti, fame, attacchi ai civili, violenza sessuale, sfollamento forzato e distruzione delle infrastrutture necessarie alla vita quotidiana. Amnesty ha ricostruito come le RSF abbiano imposto un assedio brutale a El Fasher tra il 2024 e il 2025, limitando l’ingresso di cibo e aiuti umanitari e bombardando la città quasi quotidianamente. La fame si è diffusa al punto da costringere alcune persone a nutrirsi di ambaz, un sottoprodotto della lavorazione dell’olio di arachidi normalmente usato come mangime animale.
In questo quadro, donne e bambine sono tra le persone più esposte. La guerra in Sudan non colpisce i civili in modo neutro: la violenza sessuale, i rapimenti, la fame, la perdita della casa e l’interruzione dell’accesso alle cure hanno effetti specifici e devastanti sui corpi e sulle vite delle donne. UN Women ha evidenziato come il conflitto abbia aggravato il rischio di violenza di genere, sfruttamento, abuso e insicurezza alimentare per donne e ragazze, in un contesto in cui molte di loro sono diventate responsabili della sopravvivenza familiare dopo la morte, la scomparsa o la fuga degli uomini.
La violenza sessuale, in particolare, non può essere letta come un effetto collaterale della guerra. Nei conflitti contemporanei, essa è spesso utilizzata come strumento di controllo, punizione e distruzione sociale. Nel caso sudanese, le testimonianze raccolte da organizzazioni internazionali indicano un uso ricorrente di stupri, abusi sessuali, rapimenti e schiavitù sessuale. Amnesty International ha documentato episodi di queste violenze su larga scala durante la campagna delle RSF a El Fasher, includendo anche ragazze minorenni tra le sopravvissute intervistate.
La crisi di El Obeid pone quindi una questione fondamentale: cosa significa davvero prevenire le atrocità? Il diritto internazionale dei diritti umani e il diritto internazionale umanitario non servono soltanto a descrivere i crimini dopo che sono stati commessi. Dovrebbero anche permettere di riconoscere i segnali, ridurre il rischio, proteggere i civili e interrompere i flussi di armi e sostegno che alimentano la violenza. Human Rights Watch ha chiesto misure concrete, tra cui una missione per la protezione dei civili, l’estensione dell’embargo sulle armi e della giurisdizione della Corte penale internazionale all’intero Sudan, oltre a sanzioni contro i responsabili di gravi violazioni.
Il punto centrale è che, nel caso di El Obeid, il mondo non può dire di non sapere. Le Nazioni Unite, le organizzazioni per i diritti umani, i giornalisti e gli operatori umanitari stanno descrivendo una crisi in tempo reale. Gli attacchi con droni contro infrastrutture civili, le condizioni di assedio, la scarsità d’acqua, il rischio di sfollamenti di massa e il precedente di El Fasher compongono un quadro chiarissimo. La prevenzione, in questo caso, non è una formula astratta: significa agire prima che i civili vengano nuovamente lasciati soli davanti alla violenza.
Eppure, la storia recente del Sudan mostra quanto spesso la comunità internazionale arrivi tardi. Le dichiarazioni di condanna sono necessarie, ma non sufficienti. Senza meccanismi di protezione, senza pressione diplomatica effettiva, senza indagini indipendenti e senza blocco del sostegno militare alle parti responsabili di atrocità, il linguaggio dei diritti umani rischia di diventare una cronaca del dopo: utile a nominare i crimini, ma incapace di impedirli.
El Obeid è oggi una città sotto minaccia, ma anche un test politico e morale. Se dopo El Fasher la comunità internazionale permette che lo stesso schema si ripeta, il fallimento non sarà dovuto all’assenza di informazioni. Sarà dovuto all’assenza di volontà. La protezione dei civili non può dipendere dalla visibilità mediatica di una crisi, né dalla posizione geografica delle vittime.
La guerra in Sudan continua a produrre numeri enormi: sfollati, morti, feriti, donne violentate, bambini reclutati, famiglie separate, città assediate. Ma dietro ogni dato esiste una persona costretta a scegliere se restare sotto le bombe o tentare una fuga altrettanto pericolosa. El Obeid ricorda che le atrocità di massa non iniziano sempre nel silenzio. A volte iniziano sotto gli occhi di tutti. Ed è proprio in quel momento che la prevenzione diventa un obbligo, non una possibilità.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ®2026
Condividi il post
L'Autore
Blerina Ymeri
Tag
elobeid Sudan Sud Sudan crisi umanitaria