Sudan, una guerra contro i civili

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  Aurora Mazzola
  08 agosto 2026
  3 minuti, 11 secondi

Il 26 ottobre 2025 le Forze di Supporto Rapido (RSF) conquistano Al Fashir, capitale dello stato del Darfur Settentrionale in Sudan. La mattina dopo, Ibtisam (nome di fantasia per ragioni di sicurezza) e i suoi cinque figli lasciano Al Fashir e scappano verso Golo: nella fuga vengono fermati dalle RSF.

“Uno mi ha costretta ad andare con loro, ha lacerato la mia jalabiya [un abito tradizionale] e mi ha stuprata. Quando sono andati via si è avvicinata una delle mie figlie, di 14 anni. I suoi vestiti erano strappati e insanguinati, i capelli dietro la testa erano pieni di polvere”.

“Mi ha detto: ‘Mamma, hanno stuprato anche me ma non dirlo a nessuno’. Dopo lo stupro, mia figlia si è ammalata. Quando abbiamo raggiunto Tawila l’hanno ricoverata ma è morta”.

Queste sono le parole di Ibtisam riportate da Amnesty International: la sua è una delle tante testimonianze di ciò che la popolazione sudanese subisce da aprile 2023, dallo scoppio della guerra civile tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Il conflitto ha causato circa 200 mila vittime, 9 milioni di sfollati interni e 4 milioni nei paesi confinanti, una carestia che colpisce 19,5 milioni di persone, oltre a numerose violazioni dei diritti umani dei sudanesi.

A luglio 2026, le Nazioni Unite e la Corte Penale Internazionale hanno annunciato di essere in possesso di informazioni che provano la responsabilità delle Forze di Supporto Rapido in crimini contro l’umanità e genocidio. Secondo l’inchiesta condotta dall’ONU, durante l’assedio della città di Al Fashir ad ottobre 2025, le RSF hanno rapito donne e bambine, commesso stupri di gruppo e uccisioni di massa e provocato fame forzata, ostacolando l’arrivo degli aiuti umanitari e i sistemi di produzione alimentare.

Nel rapporto “Città sotto assedio, bambini e bambine sotto tiro” pubblicato a inizio luglio 2026, Amnesty International definisce questo conflitto come una “guerra contro i civili”: le RSF colpiscono le popolazioni civili di etnia non araba con uccisioni, stupri, rapimenti, razzie e incendi alle infrastrutture, azioni che costituiscono il crimine di pulizia etnica (in particolare contro l’etnia zaghawa).

La fame è un’arma creata e utilizzata dalle RSF contro la popolazione civile: da maggio 2024 cibo e aiuti umanitari vengono bombardati quotidianamente e non raggiungono i civili. In alcune zone l’insicurezza alimentare acuta è diventata carestia. Il 70% delle strutture mediche non è più operativo, causando ampia diffusione di malattie facilmente prevenibili come il colera.

Le RSF tengono dei civili in ostaggio nella prigione di Mina Al- Bari in condizioni disumane, chiusi in container, senza cibo e acqua e pestati e insultati dalle guardie. Molti bambini, rapiti dai loro villaggi d’origine, sono arruolati dalle RSF in gruppi militari per combattere o per raccogliere informazioni.

Tutte queste violazioni dei diritti umani di bambini, donne e uomini sudanesi sono crimini contro l’umanità e insieme costituiscono il crimine di genocidio, come definito dall’Articolo 6 dello Statuto di Roma, a causa dell’intento di distruzione di un gruppo etnico attraverso queste azioni.

Nel 2025 le Nazioni Unite hanno dichiarato il Sudan come la più grave crisi umanitaria del mondo. Purtroppo, è anche la più trascurata dai media: il Norwegian Refugee Council (NRC) in “Neglected Displacement Crises Report” l’ha riconosciuto come la crisi più ignorata, secondo i criteri di limitata o assente copertura mediatica, insufficienza di finanziamenti e mancanza di intervento e volontà di sostegno della comunità internazionale.

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L'Autore

Aurora Mazzola

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Diritti Umani

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Sudan Diritti umani genocidio crimini contro l'umanità Africa Guerra civile