Il 26 ottobre 2025 le Forze di Supporto Rapido (RSF) conquistano Al Fashir, capitale dello stato del Darfur Settentrionale in Sudan. La mattina dopo, Ibtisam (nome di fantasia per ragioni di sicurezza) e i suoi cinque figli lasciano Al Fashir e scappano verso Golo: nella fuga vengono fermati dalle RSF.
“Uno mi ha costretta ad andare con loro, ha lacerato la mia jalabiya [un abito tradizionale] e mi ha stuprata. Quando sono andati via si è avvicinata una delle mie figlie, di 14 anni. I suoi vestiti erano strappati e insanguinati, i capelli dietro la testa erano pieni di polvere”.
“Mi ha detto: ‘Mamma, hanno stuprato anche me ma non dirlo a nessuno’. Dopo lo stupro, mia figlia si è ammalata. Quando abbiamo raggiunto Tawila l’hanno ricoverata ma è morta”.
Queste sono le parole di Ibtisam riportate da Amnesty International: la sua è una delle tante testimonianze di ciò che la popolazione sudanese subisce da aprile 2023, dallo scoppio della guerra civile tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Il conflitto ha causato circa 200 mila vittime, 9 milioni di sfollati interni e 4 milioni nei paesi confinanti, una carestia che colpisce 19,5 milioni di persone, oltre a numerose violazioni dei diritti umani dei sudanesi.
A luglio 2026, le Nazioni Unite e la Corte Penale Internazionale hanno annunciato di essere in possesso di informazioni che provano la responsabilità delle Forze di Supporto Rapido in crimini contro l’umanità e genocidio. Secondo l’inchiesta condotta dall’ONU, durante l’assedio della città di Al Fashir ad ottobre 2025, le RSF hanno rapito donne e bambine, commesso stupri di gruppo e uccisioni di massa e provocato fame forzata, ostacolando l’arrivo degli aiuti umanitari e i sistemi di produzione alimentare.
Nel rapporto “Città sotto assedio, bambini e bambine sotto tiro” pubblicato a inizio luglio 2026, Amnesty International definisce questo conflitto come una “guerra contro i civili”: le RSF colpiscono le popolazioni civili di etnia non araba con uccisioni, stupri, rapimenti, razzie e incendi alle infrastrutture, azioni che costituiscono il crimine di pulizia etnica (in particolare contro l’etnia zaghawa).
La fame è un’arma creata e utilizzata dalle RSF contro la popolazione civile: da maggio 2024 cibo e aiuti umanitari vengono bombardati quotidianamente e non raggiungono i civili. In alcune zone l’insicurezza alimentare acuta è diventata carestia. Il 70% delle strutture mediche non è più operativo, causando ampia diffusione di malattie facilmente prevenibili come il colera.
Le RSF tengono dei civili in ostaggio nella prigione di Mina Al- Bari in condizioni disumane, chiusi in container, senza cibo e acqua e pestati e insultati dalle guardie. Molti bambini, rapiti dai loro villaggi d’origine, sono arruolati dalle RSF in gruppi militari per combattere o per raccogliere informazioni.
Tutte queste violazioni dei diritti umani di bambini, donne e uomini sudanesi sono crimini contro l’umanità e insieme costituiscono il crimine di genocidio, come definito dall’Articolo 6 dello Statuto di Roma, a causa dell’intento di distruzione di un gruppo etnico attraverso queste azioni.
Nel 2025 le Nazioni Unite hanno dichiarato il Sudan come la più grave crisi umanitaria del mondo. Purtroppo, è anche la più trascurata dai media: il Norwegian Refugee Council (NRC) in “Neglected Displacement Crises Report” l’ha riconosciuto come la crisi più ignorata, secondo i criteri di limitata o assente copertura mediatica, insufficienza di finanziamenti e mancanza di intervento e volontà di sostegno della comunità internazionale.
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L'Autore
Aurora Mazzola
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Sudan Diritti umani genocidio crimini contro l'umanità Africa Guerra civile