A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS
Nel suo primo anno di ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha realizzato un cambiamento profondo nella politica estera degli Stati Uniti. Il suo stile fatto di decisioni rapide, messaggi forti e un aspetto esecutivo che spesso ha sfiorato i limiti istituzionali, ha riorganizzato le priorità e riportato idee che sembravano superate al centro del dibattito. Tra questi, la logica delle sfere d'influenza, un concetto tipico del XIX secolo che riappare in nuove forme geopolitiche e geostrategiche.
Trump ha apertamente confermato il dettato della Dottrina Monroe, che nel XIX secolo deliberava che l'emisfero occidentale dovesse essere libero dalle interferenze europee. Il presidente l'ha ribattezzata "Dottrina Donroe", una versione ampliata che presenta gli Stati Uniti come l'unico garante della sicurezza nel continente americano. L'idea si collega a un quadro più ampio: quello di un mondo diviso in grandi spazi dominati dalle potenze regionali.
Le sue decisioni e dichiarazioni non solo hanno modificato l'azione estera degli Stati Uniti, ma hanno anche costretto altri protagonisti internazionali a reagire costantemente ed in collimazione con ogni cambiamento di rotta di Washington. Secondo questa logica, il mondo diventerebbe organizzato e gestito secondo aree di influenza e gli Stati Uniti, in quanto "egemone" dell'emisfero occidentale. Gli stessi avrebbero legittimità ad agire liberamente nella loro regione.
Le sfere di influenza da Schmitt alla Cina Popolare
Questa nozione ricorda il concetto di "grande spazio" (Grossraum) formulato dal filosofo tedesco, Carl Schmitt, il quale auspicava che l'ordine internazionale fosse organizzato attorno a potenze che esercitano la propria influenza in maniera incisiva su intere regioni. Sebbene Schmitt sia una figura controversa a causa dei suoi legami con il nazismo, la sua teoria è stata indirettamente recuperata attualmente da alcuni analisti cinesi per spiegare l'ascesa del paese e il suo ruolo egemone nell'Asia-Pacifico. Non a caso, alcuni studi analizzano come la Cina articoli la sua attuale influenza attraverso investimenti, diplomazia e presenza militare nel suo ambiente regionale. Questo approccio serve anche a mettere in discussione altre tesi, le quali negli anni '90 affermavano che la caduta dell'URSS significasse la "fine della storia" e la vittoria definitiva del liberalismo sul socialismo. Gli sviluppi in Cina, Russia e ora negli Stati Uniti indicano invece più un ritorno della competizione tra grandi potenze.
La visione statunitense è stata incarnata nel documento governativo ufficiale “Strategia di Sicurezza Nazionale” del 2025, il quale formalizza – ma per il momento ipotizza - una divisione del mondo in blocchi: gli Stati Uniti nell'emisfero occidentale, la Russia nel suo immediato vicinato e la Cina nell'Asia-Pacifico. Il documento rappresenta una rottura con l'ordine liberale nato nel Secondo dopoguerra, basato su regole universali e l’azione delle istituzioni multilaterali create ad hoc, ed è impegnato in una logica più territoriale e gerarchica.
Da Monroe a "Donroe": esclusività emisferica nel XXI secolo
La politica estera di Trump si è mossa su coordinate simili a quelle della Cina Popolare, sebbene con fondamenti diversi. Due episodi recenti illustrano questa logica di politica internazionale: l'intervento degli Stati Uniti in Venezuela e l'interesse per un possibile acquisto o annessione della Groenlandia con il pretesto della sicurezza nazionale. Entrambi i casi si basano sull'idea che gli Stati Uniti abbiano il “diritto” di agire liberamente all'interno della propria sfera di influenza.
Ma si possono presentare ulteriori due esempi: nell'ultimo anno ci sono state altre azioni, come attacchi contro presunte navi trafficanti nei Caraibi, pressioni su Panama per la gestione del canale che Trump vuole recuperare, nuove sanzioni al Nicaragua e restrizioni più severe su Cuba o il rafforzamento del suo rapporto con Nayib Bukele in El Salvador in cambio della cooperazione sulla migrazione.
Tutte queste azioni rispondono alla stessa idea: gli Stati Uniti hanno il diritto di agire liberamente e assertivamente all'interno della propria sfera d'influenza e di prevenire – se non di fatto impedire - ogni presenza strategica di potenze esterne. La "Dottrina Donroe" formalizza questa visione e la rende il fulcro della politica estera statunitense.
Lo scontro tra l'agenda internazionale e le aspettative interne
Tuttavia, questa strategia esterna non può essere compresa senza guardare al proprio interno. La dialettica dell'amministrazione Trump contrasta con le priorità di molti degli elettori che lo hanno portato alla Casa Bianca nel 2024. Il loro sostegno si basava su una chiara diagnosi: le amministrazioni precedenti avevano tradito l'americano medio.
Secondo la retorica del presidente, la globalizzazione ha deindustrializzato il paese, ampliato i divari sociali e rafforzato i rivali strategici. Le élite – sia repubblicane che democratiche – avrebbero ignorato questi problemi, causando l'impoverimento del cittadino comune.
Per questo motivo, la fattibilità politica della "Dottrina Donroe" sarà misurata nelle elezioni di metà mandato: Trump controlla tutti e tre i rami del governo, ma la sua maggioranza alla Camera dei Rappresentanti è straordinariamente risicata – la più piccola da quasi un secolo. Il successo della sua agenda internazionale sarà apprezzato positivamente solo se gli elettori percepiscono miglioramenti nella loro qualità della vita. Se l'economia dovesse soffrire o il potere d'acquisto diminuisse, i frutti di questo tentativo di riordinare il sistema internazionale dovranno essere cercati altrove.
Nel frattempo, vale la pena seguire coloro che hanno analizzato concettualmente questo cambiamento per comprendere un cambiamento che, per la prima volta in decenni, non si limita solo alla retorica altisonante, ma riconfigura con la necessaria chiarezza la reale distribuzione del potere.