Sudan: la carestia non colpisce in maniera uguale tutti

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  Gaia Recrosio
  27 gennaio 2026
  4 minuti, 44 secondi

Il Sudan è scenario, da aprile 2023, di una guerra civile, una lotta per il potere scoppiata tra l'esercito e le Rapid Support Forces (RSF), un potente gruppo paramilitare, le cui ripercussioni sulla società civile sono gravose e lesive di diritti umani. Tali violazioni non sono state mitigate nel tempo, ma, al contrario, hanno portato a quella che le Nazioni Unite hanno definito “la più grande crisi umanitaria mondiale”, che coinvolge uomini e donne in maniera diversa in scenari di fame e accuse di genocidio nella regione occidentale del Darfur.

Cosa sta succedendo in Sudan?

Alla guida del Sudan dal 1989, il presidente Omar al-Bashir ha visto il suo “impero” trentennale crollare a seguito di un colpo di stato volto a spodestarlo, evento che non sancisce una situazione di definitiva pace: l'obiettivo della popolazione rimane la democrazia, difficile da conseguire per mezzo di gruppi paramilitari. A seguito del coup, il Sudan era capeggiato da un governo congiunto di civili e militari, successivamente boicottato da un ulteriore colpo di stato nell'ottobre 2021 ad opera di Gen Abdel Fattah al-Buhran, attuale presidente de facto, e Gen Mohamed Hamdan Dagalo (“Hemedti”), suo vice e leader delle RSF. Non sono tardati a mancare contrasti tra i due riguardo la direzione prevista per il governo del Sudan, tensioni che si sono concretizzate dal 15 aprile 2023, quanto membri delle RSF sono stati dispiegati nel Paese in una mossa percepita come dichiarata minaccia, divenuta poi attacco a seguito di una rapida escalation che ha portato le RSF a ottenere buona parte di Khartoum (la capitale), poi recuperata dall'esercito a marzo 2025.

Le accuse di genocidio

Secondo la definizione dello Statuto di Roma, trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale, l'art. 6 definisce genocidio

uno qualsiasi dei seguenti atti commessi nell’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, e precisamente:

  1. uccidere membri del gruppo;
  2. cagionare gravi lesioni all’integrità fisica o psichica di persone appartenenti al gruppo;
  3. sottoporre deliberatamente persone appartenenti al gruppo a condizioni di vita tali da comportare la distruzione fisica, totale o parziale, del gruppo stesso;
  4. imporre misure volte ad impedire le nascite in seno al gruppo;
  5. trasferire con la forza bambini appartenenti al gruppo ad un gruppo diverso”.

Secondo abitanti della regione del Darfur, quello che starebbe accadendo è a tutti gli effetti un genocidio, dato l'obiettivo delle RSF di trasformare la regione eticamente mista in un territorio a dominanza araba.

Secondo l'UNICEF, a marzo 2024 si erano già verificati casi di violenze sessuali nei confronti di bambini anche fino ad un anno di età e nello stesso mese Human Rights Watch ha dichiarato di ritenere possibile l'esistenza delle circostanze sussistenti di un genocidio, successivamnete smentite dal Human Rights Council delle Nazioni Unite, secondo il quale si tratterebbe invece di crimini di guerra. Questo perchè nel diritto internazionale, a rendere un genocidio tale è una specifica connotazione di proven intent, lo specifico elemento di mens rea di distruggere un particolare gruppo etnico, religioso o razziale in tutto o in parte ed è proprio questo intent a distinguerlo dai crimini di guerra e dai crimini contro l'umanità: un elemento, tuttavia, di difficile dimostrazione, che non deve sminuire in nessun caso la gravità della situazione che si protrae della realtà.

La situazione delle donne

Secondo un recente articolo di Reuters, la fame che colpisce la popolazione civile starebbe assumendo una dimensione sempre più gendered, ossia inciderebbe in modo diverso su uomini e donne. Stando a quanto riportato da Jens Laerke, portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), i nuclei familiari guidati da una donna hanno una probabilità tre volte maggiore di non ricevere rifornimenti alimentari e tre quarti di essi dichiarano di non disporre di cibo sufficiente. Secondo le Nazioni Unite, circa 34 milioni di persone necessiterebbero di supporto umanitario, e di queste la metà sarebbero bambini. In un ulteriore articolo di Reuters, pubblicato nel novembre dello scorso anno, si metteva già in guardia sulla condizione particolarmente drammatica delle donne in Sudan, esposte al rischio di violenze sessuali, anche sistematiche. Secondo quanto affermato da UN Women, le donne riuscite a fuggire da al-Fashir, principale centro del Darfur, hanno testimoniato “orrori che nessuno dovrebbe mai sopportare”. La direttrice regionale di UN Women per l'Est e Sud Africa ha dichiarato che le violenze sessuali sono “deliberatamente e sistematicamente utilizzati come arma da guerra” e che i corpi delle donne sono diventati “scena del crimine”, rendendo impossibile per le donne trovare un luogo che sia per loro effettivamente sicuro.

CRSV e giustizia

Il caso del Sudan non è isolato: la violenza sessuale è spesso utilizzata come “arma” nei conflitti armati di ogni genere. Lo Statuto di Roma tutela le vittime di violenza sessuale, in particolare agli articoli 6, 7 e 8, includendo anche l’articolo 6, relativo al genocidio, poiché i punti 1, 2, 3 e 4 possono essere chiaramente interpretati nel contesto delle violenze e delle lesioni subite nelle circostanze di CRSV (Conflict-Related Sexual Violence). Spetterà alle corti, alla giustizia e ai procuratori garantire che, una volta concluso il conflitto, ogni donna sia protetta, tutelata e possa vedere i propri diritti pienamente riconosciuti. Se non è possibile “riavvolgere il nastro” e cancellare la storia, è però indispensabile fare tutto il possibile affinché essa non si ripeta e affinché le donne siano accompagnate e sostenute in un percorso psicologico e sociale che consenta loro di riprendere in mano la propria vita con dignità.

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L'Autore

Gaia Recrosio

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Diritti Umani

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Sudan Carestia violenza sessuale genocidio Donne