Thailandia: Una stagione uggiosa.

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  Rati Mugnaini Provvedi
  12 luglio 2025
  4 minuti, 13 secondi

La stagione delle piogge è arrivata anche al confine orientale della Thailandia. Nelle foreste del Triangolo di Smeraldo, a Chong Bok, un soldato cambogiano ha perso la vita durante uno scontro a fuoco. Le autorità parlano di un'incomprensione tra pattuglie di confine, ma da allora le accuse incrociate si sono moltiplicate. Nonostante una presunta de-escalation annunciata l’8 giugno, i segnali dal campo raccontano tutt’altro: restrizioni commerciali, limitazioni alla circolazione e censura mediatica. Gli scontri al confine, l’instabilità politica a Bangkok e le frizioni economiche con Washington compongono oggi un quadro complesso. 

Una linea tracciata nel 1907

Quel confine è un ricordo inciso su mappe coloniali risalenti al 1907, quando i francesi tracciarono i confini tra Laos, Cambogia e Thailandia. Furono stipulati molti trattati tra il Siam, o vecchia Thailandia, e l’Indocina francese, ma la frontiera congiunta di 800 chilometri tra i tre è rimasta sempre un’area di confine irrisolta. È il caso, in particolare, del tempio di Preah Vihear, attribuito alla Cambogia nel 1962 dalla Corte Internazionale di Giustizia, e ribadito dalla sentenza della Corte delle Nazioni Unite del 2013, durante il mandato da primo ministro di Yingluck. Per decenni, quest’area è stata anche rifugio dei Khmer Rouge: a seguito della caduta del regime di Pol Pot, trovavano riparo oltre il confine thailandese. Il 28 maggio scorso, uno scontro armato nel cosiddetto Triangolo di Smeraldo ha causato la morte di un soldato cambogiano e ha subito innescato un reciproco scambio di accuse: il governo cambogiano sostiene che l’esercito thailandese ha aperto il fuoco per primo, mentre Bangkok afferma di aver risposto solo dopo essere stata attaccata. Nonostante l’appartenenza di entrambi i Paesi all’ASEAN, che promuove sulla carta la risoluzione pacifica delle controversie, la situazione si è aggravata con misure di rappresaglia economica e culturale: Bangkok ha minacciato di interrompere elettricità e internet verso la Cambogia, mentre Phnom Penh ha vietato i media thailandesi e imposto restrizioni commerciali. Il 15 giugno 2025, la Cambogia ha formalmente chiesto l’intervento della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) per dirimere la questione, scelta non condivisa dalla Thailandia, che afferma di non riconoscerne la giurisdizione, prediligendo negoziati bilaterali attraverso la commissione congiunta per la risoluzione delle controversie. Il giorno seguente, la rappresentante permanente della Cambogia presso le Nazioni Unite ha richiesto che la questione dei confini venisse inserita nell’agenda dell’Assemblea generale.

Thailandia, governo in bilico

Intanto, in Thailandia, la Corte costituzionale ha sospeso il primo ministro Paetongtarn Shinawatra, aprendo una nuova fase di instabilità politica. La decisione è arrivata dopo che trentasei senatori avevano presentato una petizione accusandola di disonestà e violazione degli standard etici. Al centro della controversia c’è una telefonata trapelata tra Shinawatra e l’ex primo ministro cambogiano Hun Sen, in cui la premier sospesa criticava un generale dell’esercito thailandese coinvolto nella disputa di confine con la Cambogia. Giorni dopo, a Bangkok, davanti al Monumento della Vittoria, si sono radunati in migliaia chiedendo le sue dimissioni. Tra loro erano presenti membri del gruppo filo-monarchico delle Camicie Gialle, antagonisti storici del padre di Paetongtarn. Nel frattempo, il Paese è guidato da un primo ministro ad interim, Phumtham Wechayachai, il sesto in soli due anni. La crisi politica ha spinto il partito Bhumjaithai, secondo per dimensioni nella coalizione di governo composta da dieci partiti, a ritirarsi, lasciando il partito Pheu Thai di Paetongtarn con una maggioranza molto risicata alla Camera bassa.

Economia in affanno e relazioni tese con Washington

La Banca Mondiale ha tagliato le previsioni di crescita per il 2025 all'1,8 percento. La borsa thailandese ha perso il 20 percento dall'inizio dell'anno. Le esportazioni della Thailandia verso gli Stati Uniti rischiano di essere colpite da un dazio del 36 percento a meno che i due Paesi non raggiungano un accordo commerciale. Si tratta della stessa aliquota annunciata lo scorso aprile. Il governo thailandese ha presentato a Washington una proposta per ridurre il proprio surplus commerciale con gli Stati Uniti del 70 percento nei prossimi cinque anni. Tra le concessioni offerte: l'acquisto di più prodotti americani, la riduzione dei dazi su alcune importazioni USA e l'impegno a contrastare le frodi doganali. Il modello di riferimento è l’intesa raggiunta pochi giorni fa tra Stati Uniti e Vietnam, che ha permesso a Hanoi di evitare i dazi iniziali del 40 percento, negoziando un’aliquota ridotta al 20 percento. L'accordo prevede una clausola rivolta ai prodotti considerati frutto di transhipment, che saranno tassati al 40 percento. La misura è chiaramente orientata a colpire pratiche elusorie che coinvolgono la Cina: il transhipment consiste infatti nel far transitare merci attraverso Paesi terzi - come il Vietnam o, potenzialmente, la Thailandia - per mascherarne l’origine e aggirare i dazi doganali imposti da Washington. Secondo la Camera di Commercio thailandese, la Thailandia punta a ottenere condizioni persino migliori rispetto al Vietnam, sostenendo di avere con gli Stati Uniti un disavanzo commerciale molto più contenuto. 

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Rati Mugnaini Provvedi

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