Gli Houthi, conosciuti anche come Ansar Allah («Sostenitori di Dio»), sono un movimento politico-militare appartenente alla corrente zaydita dell'islam sciita, sviluppatosi nello Yemen settentrionale negli anni Novanta. La sua nascita si inserisce nel contesto della progressiva marginalizzazione della comunità zaydita, storicamente dominante nel nord del Paese fino alla caduta dell'Imamato nel 1962, e della crescente diffusione del salafismo sunnita, sostenuto anche dall'Arabia Saudita.
Dal 2004, gli Houthi avviarono una serie di insurrezioni contro il governo di Ali Abdullah Saleh. La Primavera araba del 2011 favorì la loro espansione territoriale, culminata nella conquista della capitale Sana'a nel 2014 e nella fuga del presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi nel 2015. Nello stesso anno, l'Arabia Saudita intervenne militarmente alla guida di una coalizione araba per ristabilire il governo riconosciuto internazionalmente, contenere l'influenza iraniana e tutelare la propria sicurezza regionale.
Lo Yemen divenne così teatro di una guerra civile progressivamente regionalizzata, nella quale le rivalità interne si intrecciarono con gli interessi strategici dell'Arabia Saudita e dell'Iran, contribuendo alla frammentazione politica e militare del Paese. Le conseguenze furono devastanti: secondo una stima del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), entro la fine del 2021 il conflitto avrebbe provocato circa 377.000 morti, tra vittime dirette e indirette, aggravando una crisi caratterizzata da epidemie di colera, insicurezza alimentare e collasso dei servizi essenziali.
Nell'aprile 2022, Hadi trasferì i propri poteri al Consiglio di Comando Presidenziale, presieduto da Rashad al-Alimi e comprendente anche rappresentanti di forze vicine agli Emirati Arabi Uniti, tra cui il Consiglio di Transizione Meridionale (STC), favorevole all'indipendenza dello Yemen meridionale. Nello stesso mese, una tregua mediata dalle Nazioni Unite contribuì a ridurre le ostilità, ma scadde nell'ottobre 2022 senza una soluzione politica definitiva.
Una nuova dimensione internazionale emerse dopo il 7 ottobre 2023 e l'inizio della guerra nella Striscia di Gaza. Dal novembre successivo, gli Houthi avviarono attacchi contro navi commerciali nel Mar Rosso, dichiarando di agire in solidarietà con la popolazione palestinese. La minaccia alla navigazione nello stretto di Bab el-Mandeb spinse Stati Uniti e Regno Unito a condurre, dal gennaio 2024, bombardamenti contro obiettivi Houthi in Yemen.
Nel 2026, il conflitto ha conosciuto una nuova escalation. Secondo quanto riportato dal Guardian il 17 ottobre 2026, gli Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto un accordo con l'Arabia Saudita per riprendere il finanziamento delle forze anti-Houthi, in cambio della copertura aerea saudita. L'intesa rappresenta un primo passo verso il superamento delle profonde divergenze tra Riyadh e Abu Dhabi sul futuro dello Yemen.
Nel frattempo, l'Arabia Saudita continua a subire attacchi con droni e missili Houthi, che hanno compromesso infrastrutture energetiche e aeroportuali, tra cui l'aeroporto internazionale di Riad. Parallelamente, il Consiglio di Transizione Meridionale ha richiesto un referendum sull'indipendenza, prospettando il ripristino della divisione territoriale precedente all'unificazione del 1990. Nonostante le ingenti perdite, gli Houthi rimangono determinati a conquistare le città strategiche di Taiz e Marib.
L'intensificazione delle ostilità ha coinvolto ulteriori attori regionali. Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha annunciato la convocazione di una sessione straordinaria del Parlamento per autorizzare un eventuale intervento difensivo a sostegno dell'Arabia Saudita, escludendo operazioni offensive.
Anche il Regno Unito, sollecitato da Riyadh, ha inviato un velivolo RAF Voyager per il rifornimento in volo. Tale coinvolgimento solleva interrogativi giuridici: nel 2019, la Corte d'appello britannica aveva giudicato illegittime le modalità di autorizzazione delle esportazioni di armamenti verso l'Arabia Saudita, per l'inadeguata valutazione delle possibili violazioni del diritto internazionale umanitario durante i bombardamenti del 2015-2016.
Il governo saudita sostiene oggi di aver modificato le proprie modalità operative e di agire conformemente al diritto alla legittima difesa previsto dalla Carta delle Nazioni Unite. Il 15 ottobre 2026, il Consiglio di Sicurezza ha riconosciuto tale diritto nel rispetto del diritto internazionale, senza tuttavia esonerare le parti dagli obblighi di protezione dei civili.
La ripresa delle ostilità rischia infine di aggravare una crisi umanitaria già devastante. Secondo le Nazioni Unite, dall'agosto 2026 oltre 200.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, aumentando la pressione sulle organizzazioni umanitarie. Particolarmente critica è la situazione nella città di Taiz, dove, secondo quanto riportato dal Guardian il 15 ottobre, circa 800.000 residenti rischiano di rimanere privi di aiuti essenziali a causa dell'intensificazione delle ostilità e delle restrizioni all'accesso umanitario. L'insicurezza alimentare, la scarsità di acqua potabile, il deterioramento dei servizi sanitari e la diffusione di malattie continuano a minacciare la sopravvivenza della popolazione civile. In questo contesto, la prosecuzione delle operazioni militari ostacola ulteriormente la distribuzione degli aiuti e aggrava le condizioni delle comunità più vulnerabili. La crisi yemenita evidenzia come il protrarsi di un conflitto alimentato da rivalità interne e interessi regionali continui a far ricadere sulla popolazione civile le conseguenze più gravi della guerra, rendendo sempre più urgente una soluzione politica che garantisca la protezione dei civili, l'accesso umanitario e il ripristino dei servizi essenziali.
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L'Autore
Bianca Mannino
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Yemen crisi umanitaria Arabia Saudita