Venezia, il potere e l’illusione

Il matrimonio di Jeff Bezos tra cinema e spettacolo

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  Jacopo Cantoni
  29 giugno 2025
  3 minuti, 41 secondi

Venezia è il palcoscenico ideale. Non è solo una location da cartolina e un simbolo eterno della cultura, ma un complesso miscuglio di binomi: bellezza e decadenza, potere e rovina, borghesia e portuali, icona del turismo di lusso e dell’arte che tutto sublima, cornice del Guggenheim e del primo festival di Cinema al mondo.

Il matrimonio di Jeff Bezos e Lauren Sanchez a Venezia è molto più di una cerimonia privata: è un evento performativo, spettacolarizzato fino all’eccesso, un tableau vivant tra yacht faraonici, ospiti stellari e "città blindata". È un’immagine che pare uscita da un film e forse proprio attraverso il cinema possiamo leggere in profondità l’evento mediatico dell’ultimo mese, per coglierne le ombre dietro la luce dei riflettori.

Generalmente, i film ambientati a Venezia — o che ne evocano l’estetica — ci offrono chiavi di lettura variegate, che in questo caso ci permettono di interpretare questa celebrazione del potere come messa in scena dell’ideologia contemporanea.

In Morte a Venezia, Visconti porta sullo schermo l’ossessione estetica come prefigurazione della rovina. Gustav von Aschenbach insegue la perfezione incarnata nel giovane Tadzio, mentre attorno a lui la città si sgretola tra miasmi e decadenza. Venezia è già allora terminale: elegante, malata, incantata.

Un trionfo estetico che nasconde un vuoto, un’apoteosi del lusso che, più che celebrare la vita, sembra mettere in scena una fine — la ritualizzazione estetica del potere come immortalità apparente.

Così anche nella Venezia shakespeariana di Othello, messa in scena da Welles, la città si configura come un centro di potere coloniale, luogo in cui l’altro viene esibito, controllato, poi annientato. Othello è l’eroe tragico per eccellenza, incastrato tra il desiderio di appartenenza e l’irriducibile alterità.

L’ossessivo controllo dell’immagine pubblica, la spettacolarizzazione dell’intimità, il dominio mediatico che costruisce e annienta narrazioni. L’uomo di potere, come Othello, è intrappolato nella necessità di rappresentarsi e al tempo stesso di proteggersi da ciò che questa rappresentazione può generare.

Anche Fellini dice la sua: La città delle donne è un magnifico delirio onirico in cui un uomo si ritrova travolto da un universo femminile che sfugge al suo controllo. Il protagonista vaga in una dimensione surreale, dove la maschera del desiderio maschile viene messa a nudo e ridicolizzata.

È un impianto iper-patriarcale che rimette al centro il maschio di successo, potente e celebrato. Ma ne rivela la fragilità: un sogno narcisista che si afferma proprio mentre il mondo reale, fuori dalla scena, lo mette in discussione.

Infine, Östlund e il suo Triangle of Sadness, smonta la macchina del privilegio con un umorismo feroce, capovolgendo le gerarchie tra chi serve e chi comanda. Una crociera per ricchi che si trasforma in incubo.

Lo yacht, come emblema, si fa microcosmo sociale: non solo status symbol, ma dispositivo di potere, cornice della spettacolarizzazione di chi appare dominante e che spesso è dipendente da un sistema che lo eleva per poi ridicolizzarlo.

I numeri presentati dai giornali come grandi conquiste, 40 jet privati, 80 yatch, un mondo che brucia, una Venezia che sprofonda.

Il matrimonio di Bezos, per come è stato presentato al mondo, è cinema nel senso più pieno: mise-en-scène, regia accurata, narrazione globale, estetica sovraccarica, consumo istantaneo dell’immagine. Ma i film citati ci insegnano a guardare dietro la facciata: smontano le coreografie del potere, del desiderio e dell’apparenza.

Venezia, ancora una volta, si rivela specchio dell’Occidente: riflette le sue ambizioni, le sue ossessioni, e anche le sue crepe. Oggi più che mai, è una città che racconta attraverso il silenzio delle sue acque e le ombre del suo passato.

E quindi si torna alla solita domanda: può la cultura essere comprata? Se sì, chi può permetterselo? E chi può permetterselo, da chi riceve la possibilità? Da una comunità che spiritualmente ne dà la propria benedizione, oppure da un singolo?

Fonti:
Morte a Venezia - 1971 - Luchino Visconti
The Tragedy of Othello: The Moor of Venice - 1951 - Orson Welles
La città delle donne - 1980 - Federico Fellini
Triangle of Sadness - 2022 - Robert Östlund

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L'Autore

Jacopo Cantoni

Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.

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Cultura

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Jeff Bezos Lauren Sanchez venezia Matrimonio Visconti Fellini Welles Ostlund Morte a Venezia Triangle of Sadness Othello La città delle donne