Vietato abortire: Amber Nicole Thurman muore in ospedale

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  Giorgia Milan
  26 settembre 2024
  3 minuti, 30 secondi

Amber Nicole Thurman, una ragazza americana di 28 anni, mamma di un bambino di 8, è morta il 19 agosto del 2022 in ospedale a causa di un’infezione. Un reportage condotto da Kavitha Surana, pubblicato su ProPubblica, ha finalmente reso pubblica la storia di questa giovane donna, che sognava di diventare infermiera. Una seconda storia verrà pubblicata a breve.
Incinta di due mesi e mezzo, la ragazza aveva assunto una pillola abortiva, ma non era riuscita a espellere l’embrione che ha quindi causato un’infezione. La morte si sarebbe potuta evitare con la rimozione dell’embrione dall’utero.

Sì, se solo le leggi in Georgia lo consentissero.

Il Comitato della Mortalità Materna in Georgia ha determinato che la morte di Thurman era prevenibile: bastava solamente completare la rimozione dell’embrione dall’utero effettuando quindi un raschiamento. Ma così non è stato, i medici hanno avuto paura a intervenire in seguito alle nuove leggi antiaborto varate qualche settimana prima dell’accaduto in Georgia (rischiavano fino a 10 anni di galera). Nel giugno del 2022, infatti, entrò in vigore la legge che proibiva (e proibisce tutt’ora) l’aborto, quando il battito cardiaco del feto è percepibile. Questo accade solitamente intorno alla sesta settimana, quando la maggioranza delle gravidanze non viene neanche accertata.
Dunque, dopo 20 ore di sofferenza e dolori lancinanti, i medici hanno deciso di intervenire. Ma era troppo tardi. Amber Thurman è morta sotto i ferri di setticemia.

Non sappiamo quante altre donne siano morte nello stesso modo e a quante accadrà ancora. Una cosa la sappiamo però: questa storia ci mette davanti la cruda realtà delle leggi contro l’aborto, di quanto mortali e ingiuste siano. Sono delle vere e proprie condanne a morte per le donne, obbligate a portare avanti gravidanze rischiose o costrette a ricorrere a mezzi estremi per ottenere un aborto. Il tutto unicamente a causa di decisioni politiche, talvolta addirittura prese da uomini.

La tutela federale all’aborto negli Stati Uniti d’America risale alla sentenza della corte suprema del 1973 “Roe contro Wade” ed era considerata una pietra miliare della giurisprudenza americana. Sottolineiamo, era.

Nel 2022, infatti, la Corte Suprema degli Stati Uniti, piena di giudici conservatori incaricati da Donald Trump, ha varato una nuova sentenza, “Dobbs contro Jackson Women’s Health Organization”, che ha rovesciato completamente la sentenza del 1973. Venne quindi rimossa ogni tutela federale sull’aborto, facendo guadagnare a ogni stato americano piena libertà in materia.

La costituzione americana, secondo questa sentenza, non garantisce il diritto all’aborto, la decisione spetta quindi al popolo. Le conseguenze sono note: 22 stati americani in cui l’aborto è vietato o comunque fortemente limitato e migliaia le donne respinte dal pronto soccorso e costrette a portare avanti gravidanze che mettono in pericolo la loro vita.

Il tema dell’aborto torna centrale non solo per la pubblicazione del reportage di Kavitha Surana, ma anche perché gli Stati Uniti si trovano in piena campagna presidenziale. Kamala Harris, in seguito all’articolo di Surana, ha dichiarato “le donne sanguinano nei parcheggi, vengono respinte dai pronti soccorsi, perdono la possibilità di diventare madri in un altro momento. Le superstiti di stupri e incesti si sentono dire che non possono decidere cosa succede al loro corpo. E adesso le donne muoiono (…). Questo è esattamente ciò che temevamo quando la Roe è stata annullata”.

Quanto dice la candidata alla presidenza americana Kamala Harris è vero. Senza il rovesciamento della sentenza Roe contro Wade questo non sarebbe successo e continuerà a succedere se non si pone rimedio.

In questa storia il feto non aveva chance di sopravvivenza. La madre sì, poteva sopravvivere, bastava intervenire subito. Quindi, mentre medici e politici pro-vita continuavano la loro battaglia per il diritto alla vita, una donna è morta e un bambino di 8 anni è rimasto senza mamma. Questo è quello che loro chiamano "Il diritto alla vita".

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L'Autore

Giorgia Milan

Giorgia Milan, classe 1998, ha conseguito una laurea triennale in “scienze politiche, relazioni internazionali e governo delle amministrazioni”, con una tesi riguardo la condizione femminile in Afghanistan, e successivamente una laurea magistrale in “Human rights and multi-level governance”, con una tesi riguardo la condizione delle donne rifugiate nel contesto dell’attuale guerra Russo-Ucraina, il tutto presso l’Università degli studi di Padova.

I suoi interessi principali sono i diritti umani, in particolare i diritti delle donne. È proprio il forte interesse per questi temi che l’ha spinta a intraprendere un tirocinio universitario presso il Centro Donna di Padova, durante il quale ha avuto la possibilità di approcciarsi al mondo della scrittura e della creazione di contenuti riguardanti la violenza di genere e le discriminazioni.

In Mondo Internazionale Post Giorgia Milan è un'autrice per l'area tematica di Diritti Umani.

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Diritti Umani

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