Washington e America Latina, la politica estera trumpiana nell’era multipolare

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  Lucas Martin Torres
  24 novembre 2025
  9 minuti, 10 secondi

Il cortile di casa

I legami tra gli Stati Uniti e i propri vicini ispanofoni sono profondamente radicati nella tradizione politica nordamericana. La volontà statunitense di possedere un’esclusività nei rapporti con i paesi meridionali data radici primordiali nelle relazioni internazionali di Washington. Già nel 1823, con la ben nota Dottrina Monroe, gli USA avevano cercato di imporre delle limitazioni al resto delle potenze europee per quanto riguardava i rapporti con i Paesi latinoamericani, sottolineando come il monopolio di influenza spettasse a Washington, da qui la massima “America agli americani”.

L’impostazione iniziale degli USA sottolineava una forte appartenenza alla regione, almeno inizialmente, ma come sottolineava Eraclito: “nulla è permanente tranne che il cambiamento”. L’interesse americano andò gradualmente scemando tra il XIX e il XX secolo, trovando solo nella minaccia del blocco comunista una ragione per recuperare l’interesse verso il proprio cortile di casa. Le incursioni politiche socialiste in America Latina scaturirono in una isterica preoccupazione da parte di Washington; le derive comuniste in Cile, Cuba e Nicaragua convinsero la Casa Bianca a intervenire direttamente nel continente. Il pugno di ferro americano portò nella creazione di dittature militari e scontri di guerriglia con vari gruppi armati e paramilitari in Colombia, Perù, Uruguay e America Centrale. Questo clima segnò particolarmente la seconda metà del XX secolo, caratterizzata dalla decade persa, contraddistinta da violenza sociale, stagnazione economica ed erosione dello stato di diritto.

Con la fine della guerra fredda e, di conseguenza, del rischio di una deriva socialista potenzialmente pericolosa per gli USA nella regione, gli Stati Uniti rivolsero la propria attenzione in aree più attraenti come il Medio Oriente e l’Asia. Tra la seconda metà degli anni ’80 e l’inizio del nuovo secolo, i vari Paesi latinoamericani sperimentarono una nuova fase di democraticizzazione determinata dalla globalizzazione. Soprattutto per gli Stati centroamericani, l’interconnessione globale non accompagnata da un reale sviluppo socioeconomico sfociò in forti migrazioni in cerca di standard di vita migliori. Questi flussi migratori trovarono la propria destinazione principalmente negli USA, unico Paese nel continente, oltre al Canada, in grado di offrire crescita economica e sicurezza sociale, fattori che queste persone non trovavano nei propri Paesi di origine.

I primi anni 2000 segnarono nel panorama politico sudamericano una sorta di rinascita culturale, la cosiddetta “Marea Rosa” contribuì a uno sviluppo politico caratterizzato da grandi passi in avanti nella cooperazione regionale. Con le presidenze Kirchner, Lula e Mujica, tra gli altri, furono compiuti grandi progressi nelle politiche sociali e progressiste nel continente. Ciò portò al sorgere di diversi attriti con Washington, che decise di metabolizzare queste prese di posizione in nome della linea politica Obama, più interessata agli avvenimenti nell’area MENA e restia a entrare in conflitto con i propri vicini.

Trump II, multipolarismo e America Latina

Come la quasi totalità degli analisti politici evidenzia, il secondo mandato presidenziale di Donald J. Trump si differenzia drasticamente dal primo quadriennio. Nonostante la linea politica sia rimasta sostanzialmente coerente, la radicalizzazione delle idee risulta evidente: guerra commerciale, immigrazione, politica estera e base elettorale hanno mostrato una notevole evoluzione. Benché l’agenda di policy sia rimasta formalmente quella che tutti si aspettavano, l’irrigidimento ideologico ha sorpreso non solo gli addetti ai lavori, ma anche l’insieme della comunità internazionale nel suo complesso, alleati e non. Se negli ultimi vent’anni il contesto latinoamericano è stato in larga misura ignorato da Washington, oggi la regione ha acquisito un ruolo di particolare rilievo. Se da un lato la crescita economica del Brasile e il contesto politico in Venezuela hanno iniziato a preoccupare la Casa Bianca, dall’altro si può dire che Trump abbia trovato nuovi alleati a San Salvador e Buenos Aires. Un quadro così eterogeneo e variegato ha reso indispensabile per gli Stati Uniti un impegno più centrato nel continente.

La nomina di Marco Rubio non risulta casuale. Dopo decenni di interessamento esclusivo per l’emisfero orientale, la nomina di un Segretario di Stato altamente specializzato in tematiche latinoamericane evidenzia la volontà statunitense di riacquisire peso strategico in America meridionale. Al contrario, un protratto disinteressamento avrebbe contribuito ad aumentare pericolosamente la penetrazione politica e ideologica esterna in America Latina, fenomeno già evidente in molti Paesi.

Brasile e guerra commerciale

Il protagonista politico assoluto e colosso economico regionale è indiscutibilmente il Brasile. Nonostante la breve parentesi di destra populista di Bolsonaro, il Paese ha sperimentato negli ultimi venticinque anni governi di socialismo progressista: prima con Lula, seguito da Dilma Rousseff, per poi tornare al leader sindacalista pernambucano. L’appartenenza dello Stato sudamericano al gruppo dei BRICS ha causato non pochi attriti con la presidenza Trump. Brasilia, infatti, è stata tra i principali obiettivi dell’aggressiva politica commerciale di Washington, minacciata da dazi e restrizioni estremamente dannose per l’economia brasiliana. Il Brasile, pur intrattenendo dinamici rapporti con Pechino e Mosca, vede negli USA l’11% delle proprie esportazioni e il 16% delle importazioni, transazioni valutate in circa 77 miliardi di dollari.

A seguito dell’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Lula e Trump hanno avuto l’occasione di presentare le proprie istanze per una normalizzazione dei rapporti commerciali tra i due Paesi. È evidente che da settembre le trattative abbiamo fatto enormi passi in avanti, come la sospensione dei dazi al 40% su diversi prodotti agroalimentari brasiliani, che rappresentano il 44% delle esportazioni totali del Paese. Nonostante ciò, la sospensione non copre la totalità dei prodotti, rendendo ancora aperte le trattative tra i due Paesi.

Messico e sicurezza

La linea “Trump” verso il proprio vicino meridionale, nonostante possa sembrare simile a quella con Brasilia, è ideologicamente diversa. Le minacce commerciali e critiche aperte che la Casa Bianca ha rivolto al Governo messicano, non avevano fine di danneggiamento economico, bensì di ricatto politico. La presidenza Sheinbaum, social-progressista, non è mai stata una minaccia per gli USA; nonostante ciò, a seguito dell’assunzione della presidente, sono state diverse le critiche che Washington ha presentato a Città del Messico. “L’armacommerciale puntata sull’economia messicana è sempre stata affiancata da sollecitazioni politiche che lo Studio Ovale poneva sul tavolo per evitare lo scontro commerciale. Dalla richiesta di incrementare di diecimila unità la presenza militare al confine alla limitazione delle ingerenze commerciali cinesi nel mercato messicano, la volontà americana non è mai stata quella di perdere un alleato, bensì di “correggerne” le politiche in modo da avallare la propria posizione e sicurezza regionale.

La risposta del Governo di Claudia Sheinbaum è sempre stata accondiscendente. Immaginare un Messico politicamente lontano dagli USA risulta impossibile, in primis per la tradizione politica del Paese. Troppo vulnerabile al peso strategico che il proprio vicino esercita, proprio lì, pochi chilometri a nord. La scelta di ricorrere a un allineamento (non ideologico ma politico) con gli Stati Uniti è quindi necessario, per mantenere uno status quo regionale e per salvaguardare l’economia del Paese azteco.

El Salvador e Argentina, alleati politici

Non solo contrapposizioni in America Latina, Trump ha anche trovato dei solidi alleati ideologici nel continente. In America Centrale, la figura di Nayib Bukele è stata di vitale importanza per la propaganda politica repubblicana. Come? Mostrando che un modello alternativo, basato su sicurezza e liberalismo economico, è realmente possibile nella regione. Incentivando la crescita economica dei piccoli Stati americani ed evitando un’economia basata su rimesse alimentate da grandi flussi migratori verso gli USA. Ciò, oltre a stabilire forti legami con il governo di San Salvador, ha permesso all’ala repubblicana americana di aumentare i propri consensi anche nella popolazione ispano-americana, oggi rappresentativa del 19,5% dell’elettorato americano e con picchi del 39% in California e Texas e del 47% in New Mexico. Percentuali e consensi chiave per la rielezione di Trump. 

Più a sud la situazione è leggermente diversa, a differenza di El Salvador, l’Argentina non registra grandi flussi migratori verso l’estero, o perlomeno non esclusivamente verso gli USA. Nonostante negli ultimi anni la situazione economica del Paese abbia esortato la popolazione argentina a emigrare negli States, ciò non ha generato un disagio parvente nella popolazione statunitense. D’altronde, la recente emigrazione rioplatense non è stata caratterizzata da un esodo, bensì da fasce della popolazione argentina emigrate quasi esclusivamente nelle aree adiacenti a Miami, risultando così limitata e, soprattutto, circoscritta ad un’area geografica determinata, senza generare una percezione negativa nell’elettorato statunitense.


Oltre al tema migratorio, la vera intesa tra Washington e Buenos Aires è di tipo ideologico. Il fenomeno Milei è stato sfruttato dalla Casa Bianca come sponsor dell’ideologia libertaria, legando l’economista di Buenos Aires al movimento MAGA. Importante risulta essere anche l’allineamento totale che la Casa Rosada sta esercitando sulle posizioni di Washington, dal conflitto in Medio Oriente al disimpegno nelle principali organizzazioni internazionali. Insomma, nonostante la partnership tra i due paesi possa sembrar favorire sul piano concreto più il paese sudamericano (recente è la notizia di uno swap da 20 miliardi di dollari a favorire delle casse argentine), Trump cerca di sfruttare l’amicizia con il Governo argentino come garante delle posizioni americane, utilizzando Milei come ambasciatore regionale.

Oltre al tema migratorio, la vera intesa tra Washington e Buenos Aires è di tipo ideologico. Il fenomeno Milei è stato sfruttato dalla Casa Bianca come sponsor dell’ideologia libertaria, legando l’economista di Buenos Aires al movimento MAGA. Importante risulta anche l’allineamento totale che la Casa Rosada sta esercitando sulle posizioni di Washington, dal conflitto in Medio Oriente al disimpegno nelle principali organizzazioni internazionali. Insomma, nonostante la partnership tra i due Paesi possa sembrare favorire sul piano concreto più il Paese sudamericano (recente è la notizia di uno swap da 20 miliardi di dollari a favore delle casse argentine), Trump cerca di sfruttare l’amicizia con il governo argentino come garante delle posizioni americane, utilizzando Milei come ambasciatore regionale.

Venezuela e interventismo

La situazione nei Caraibi è sicuramente la tematica che più preoccupa la Casa Bianca. Caracas rappresenta certamente il focolaio di instabilità politica più rischioso in Sudamerica, non solo per l’ormai decennale crisi umanitaria ed economica del Paese, bensì perché rappresenta un pericoloso avamposto per le interferenze dei principali competitors americani, come Mosca, Teheran e Pechino. I recenti attacchi militari al largo delle coste venezuelane, a danno di imbarcazioni presumibilmente appartenenti a reti di narcotraffico internazionale, hanno espresso chiaramente il messaggio di Washingtonmostrare l’enorme asimmetria politico-militare e la determinazione statunitense di non voler abbandonare il proprio vicinato strategico.

La posizione di Caracas risulta più ragionevole. Successivamente a un’iniziale richiesta di supporto a Mosca e Pechino, Caracas ha più volte esortato una normalizzazione dei rapporti con Washington. Maduro ha richiesto più volte, in modo più che diretto, a Trump di cessare gli attacchi militari.

Una soluzione nel breve-medio termine non risulta ancora chiara, oltre che non prevedibile. Al di là alla volontà di dissuadere i rivali asiatici dall’interferire nella zona esclusiva americana, non è ben chiaro il progetto USA per il Venezuela. Esortazioni a un intervento diretto o indiretto sono state avanzate dall’opposizione venezuelana in esilio, ma un regime change non sembra essere l’obiettivo reale.

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