In tutto il mondo ci sono 1,8 miliardi di persone che hanno le mestruazioni, secondo quanto riportato dall’United Nations Population Fund (UNPF). La Banca Mondiale però ci dice anche che, a livello mondiale, circa 500 milioni di donne non hanno accesso a prodotti e servizi mestruali. Una condizione che viene chiamata period poverty.
Questo fenomeno assume forme e sfumature diverse in tutto il globo: in alcune parti del mondo, come in Senegal o in Kenya, il ciclo mestruale è ancora un tabù culturale, che porta spesso le ragazze ad abbandonare la scuola per evitare di essere stigmatizzate ed essere socialmente escluse, o, talvolta, le costringe a subire pratiche dannose come i matrimoni precoci perché, una volta arrivato il primo ciclo, vengono considerate delle adulte. Sempre in Kenya, le giovani sono spesso costrette a prostituirsi per poter comprare gli assorbenti e questo ha portato ad un incremento dei casi di HIV e di gravidanza in età infantile. In altri posti, come in Nepal, alcune tradizioni, dichiarate illegali ma ancora praticate tra cui il Chhaupadi, costringono le giovani a crescere con un costante senso di paura e di vergogna, poiché si ritiene che una donna, nei giorni del ciclo mestruale, porti sfortuna alla propria famiglia. In India, su 355 milioni di donne in età mestruale, il 12% di loro non può permettersi economicamente di comprare prodotti mestruali. Infine, anche in Italia, secondo un’indagine realizzata dall’organizzazione non governativa We World, insieme a Equonomics e l’Università La Sapienza, 1 persona su 6 ha lo stesso problema.
Le mestruazioni, in una società mondiale di stampo patriarcale come quella odierna, assumono, dunque, il significato di limitazione della mobilità, della sicurezza e delle scelte personali di milioni di donne.
Le sfide legate ad esse sono particolarmente acute nelle crisi umanitarie. In primo luogo, in questi casi, il ciclo mestruale e i dolori derivanti da esso possono rappresentare un impedimento per una fuga rapida e per una resistenza psico-fisica efficace di fronte ai faticosi scenari causati da conflitti o disastri naturali. In posti come il Myanmar, il Congo, il Sudan o l’Ucraina, è quasi impossibile accedere ai beni mestruali, ad acqua e abbigliamento puliti e, a causa di ciò, ogni donna è a rischio di infezione, malattie, traumi psicologici, stress.
Le risposte alle emergenze e le strategie delle politiche umanitarie spesso trascurano le mestruazioni. Questo si rispecchia anche nei luoghi di soggiorno temporaneo, organizzati principalmente da personale di sesso maschile, che vengono creati a seguito di una crisi umanitaria e nei quali scarseggiano le quantità di carta igienica, sapone, assorbenti. Spesso mancano anche infrastrutture idriche e igienico-sanitarie adeguate e, nei casi in cui queste ultime siano presenti, nella maggior parte dei casi non esistono soluzioni separate tra uomini e donne. Ciò comporta una limitazione della privacy di queste ultime e le espone a diversi rischi, come abusi e violenze sessuali.
A Rafah, in Palestina, nei rifugi gestiti dall’UNRWA è impossibile reperire assorbenti puliti ed è presente un bagno ogni 850 persone, secondo quanto dichiarato dal portavoce dell’UNICEF James Elder, e una doccia ogni 3.600 persone. Per capire la gravità di una situazione come questa basti pensare che, stando a quanto stabilito dagli standard globali per le emergenze umanitarie, un bagno dovrebbe essere utilizzato, in media, da un massimo di 20 persone. Le donne all’interno di questi rifugi stanno cercando rimedi alternativi per sopperire a queste mancanze, costruendo piccole toilette prive di acqua ma in grado di garantire loro un minimo di riservatezza o utilizzando qualsiasi tipo di oggetto, da pezzi di materasso, a brandelli di camicie, per gestire il flusso mestruale. Molte di loro, soprattutto le adolescenti, assumono farmaci per ritardare il ciclo, esponendosi però a rischi di effetti collaterali come nausea, vertigini, infertilità a lungo termine ed eccessivo sanguinamento.
I contesti globali in cui viviamo non ci lasciano più margini di disattenzione e ci spingono a trovare una soluzione collettiva per riconoscere e affrontare il period poverty. Assicurare che ogni donna possa gestire il proprio ciclo mestruale nelle migliori delle condizioni non è solo una questione di igiene e salute, bensì anche di dignità e diritti umani, in quanto nessuna donna dovrebbe mai essere costretta a scegliere tra questi ultimi e la propria sopravvivenza.
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L'Autore
Ludovica Raiola
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