Casa Bianca sotto i riflettori: Susie Wiles e il caso Vanity Fair.
In una serie di undici interviste con lo storico periodico Vanity Fair, Susie Wiles, capo di gabinetto dell’amministrazione Trump, ha parlato del Presidente americano, della sua cerchia, di dazi e del Venezuela, con parole dure e senza fronzoli. Una scelta poco calcolata che potrebbe scalfire ulteriormente la reputazione del Presidente.
CHI E’ SUSIE WILES. Figlia di Pat Summerall, ex giocatore di football e cronista sportivo, Susie Wiles nasce in New Jersey nel 1957. Dopo la laurea inizia una pluridecennale carriera in politica: prima come assistente di deputati, sindaci e governatori, passando poi per le campagne presidenziali di Reagan e di H.W. Bush, e in seguito intraprendendo la professione di lobbista. Nel 2016 entra nel team Trump, coordinando la sua campagna elettorale in Florida, stato dove la “donna di ghiaccio” vive da anni, portando ad una vittoria risicata l’allora outsider newyorchese. Due anni dopo Wiles ripeterà l’impresa gestendo la campagna di Ron DeSantis a governatore, ribaltando i pronostici e dando inizio allo strapotere dell'italo-americano nello stato. Anche nel 2020 la stratega riuscirà a consegnare la Florida nelle mani di Trump, nonostante sia Biden a spuntarla in quelle elezioni presidenziali. Nel 2024, infine, la Wiles, ormai consacrata come una dei consulenti conservatori maggiormente accreditati su scala nazionale, viene scelta per coordinare con Chris LaCivita, altro storico stratega politico americano, la campagna presidenziale di Donald Trump, portandolo ad uno storico ritorno alla Casa Bianca. Per alcuni moderata, per altri una complice delle velleità autoritarie del Presidente, per tutti, però, bravissima nel suo lavoro. Repubblicani e democratici, alleati di Trump e suoi detrattori, politici, giornalisti e funzionari di lunga data di Washington, nessuno riesce a spiegarsi completamente il perché un cavallo a briglie sciolte come il Presidente si fermi spesso ad ascoltare con estrema attenzione quello che lei abbia da dire. Tuttavia, il consenso sul talento della Wiles è bipartisan.
AVEVA BISOGNO DI TRUMP. La carriera di Susie Wiles, non è stata tutta rose e fiori. Anzi, soprattutto negli anni migliori ha incontrato diversi ostacoli. Fra tutti, quello che l’ha messa più alla prova è stata la rottura con DeSantis dopo la vittoria del 2018. Secondo diversi insider di Tallahassee, interni al partito repubblicano, e lo stesso Donald Trump, la Wiles non sarebbe mai andata a genio al governatore della Florida, sua moglie e al suo capo di gabinetto. Il team DeSantis avrebbe infatti sempre temuto che la Wiles si fosse presa troppi meriti che non le spettavano dopo la vittoria e stesse lavorando più in funzione di una rielezione di Trump che per il neoeletto governatore. DeSantis avrebbe allora estromesso la Wiles dai vertici conservatori in Florida, sfruttando lo slancio dello scandalo che in quel periodo la accusava di aver fatto trapelare informazioni riservate alla stampa. L’anno prima la Wiles aveva anche affrontato il divorzio con suo marito, Lanny Wiles, ex assistente speciale e coordinatore delle campagne di Ronald Reagan. Come lei stessa racconta a Politico, in quegli anni temeva per la sua reputazione, per la sua carriera e per la sua sussistenza economica. “Avevo bisogno di lavorare”, ammette. Nello stesso periodo Donald Trump, che si preparava ad una rielezione, aveva disperatamente bisogno di persone fidate che gli assicurassero la vittoria, e per la Florida si appoggiò di nuovo alla stratega che gli aveva già consegnato lo stato una volta. Nonostante la sconfitta nazionale, il “Sunshine State” fu l’unico swing state che Trump riuscì a vincere, addirittura con un margine maggiore di quanto avesse fatto nel 2016. Post-sconfitta, Trump mise la Wiles, ormai cementata come la consulente politica migliore dell’universo conservatore, a capo di tutte le sue operazioni politiche, preparandosi alle elezioni del 2024 per riscattarsi. Tra la sconfitta del 2020 e le primarie 2024, mentre gli scandali e i capi di imputazione circondavano completamente la figura dell’ormai ex-presidente, la Wiles puntò chiaramente il suo mirino fuori dalla tempesta, fissandolo solamente su un obiettivo: DeSantis. Lasciando che i processi contro Trump facessero il loro corso, che gli scandali si sgonfiassero e che il miliardario potesse riprendere il consenso delle masse e tornare a monopolizzare le headlines televisive, la Wiles decise di concentrare tutte le sue risorse e le sue abilità nel manipolare i media per distruggere l’unico altro candidato con una chance di vittoria alle primarie repubblicane: questa strategia si rivelò quella corretta. Quando DeSantis annunciò il suo ritiro, dopo aver perso il primo stato delle primarie, l’Iowa, la Wiles riapparve sui social per la prima volta in quasi sei mesi, twittando un solenne: “Bye bye”.
IL PRIMO ANNO ALLA CASA BIANCA E LE RIVELAZIONI A VANITY FAIR Donald Trump ha nominato Susie Wiles suo capo di gabinetto il 7 novembre 2025, solo due giorni dopo la sua rielezione come presidente. La decisione non ha sorpreso nessuno. La Wiles ha scalato con dedizione e pazienza i vertici del partito repubblicano in più di quarant'anni di lavoro, fino a diventare la prima donna ad essere capo staff del Presidente. Dopo le varie peripezie personali e professionali che l’avevano portata ad avvicinarsi a Trump, assumere uno dei ruoli di maggiore influenza a Washington ha anche portato grossi benefici economici alla Wiles e alla sua famiglia. Dopo la ri-elezione del miliardario, il New York Times riportava come le aziende stessero scalpitando per aggiudicarsi lobbisti che avessero legami con la nuova amministrazione. Subito dopo il 4 novembre, sono stati registrati 33 nuovi clienti presso lo studio dove la Wiles lavorava come lobbista, Ballad Partners (dove, tra gli altri, ha lavorato anche la procuratrice generale Pam Bondi). Il giorno dopo la nomina della Wiles a capo di gabinetto di Trump, la sua primogenita, Katie, è stata messa alla guida dell’azienda di lobbying “Continental Strategy”, mentre la seconda figlia, Caroline, è diventata dopo pochi mesi vice-responsabile degli affari federali dello studio lobbistico “Rubin, Turnbull & Associates”. Il primo anno di questa amministrazione Trump è stato caratterizzato dalla completa rottura con tutto quello che è venuto prima di lui: nelle politiche, nell’attenzione mediatica e nel contegno istituzionale (inesistente). Secondo molti, Susie Wiles è tra i maggiori artefici dell’esplosiva presidenza Trump, data la vicinanza del suo ruolo all’esecutivo, mentre per altri è la moderata alla Casa Bianca che riesce a fermare il Presidente dal perdere totalmente il controllo. A precindere dal ruolo che Susie Wiles sta interpretando come prima consigliere dell’uomo più potente del mondo, nel corso del suo primo anno da chief of staff, la Wiles ha rilasciato una serie di interviste a Chris Whipple di Vanity Fair, aprendo uno squarcio nella quotidianità della seconda amministrazione Trump. Ciò potrebbe, però, ritorcersi contro a tutto l’esecutivo.
All’interno delle interviste, il primo passaggio controverso è quello dove Wiles descrive Donald Trump con un'espressione che ha fatto rapidamente il giro dei media mondiali: una “personalità da alcolista”. Le parole della Wiles fanno riferimento al modo compulsivo, assoluto e totalizzante con cui il Presidente vive il potere. Quello descritto dalla sua consigliera è un Trump che non ammette limiti, convinto che non esista nulla che non possa fare, e che affronta ogni crisi come una battaglia personale, finendo spesso in balia delle sue emozioni. In questo quadro risultano degne di nota le dichiarazioni di Vance, che elogia la Wiles perché, nonostante il suo ruolo, non cerca di influenzare in nessun modo il Presidente, ma piuttosto si pone come facilitatrice nel trasformare l’istinto presidenziale in risultati politicamente utili. Le interviste diventano più spinose quando la capo di gabinetto si sofferma sulla cerchia del Presidente. I giudizi sono spesso taglienti: collaboratori descritti come ideologici, inaffidabili o mossi da ambizioni personali più che da una visione di governo. La Wiles ammette tensioni costanti, lotte di potere interne e decisioni prese nonostante i suoi tentativi di mediazione, come nel caso delle grazie ai responsabili dell’assalto al Congresso del 6 gennaio o della gestione di dossier altamente sensibili come quello legato a Jeffrey Epstein. Durissime le parole su Musk, che viene descritto come un “tipo strano” e un “convinto consumatore di ketamina”, dichiarazioni che sembrano confermare i rumors che circolano da tempo sui problemi di droga del miliardario di Tesla e SpaceX. Altrettanto pesanti i giudizi su JD Vance, additato come un teorico della cospirazione “da più di dieci anni”. Nelle undici interviste non mancano passaggi sulla politica estera, dalla strategia antidroga al Venezuela, dove la Wiles ammette che Trump vuole sfinire il paese per favorire un cambio di regime, e sull’economia, in particolare sui dazi voluti dal Presidente, i quali, riconosce la capa di gabinetto, hanno avuto effetti “più dolorosi del previsto”, alimentando frizioni all’interno dell’esecutivo. La serie di interviste sembra essere una scelta poco calcolata dalla Wiles, ma perfettamente in linea con questa amministrazione. In filigrana, infatti, quello che emerge è una Casa Bianca governata più per reazione che per pianificazione, dove l’equilibrio si regge sulla capacità di gestire il caos di poche figure chiave, prima fra tutte la stessa Wiles. È proprio questo il punto più delicato delle interviste: Susie Wiles appare contemporaneamente come architetta e testimone di un sistema che conosce perfettamente e che sembra ormai troppo grande per essere controllato, o anche giustificato. Nel tentativo di raccontare la propria versione dei fatti, la capo staff finisce per confermare molte delle critiche rivolte all’amministrazione Trump. Il rischio per il 47esimo presidente è che da questa serie di interviste emerga per il pubblico un racconto che, più che rafforzare la Casa Bianca, ne incrini ulteriormente l’immagine, mettendo in luce crepe difficilmente sanabili per l’esecutivo.
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L'Autore
Giovanni Ferrazza
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