Un po’ d’Africa in giardino

Storie di sguardi tra due rive del Mediterraneo

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  Antonella Sanna
  22 ottobre 2026
  5 minuti, 2 secondi

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento si intensificò in Europa la fascinazione per l’“altrove”. Era un fenomeno radicato in una storia più lunga di rappresentazioni orientaliste e alimentato dall’espansione coloniale e dalla fiducia nel progresso. Artisti, scrittori e viaggiatori cercavano in quei mondi ciò che ritenevano perduto nella modernità: autenticità, mistero, incontaminazione.

Edward Said ha mostrato come l’orientalismo sia una costruzione dell’immaginario occidentale. Sotto l’etichetta di “Oriente” venivano accomunati territori molto diversi, dal Vicino all’Estremo Oriente fino al Nord Africa. Non ogni interesse per culture diverse è orientalismo. Il termine indica un sistema di studi e immagini che ha descritto l’Oriente come un’entità omogenea e distinta dall’Occidente, attribuendo all’Europa il potere di definirlo.

Da una prospettiva antropologica, l’esotico non è una caratteristica intrinseca di un luogo o di un popolo ma prende forma nello sguardo di chi osserva, attraverso i propri schemi culturali. La ricerca di mondi ritenuti autentici, incontaminati o misteriosi rivela anche inquietudini, desideri e nostalgie di chi li immagina. I luoghi sono anche costruzioni culturali: le rappresentazioni dell’altrove raccontano, insieme, ciò che si guarda e chi guarda.

In questo scenario la Sardegna occupò una posizione particolare. Pur non essendo un possedimento coloniale d’oltremare, fu raccontata da molti viaggiatori come una terra sospesa tra mondi, un “esotismo della porta accanto”. La sua collocazione al centro del Mediterraneo le conferiva, nello sguardo dei visitatori, il carattere di frontiera culturale, europea e al tempo stesso percepita come altra, vicina eppure distante. L’isolamento geografico, le tradizioni lette come arcaiche e i paesaggi ritenuti selvaggi alimentarono questa immagine. Nel 1921, in “Mare e Sardegna”, Lawrence scrisse che Cagliari gli ricordava Malta; di quest’ultima evocò l’immagine di un luogo «perso tra Europa e Africa e appartenente a nessun luogo». Dall’Ottocento archeologi, naturalisti, geologi, botanici, artisti e viaggiatori raggiunsero l’isola attratti da monumenti antichi, paesaggi e usanze considerate autentiche.

Da questo paradosso prende avvio la vicenda di alcuni artisti sardi del Novecento. Anche la Sardegna guardò ad un “altrove”.

Se la Sardegna era stata a lungo raccontata come una terra “altra”, alcuni artisti isolani rivolsero a loro volta lo sguardo oltre il Mediterraneo. Giuseppe Biasi e Melkiorre Melis mostrano che l’isola non fu soltanto oggetto di rappresentazioni esotiche, ma anche luogo da cui si costruivano immagini dell’altrove.

Giuseppe Biasi soggiornò in Libia, Cirenaica ed Egitto tra il 1924 e il 1927, confrontandosi con paesaggi, architetture e figure che ampliarono il suo universo figurativo. I viaggi nordafricani furono tra i periodi più intensi della sua produzione: la luce, i colori e le forme dei paesaggi entrarono nella sua pittura, intrecciandosi con l’interesse per le tradizioni sarde e con una sensibilità mediterranea. Quell’esperienza si svolse nel contesto dell’espansione coloniale italiana: non fu un incontro tra posizioni simmetriche. Per leggere queste opere occorre considerare sia la ricerca personale dell’artista sia il quadro storico in cui si sviluppò.

Anche il legame di Melkiorre Melis con la Libia si colloca in questo quadro. Nel 1934 Italo Balbo gli affidò la riorganizzazione della Scuola musulmana di arti e mestieri di Tripoli. L’incarico non riguardava soltanto la produzione artistica, ma una scuola dedicata alle arti e ai mestieri. Il lavoro di Melis si intrecciò così con l’artigianato e le tradizioni artistiche locali. La sua posizione istituzionale era però legata all’amministrazione coloniale italiana. La vicenda permette di interrogare il rapporto tra produzione artistica, formazione artigiana e potere, senza ridurla a un racconto di incontro privo di conflitti.

Le vicende di Biasi e Melis non cancellano le differenze tra Sardegna e Nord Africa né le asimmetrie coloniali. Mostrano però l’isola come parte di una rete mediterranea di viaggi, immagini e relazioni, oltre che come luogo osservato dall’esterno.

A quasi un secolo dai viaggi di Biasi e Melis, i legami tra Sardegna e Africa riemergono in linguaggi diversi. Nel 2018 Antonio Marras presentò alla Milano Fashion Week una collezione ispirata a Woizero Romaneworch, principessa etiope deportata dal regime fascista all’Asinara nel 1937 con i figli. Attraverso abiti, tessuti e immagini, lo stilista riportò alla luce una pagina poco conosciuta della storia mediterranea. Nella collezione la moda diventa un dispositivo di memoria. Non rappresenta l’Africa come semplice scenario, ma richiama una vicenda di deportazione nella storia coloniale italiana. Il lavoro di Marras rende visibile una memoria che lega i due luoghi, senza cancellare i rapporti di potere che l’hanno attraversata.

Le opere di Biasi e Melis e le creazioni di Marras non raccontano soltanto paesaggi o soggetti ma rendono interrogabile lo sguardo che costruisce le immagini dell’altro.

Resta da chiedersi quanto sopravviva ancora oggi lo sguardo esotico e chi abbia il potere di raccontare una tradizione. Le pratiche culturali possono custodire e rinnovare la memoria di una comunità, diventano folklorismo quando vengono ridotte a immagini fisse per lo sguardo esterno. Il patrimonio non è una reliquia immobile, vive nelle pratiche e nelle scelte delle persone che lo trasmettono. Riconoscere le tradizioni come espressioni vive significa leggerle dentro una società in trasformazione.

La Sardegna è stata spesso raccontata come periferia esotica, ma questa storia non è sovrapponibile a quella delle società africane sottoposte al colonialismo italiano. Tenere presente la differenza permette di superare le semplificazioni. L’arte può contribuire a farlo, restituendo complessità alle immagini e alle memorie che mette in circolo.

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Antonella Sanna

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Cultura Società

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Medio Oriente Storia Arte Mediterraneo