L’inquinamento da plastica è un tema molto discusso; immagini scioccanti di tartarughe morenti intrappolate nella plastica sono ovunque online. Ma sebbene queste immagini mostrino un problema reale e urgente, non raccontano tutta la storia. Non tutta la plastica non riciclata proveniente dal Nord Globale finisce negli oceani; una gran parte viene spedita nei Paesi del Sud Globale, dove spesso si accumula in discariche, depositi a cielo aperto o impianti di riciclo scarsamente regolamentati, causando gravi conseguenze ambientali e sociali che ricevono molta meno attenzione.
Questo fenomeno è conosciuto come colonialismo dei rifiuti o waste colonialism: la pratica attraverso la quale le nazioni ricche esportano i loro rifiuti plastici nei Paesi più poveri, spesso con la scusa del riciclo, con conseguenze devastanti per le persone e le comunità che si ritrovano a doverli gestire. Questo tipo di inquinamento da plastica non comporta solo danni ambientali, ma riflette anche disuguaglianze sistemiche e un modello storico di sfruttamento. Il termine fa un chiaro riferimento al colonialismo storico, quando le risorse naturali e la manodopera venivano estratte dalle regioni colonizzate, e lo collega all’attuale commercio di rifiuti, in cui il peso dei danni ambientali viene ancora una volta scaricato su chi ha meno responsabilità.
La logica è semplice: se il consumo di plastica continua ad aumentare, esistono solo due modi per eliminarne i rifiuti: incenerirli o smaltirli in discarica. L’incenerimento diventa l’unica alternativa plausibile se un Paese non consente lo smaltimento su larga scala all’interno dei suoi confini. Il problema? Bruciare plastica ha un forte impatto in termini di emissioni di carbonio, proprio ciò che molti dei Paesi responsabili di grandi quantità di rifiuti stanno cercando di ridurre. Per evitare entrambe le opzioni, alcuni scelgono di esportare i propri rifiuti altrove, preferibilmente verso Paesi con regolamenti deboli e sotto l’illusione che tutto verrà riciclato correttamente.
Per anni, i Paesi ad alto reddito, in particolare in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone e in Australia, hanno esportato rifiuti plastici sostenendo che sarebbero stati riciclati, ma la realtà è molto più complessa. Un rapporto del 2024 dell’Agenzia per le Indagini Ambientali (Environmental Investigation Agency, EIA) ha rivelato che nel 2023 Paesi come Paesi Bassi, Germania, Regno Unito, Belgio, Francia, Italia, Stati Uniti, Giappone e Australia sono stati tra i maggiori esportatori di rifiuti verso Paesi non OCSE.
Quali sono i Paesi più colpiti dal colonialismo dei rifiuti? Dal 2018, quando la Cina ha vietato l’importazione di rifiuti plastici con la sua politica "National Sword", i Paesi occidentali hanno iniziato a deviare le esportazioni verso altre parti dell’Asia e dell’Africa. Da allora, Paesi come Malesia, Indonesia, Vietnam, Thailandia e Filippine hanno registrato un forte aumento delle importazioni di rifiuti plastici, spesso arrivati illegalmente o sotto falsa dichiarazione. In Africa, il Ghana sta lentamente diventando una discarica a cielo aperto, mentre in America Latina anche Messico e Perù stanno seguendo questa tendenza.
Nonostante sforzi globali come la Convenzione di Basilea, che regola il commercio di rifiuti pericolosi, il traffico illegale di rifiuti plastici continua, anche se i governi cercano di contrastarlo. Un caso significativo è il sistema di riciclo del Regno Unito, noto come Extended Producer Responsibility (EPR), che viene fortemente abusato. I criminali sottraggono circa 50 milioni di sterline ogni anno attraverso attività di riciclo false. Questo toglie fondi ai veri progetti di riciclo e rende più facile esportare i rifiuti in altri Paesi.
Le conseguenze sono gravi: questo commercio aggrava la povertà, può contribuire alla diffusione di malattie e provoca danni duraturi alle persone e all’ambiente dei Paesi che ricevono i rifiuti. Inoltre, rafforza modelli di sfruttamento simili a quelli dell’epoca coloniale.
La crisi dei rifiuti plastici è seria, ma le soluzioni non sono lontane. Nella regione MENA, da generazioni le persone riutilizzano, riparano e trasformano materiali: vecchi vestiti diventano tappeti o borse, e materiali naturali sostituiscono la plastica. Queste pratiche quotidiane dimostrano che la sostenibilità fa già parte della cultura locale.
Se uniamo queste tradizioni con soluzioni moderne, come responsabilizzare le aziende per i rifiuti che producono (EPR) e dare ai Paesi il diritto di rifiutare rifiuti pericolosi (PIC), possiamo affrontare il problema alla radice. Regole più severe sull’export e un riciclo locale più efficiente faranno la differenza.
Tuttavia, per andare avanti, i Paesi più ricchi devono smettere di scaricare i propri rifiuti su quelli più poveri. Devono investire in sistemi di gestione dei rifiuti locali e giusti, così che nessuna comunità debba subire un inquinamento che non ha causato.
Oggi abbiamo un’occasione rara. I governi stanno negoziando un trattato globale sulla plastica, che potrebbe cambiare per sempre il modo in cui gestiamo la plastica. Se agiamo insieme, con coraggio, rispetto per le tradizioni e cooperazione internazionale, possiamo spezzare il ciclo del colonialismo dei rifiuti e costruire un futuro più pulito e più giusto per tutti.
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L'Autore
Adele Mutti
Tag
waste co plastic colonialism colonialismo dei rifiuti inquinamento da plastica