La città è un simbolo dello sviluppo umano fin da tempi immemori. Sono molteplici gli esempi storico-culturali che pongono importanti centri urbani come emblemi dell’evoluzione sociale, fino ai nostri giorni.
Oggi la città, reduce da una lunga serie di mutamenti sociali, urbanistici, economici e tecnologici si trova a svolgere una funzione sempre più complessa, diversa da quella attribuita da visioni tradizionali. Il concetto di “città globale” è simbolo di un nuovo tempo, l’era delle interconnessioni e degli equilibri precari.
Le global cities, viste come centri urbani dal forte valore simbolico e tecnologico, ridefiniscono il nostro modo di abitare, di vivere e pensare la città. Gli interrogativi e le opportunità riguardo il futuro sono molteplici, le possibilità interpretative sono attualmente aperte.
L’identità delle Global Cities
In un mondo che cambia continuamente, che diventa sempre più interconnesso, digitalizzato, e veloce, in un mondo “globalizzato”, in cui merci e persone circolano senza pausa e dove gli stili di vita e le abitudini si mescolano, mutiamo noi e muta anche lo spazio che ci circonda. Le città crescono ed evolvono in risposta alle nuove esigenze dei loro cittadini, adattandosi ai nuovi bisogni economici, sociali e culturali.
Per il sociologo polacco Zygmunt Bauman la città è uno dei principali poli di osservazione per comprendere i fenomeni globali e studiare l’essere umano, analizzandone i cambiamenti storici e sociali (Bauman, 2007). Oggi, infatti, la maggior parte delle persone vive in città. Si tratta di un fenomeno piuttosto recente che, in seguito ai processi di industrializzazione, ha comportato una migrazione sempre più massiccia della forza lavoro, dalle campagne verso i centri urbani (Holbrook, 2018).
In conseguenza alla globalizzazione e ai costanti processi di urbanizzazione si sono sviluppate le cosiddette “global cities”, centri urbani molto estesi, cosmopoliti, che esercitano una grande influenza a livello mondiale, sia dal punto di vista economico che culturale. Metropoli come Londra, Parigi, New York e Tokyo sono state riconosciute come perfetti esempi di questo tipo di città. I loro monumenti più famosi, si pensi alla Torre Eiffel o alla Statua della Libertà, rappresentano un simbolo non soltanto della città che li ospita, ma dell’intera nazione (Abrahamson, 2004).
Nonostante la distanza geografica e le loro singole peculiarità, le global cities hanno degli elementi che le accomunano tutte. Sulla scia della globalizzazione, infatti, aeroporti, stazioni ferroviarie e grandi centri commerciali , sorgono nelle città presentando caratteristiche simili. Non importa quindi se si è a Madrid, a Stoccolma, a New York o a Tokyo: la catena di negozi di un grande marchio sarà presente in tutte le città, i prodotti saranno tendenzialmente gli stessi e anche il negozio presenterà al suo interno delle similitudini. Se da una parte questa caratteristica fa si che ci si senta “a casa” anche quando si è all’estero, dall’altra invece per molti critici queste somiglianze rappresentano una perdita di diversità legata alle caratteristiche geografiche di un luogo. In tal senso, una delle critiche rivolte ai processi di globalizzazione è quella di generare una progressiva omologazione fra le aree del globo.
Riferendosi a questo fenomeno di perdita di identità dei luoghi, l’antropologo francese Marc Augé ha coniato l’espressione “non luoghi”. Si tratta di realtà anonime, in cui manca l’impronta di una particolare identità o cultura. Sono luoghi di passaggio, in cui gli individui transitano in maniera fredda ed automatica. Non c’è spazio per il riconoscimento con queste realtà. Aeroporti, catene alberghiere, grandi magazzini, supermercati; per Augé tutti questi sono esempi di “non luoghi”. Il loro scopo è funzionale, sono progettati per il consumatore e non per l’essere umano: non c’è spazio per l’incontro o per la convivialità, sono realtà impersonali dove l’individuo viene concepito esclusivamente nella sua dimensione individuale, in cui è facile isolarsi. Coloro che vi transitano sono individui simili e soli. La funzionalità del luogo è racchiusa esclusivamente nella sua efficienza, garantendo un passaggio rapido, senza far perdere troppo tempo ai viaggiatori che le attraversano. In queste realtà è dunque assente l’idea dell’incontro, del trovarsi e del fermarsi. Nel quadro appena delineato, Augé racconta la solitudine dei tempi moderni, che inizia proprio dallo spazio in cui gli individui vivono (Augé, 1997).
Quella che Augé descrive come la condizione del tempo attuale è la "surmodernità". Si tratta di un’espressione coniata dallo stesso autore per riferirsi alla modernità del mondo contemporaneo, una modernità che ai suoi occhi risulta “eccessiva” e che conduce ad un estremo individualismo, con una costante crescita di senso di solitudine nell’individuo (Fabietti, 2011).
Per diversi teorici è proprio la globalizzazione la forza motrice responsabile della “despazializzazione” del nostro mondo. Jean Baudrillard, sociologo francese, descrive la globalizzazione come un fenomeno che elimina le differenze ed i valori, conducendo in extremis ad una cultura unica, perfettamente indifferente (Marzocca, 2015). Michel Foucault ha condotto diversi studi analizzando la relazione fra spazio e potere. Leggendo i suoi studi viene da chiedersi se togliendo lo spazio, inteso come luogo di incontro, si vada ad indebolire la collettività incoraggiando invece un atteggiamento di tipo individualistico.
Noi cambiamo e lo spazio muta con noi. Quello che si modifica è il nostro modo di vivere i luoghi e di concepire lo spazio in quanto realtà fisica. I luoghi, infatti, sono costituiti dall’abitare, si definiscono in base a coloro che li vivono. In “Essere e tempo” (1927) il filosofo tedesco Martin Heidegger sosteneva che l’“esserci”, e quindi l’esistere, può essere fatto soltanto vivendo nel mondo. Essere nello spazio, dunque, significa abitare gli spazi e relazionarsi ad essi. Da questo rapporto nascono quindi i luoghi nel modo in cui noi li concepiamo.
Alla luce di tali considerazioni è impensabile non considerare l’avvento di Internet e dei social network. Lo sviluppo di telecomunicazioni così rapide e immediate ha generato delle “seconde realtà”. Il mondo digitale riesce a costituire una dimensione “altra”, che non ha natura materiale e che contribuisce sempre di più all’isolamento dell’individuo, permettendogli di isolarsi da ciò che gli accade attorno. Si crea così quella situazione in cui anche all’interno di un luogo affollato, come può essere una metropolitana, l’individuo si può percepire solo, riscontrando un senso di solitudine e anonimato, in cui si sta insieme senza stare insieme.
La globalizzazione, il centro urbano come luogo politico e altre sfide
Questa sezione approfondirà una discussione relativa alla questione dell’integrazione nelle città globali; fornirà una panoramica dell’importanza della dimensione spaziale nelle città, seguita da un’estensione della prospettiva dalle città-motore dell’economia globale alle megacities caratterizzate da condizioni meno vantaggiose; infine, accennerà alle implicazioni in ambito ecologico dell’attività intrinseca alle città globali. Prima di qualsiasi analisi, tuttavia, riteniamo fondamentale chiarire in che misura è possibile parlare di città globali.
Le città globali non possono essere comprese senza prendere in considerazione la causa determinante, o il processo che ha maggiormente contribuito alla loro definizione: la globalizzazione. Con questo termine, cui si attribuiscono una moltitudine di interpretazioni, in generale, si intende la crescente interdipendenza tra entità disposte su più livelli (si vedano Scholte, 2008; Kolb, 2021). Più nello specifico, Savitch (2002) indica cinque elementi caratterizzanti questo fenomeno: nuove tecnologie; comunicazioni istantanee e informatizzazione; standardizzazione dei prodotti economici e maggiore vulnerabilità dei sistemi economici dovuta a maggiore interdipendenza. Sostanzialmente, la globalizzazione è da intendersi quale processo che riduce le lontananze, fisiche e virtuali. Evidentemente, ciò comporta grandi opportunità per chi ne è soggetto. Allo stesso tempo, tuttavia, ne derivano distorsioni e sfide che si dispiegano a livello economico, politico e sociale. Dove collocare, dunque, le città in un simile contesto? Da un lato, si presumerebbe che, date la rapidità degli scambi e le transizioni tecnologica e digitale, le città abbiano perso di importanza. Se nei secoli passati il business era un’attività prettamente urbana, oggi invece è abbordabile anche da casa, ovunque si trovi. Tuttavia, è vero il contrario. Infatti, è lo stesso processo che ha condotto il mondo degli affari nelle città, secoli addietro, ad aver iniziato quella che noi oggi chiamiamo globalizzazione (Webber, 1963); di conseguenza, i centri urbani, ricoprono tutt’oggi un ruolo fondamentale, forse più di allora.
Come affermato da Glickman (1985), la globalizzazione ha reso le città i centri nevralgici della vita economica dei, e fra i Paesi. Savitch (2002) riporta che a partire dal 1970 fino al primo decennio del secolo corrente, l’aumento del Pil nazionale è stato direttamente proporzionale all’aumento dell’urbanizzazione, e ciò risulta vero sia per i paesi più e meno sviluppati. Di conseguenza, “where you live and work matters”. Ciò implica che le opportunità, in un contesto di squilibrio tra luoghi urbani e rurali, siano fortemente sbilanciate in favore dei primi. Le città globali, dunque, sono una meta essenziale per coloro alla ricerca di un avvenire migliore. Esse rappresentano il dove si concretizza il processo di integrazione nel quotidiano, con le sue cause, le sue applicazioni e le sue conseguenze a livello socio-politico (Villa, 2018). Come accennato, le città più grandi sono le mete preferite per chi è in cerca di una professione. Solitamente, esse rappresentano i luoghi maggiormente integrati, aperti culturalmente e tecnologicamente avanzati. Ivi è più semplice accedere ai servizi pubblici, sviluppare una rete di contatti e trovare un lavoro. Tuttavia, come scrive Villa (2018), gli stranieri in una data città continuano a sperimentare situazioni di svantaggio rispetto ai nativi, in particolare nel caso di neo-arrivati poco qualificati. Questo intreccio di tensioni porta a rendere le città via via più centrali nel processo di integrazione, e ciò risulta vero dall’analisi affrontata dall’autore, il quale traccia l’evoluzione dei fenomeni migratori in Europa e la conseguente variazione degli approcci di governance delle politiche migratorie, dimostrando che l’adozione gradualmente più definitiva di un approccio multilivello corrisponde ad un crescente ruolo delle entità locali. Nientedimeno, si potrebbe indagare la profondità e l’estensione del problema dell’integrazione nelle città globali. Come è stato argomentato precedentemente, le città globali ricoprono una posizione fondamentale nel sistema economico mondiale. Sassen (2001) le definisce luoghi chiave per la direzione e il controllo dell’economia mondiale, e riafferma la forza disgregatrice della dimensione spaziale delle grandi città. Con ciò, Sassen identifica un problema non irrilevante delle città globali, con conseguenze significative sul processo di integrazione. Nello specifico, la condizione di precariato. La dimensione spaziale e la divisione delle competenze all’interno delle grandi città, all’interno delle quali si creano veri e propri cluster economici, spesso identificati anche con luoghi fisici (da qui l’importanza, anche simbolica, della divisione dello spazio), sono cause della condizione di precariato che affligge la gran parte dei migranti che approdano nelle città globali (Jordan, 2017). In questo senso, la divisione spaziale si pone come una barriera alla mobilità sociale degli individui.
Essendo il cuore della vita sociale contemporanea, le aree urbane sono lo scenario prediletto per scontri tra attori diversi, sia nei paesi del Nord del mondo che in quelli del Sud (Rodrigues et al., 2017). È negli ambienti più critici che si fa maggiore leva su questo elemento. Per esempio, Ferreira (2007) associa la spartizione dello spazio urbano al sistema di produzione capitalistico, all’interno del quale esistono disparità; Bauman (2006), similmente, evidenzia come l’utilizzo dei luoghi pubblici, in primis le piazze, sia stato sfruttato strategicamente dai governanti, talvolta negando la loro inclusione nei processi di riorganizzazione urbana. Questo, sostanzialmente, perché essi sono i primi palcoscenici per la manifestazione del dissenso da parte di chi all’interno delle città non ha molti spazi da ritagliarsi. Ciò che si intende far risaltare in questa sede, per inciso, è come le città globali siano allo stesso tempo siti di opportunità e conduttori di insicurezze; l’urbanistica e il suo impiego da parte delle autorità urbane sono fattori imprescindibili al fine di comprendere le dinamiche urbane e dunque sociali. Esercitare controllo sullo spazio urbano equivale a tenere a bada i tumulti sociali in esso esistenti (Rodrigues et al., 2017). Lo spazio urbano, e quindi sociale, si presta dunque allo sfruttamento politico. Da una prospettiva più radicale, Michel Foucault (1978) sosteneva che il controllo sullo spazio urbano corrispondesse alla supervisione più invasiva su elementi significativi delle vite individuali. Attraverso lo spazio si districa il potere. Data la centralità delle città, il loro continuo attirare, nolenti o volenti, grandi masse di individui provenienti dagli stessi o da altri confini, può allora comportare un aumento della sopra menzionata dimensione, e significative sono le stime che suggerirebbero la realizzazione di una simile prospettiva (v. Banca Mondiale, 2018).
In aggiunta, data la crescita della popolazione globale e la prevista affluenza nelle grandi città, il fenomeno dell’urbanizzazione avrà effetti diversi in contesti diversi. Quando si passa dal mondo avanzato, dotato di strumenti per il controllo urbano e di risorse per affievolire la lotta sociale, al mondo sottosviluppato, infatti, nuove difficoltà sopravanzano. Kotkin (2014) parla di megacities riferendosi alle grandi città più povere e disastrate. Storicamente, la dimensione delle città è stata associata alla ricchezza e al potere delle stesse o di un paese, mentre oggi, tra le città più popolose del mondo la maggior parte è composta da poveri. Si pensi a Dacca, la capitale del Bangladesh, che riceve circa 400.000 nuovi migranti all’anno e accresce proporzionalmente la dimensione delle baracche circostanti i quartieri più ricchi della città; oppure Mumbai, o Manila, dove bere acqua non contaminata è quasi impossibile. Infatti, gli abitanti delle megacities meno sviluppate devono interfacciarsi con minacce costanti alla propria salute, e l’assenza di infrastrutture agevoli e servizi necessari. In questi casi, dunque, la ricerca di stabilità economica è preceduta da una preventiva ricerca di condizioni sanitarie migliori.
Tuttavia, anche nel migliore dei contesti urbani, le attuali calamità che affliggono il globo nella sua interezza esercitano un impatto ambivalente. Se da un lato le città globali raccolgono le avanguardie tecnologiche, dall’altro esse rappresentano la quota di provenienza maggiore delle emissioni di CO2 di un paese. Secondo quanto riportato da Kennedy et al. (2009), i fattori principali che influenzano la quantità di emissioni urbane riguardano: la posizione della città, dalla quale deriva l’importanza della temperatura media del luogo, cui dipende un maggiore o minore consumo di energia, nonché il traffico marittimo o aereo; il livello di reddito pro capite, al cui aumento corrisponde, tendenzialmente, un maggiore consumo di energia; il livello di sviluppo tecnologico, poiché nonostante l’efficacia di strumenti avanzati, il loro smaltimento è difficoltoso. Quanto all’ultimo punto, si pensi alle numerose iniziative riguardanti le attività pubbliche di sharing. Ovunque, nelle grandi città, sono presenti mezzi di trasporto liberamente fruibili, quasi sempre elettrici. Quello che a primo impatto può sembrare rivoluzionario, progressista e eticamente corretto, tuttavia, può essere messo in dubbio. Appunto, cosa ne sarà dello smaltimento delle componenti di tali mezzi? Siamo completamente certi della loro efficacia nel ridurre le emissioni di gas serra? Uno studio recente, condotto da Harris et al. (2021) prende in esame il contesto svedese al fine di rispondere a queste domande. Gli autori rilevano che, in potenza, le attività di sharing possono ridurre le emissioni di CO2; tuttavia, i numeri variano da un gruppo di mezzi all’altro. Di conseguenza, larga parte del discorso rimane aperta.
Nell’epoca della globalizzazione, l’esercizio della governance sul suolo urbano è un’attività crescentemente complessa (Prior & Roth, 2013). Come è stato presentato, l’amministrazione urbana gioca un ruolo fondamentale in merito alle politiche di integrazione e di inserimento sociale; le città sono teatro di scontri sociali, e infine rappresentano le contraddizioni che esistono tra sviluppo e sostenibilità. Che i punti sollevati, tuttavia, non si ritengano esaustivi. L’emergenza pandemica, ad esempio, offre nuovi spunti di riflessione aggiuntivi, essendo state, le città, al cuore della crisi epidemica. La sezione successiva accoglierà il suggerimento di non porre barriere all’analisi del futuro delle città globali.
Un’interpretazione conflittuale della città
Per fare un’analisi è prima di tutto necessario interrogarsi su quale sia la natura dell’oggetto preso in esame. Nel caso delle città, quindi, prima di poter fare qualsiasi intervento di miglioria è fondamentale cercare di rispondere alle domande: “Che cos’è una città” e “Qual è la sua funzione?”. Naturalmente non esiste una sola risposta e ognuno darà una sua verità in base alla propria esperienza. Il sociologo francese Henri Lefebvre ha condotto un’analisi dello spazio urbano concentrandosi sulla sua dimensione conflittuale. Secondo Lefebvre, infatti, la città è uno specchio della società e della storia. Nelle loro strutture e nei modelli organizzativi, le città riflettono l’epoca in cui vivono e le logiche di potere, stabilendo chi è dentro e chi è fuori. Le global cities, in quanto centro vitale dei poteri forti dell’economia, della finanza, della tecnologia e della politica, rifletterebbero gli interessi degli oligarchi che accolgono. L’analisi che Lefebvre ha portato avanti offre una lettura pratica e politica dello spazio. Pratica perché è concreta, riguarda il quotidiano degli individui e la loro vita inserita in un modello capitalistico specifico, e che non può essere ignorato; politica perché contiene al suo interno un appello al cambiamento sociale, e un invito a una trasformazione che parta dal basso (Biagi, 2017).
Quello che viene invocato è un “diritto alla città”, da intendersi come diritto alla partecipazione e alla fruizione di beni e servizi da parte di tutti gli esseri umani che vivono quel territorio (Lefebvre, 1968).
Gli studi di Lefebvre non vedono, dunque, nella città uno spazio armonioso e pacifico, ma al contrario, un luogo di scontro, in cui gli interessi dei più forti schiacciano quelli dei più deboli. Non è possibile pensare a un unico modo di vedere la città. Parigi, per esempio, può avere moltissime e diverse sfaccettature in base a chi la osserva. Lo sguardo di un pendolare non sarà quello di un dirigente che vive in una zona residenziale, o di uno studente che affitta una stanza, o della famiglia immigrata che vive in periferia, o del clochard che dorme per strada: ogni città assume sembianze diverse in base al city user che ne sta usufruendo. È innegabile ammettere che le global cities nella loro evoluzione diventano sempre di più città di potere, di grattacieli con grandi uffici, di cultura per i turisti, ma al loro interno faticano sempre di più ad accogliere persone “normali”. Più, infatti, le città crescono “modernizzandosi”, più i prezzi degli affitti si alzano e le zone abitative del centro diventano sempre meno accessibili. I processi di riqualificazione urbana spesso comportano una “gentrificazione”, ovvero il processo sociale per cui una zona prima “popolare”, in seguito ai lavori di rinnovamento, esercita un nuovo potere attrattivo nella classe più abbiente che progressivamente migra verso quella zona, rendendo il quartiere selettivo. Ne sono un esempio i quartieri di Isola, Porta Nuova e Citylife nella città di Milano. L’aumento di richiesta di immobile in quella parte di città ha generato un incremento dei prezzi degli affitti, imponendo ai vecchi inquilini di spostarsi verso le aree più periferiche, ed economiche, della città.
Se quindi le città devono essere ridisegnate per andare in contro alle nuove esigenze imposte dal futuro, non può mancare uno sguardo alle diseguaglianze interne, altrimenti le migliorie rischiano di restare benefiche solamente sulla carta.
Il futuro post-pandemia delle global cities
Che ne sarà dunque delle global cities nel futuro? Da sempre si azzardano previsioni a riguardo, speculando su quanto le città cresceranno, quanto saranno moderne, multiculturali, ecologiche. Il 2019 però ha cambiato lo scenario globale: la pandemia di Covid-19 ha portato urbanisti, architetti, politici, sociologi e antropologi, a ripensare il ruolo delle città. Già nel 2012 in “Spillover. L’evoluzione delle pandemie”, David Quammen prevedeva un futuro in cui le epidemie dilagheranno sempre più rapidamente e intensamente. Ebola, SARS e, ultimo, il Coronavirus, sono solo dei possibili assaggi di quello che ci aspetterà nei prossimi anni. Come quindi ripensare città, così vaste e ampiamente abitate, riducendo le possibilità di contagio? Secondo alcuni teorici, il punto di partenza dovrebbero essere le aree verdi. Con la pandemia, infatti, tutti siamo stati costretti ad una vita più “domestica”, forzati a rimanere in casa per via del lockdown. Questo ha generato il naturale bisogno di uscire, di passare del tempo all’aria aperta. Il parco di Central Park a New York, aperto nel 1856, è nato dalla convinzione del suo ideatore, l’architetto Frederick Law Olmsted, che credeva che uno spazio verde fosse fondamentale per rendere la città più salubre ai suoi abitanti. L’importante ruolo che il parco newyorkese ha svolto nel contesto della pandemia ha dimostrato che le teorie di Olmsted erano effettivamente corrette (Ware et al., 2020).
In quasi tutti i grandi centri urbani, dunque, sono stati implementati progetti per rendere le città più “verdi”, ricavando nuovi parchi e aree naturali. Non è poi da dimenticare la variante “smart working”. Negli ultimi due anni, un numero sempre maggiore di lavoratori ha lasciato l’ufficio per iniziare a lavorare dalla scrivania di casa. Pensare che adesso tutto possa ritornare come prima sarebbe un’illusione. Lavorare da casa ha infatti i suoi difetti, ma anche i suoi pregi, a cui i lavoratori difficilmente rinunceranno. Se da un lato lo smart working riduce lo spazio di socialità del lavoratore, abbatte la barriera tra la sfera privata e quella lavorativa, e può essere alienante, dall’altra parte permette ai lavoratori di risparmiare tempo, si pensi ad esempio a tutti i pendolari, e di avere una gestione più flessibile della propria giornata: si può organizzare il lavoro con una maggiore autonomia, avendo anche la possibilità di passare più tempo in famiglia o di coltivare degli hobby esterni al proprio impiego. Naturalmente il lavoro da casa è più agevolato per chi gode di grandi spazi abitativi, in cui è possibile ricavare una propria stanza da lavoro. Più complicato è invece per coloro che non possiedono tali spazi e che quindi durante la pandemia si sono ritrovati a dover vivere e lavorare in ambienti molto ridotti, magari in condivisione con altre persone o membri della propria famiglia.
Come si può risolvere tale dilemma? Nei grandi centri urbani il numero di spazi per il coworking è in constante aumento. Qui si può affittare una stanza o un posto ad una scrivania in cui lavorare con altre persone. La proposta del coworking potrebbe anche rappresentare un riempitivo per quei vuoti di socialità che il lavorare da casa impone. Nelle grandi città è poi sempre più comune lavorare all’interno delle catene di bar che offrono grandi tavolate con prese elettriche a cui caricare computer e cellulari, e wi-fi gratuito per tutti i consumatori. La possibilità di lavorare da casa apre poi un'altra importante possibilità: vivere fuori dalla città. Le metropoli, infatti, sono sempre state un polo attrattivo per le offerte di lavoro che proponevano. Se il lavoro si muove verso casa però, non c’è più l’obbligo per l’impiegato di migrare verso il lavoro. Questo permetterebbe dunque di ripopolare quelle aree urbane che negli anni sono sempre più state abbandonate.
Anche dal punto di vista ambientale, per fronteggiare le problematiche imposte dalla crisi climatica, lo smart working è visto in un’ottica positiva: riducendo gli spostamenti si riduce l’inquinamento. Tuttavia, le città non possono fermarsi e rimanere immutate di fronte alle nuove esigenze. Secondo gli architetti Paul Ware, Jorge Lobos e l’italiana Eleonora Carrano l’obiettivo futuro per i centri urbani è quello di acquisire una propria “elasticità”, qualità che gli permetterebbe di essere sempre pronte a fronteggiare le nuove emergenze. Si tratterebbe di città in cui lo spazio è progettato per essere flessibile e per andare incontro ai bisogni di tutti i cittadini, con un occhio di riguardo soprattutto per i più fragili. Metafisicamente parlando, quindi, è la città stessa a cambiare per proporre una soluzione alle nuove esigenze umane.
Il gruppo EasyPark ha rilasciato nel 2021 il documento “Cities of the Future”, una classifica delle città tecnologicamente più avanzate e adatte per vivere nel futuro. I criteri della competizione erano basati su quattro standard: il livello di digitalizzazione della città, considerando diversi settori come l’educazione o gli ospedali; la mobilità, analizzando la gestione del traffico o l’ecosostenibilità dei trasporti; l’infrastruttura informatica, per esempio nella disponibilità di fare pagamenti elettronici, e infine l’impatto ambientale, considerando la gestione dei rifiuti, le energie rinnovabili e le bioedilizie. In base alla dimensione della città sono stati stilati tre vincitori. Nelle metropoli abitate da più di tre milioni di persone, Londra si è aggiudicata il primo posto. Per quanto riguarda invece le città che contano fra i 600 mila e i 3 milioni di abitanti il podio è tutto scandinavo, con al primo posto Copenaghen, seguita da Stoccolma e Oslo. Mentre Lund, nel Sud della Svezia, si è aggiudicata il titolo di città più all’avanguardia per affrontare le sfide del futuro, fra i centri urbani compresi fra i 50 mila e i 600 mila abitanti (Brandoli, 2021).
Conclusioni
Alla luce di quanto emerso all’interno dell’analisi risulta chiaro come lo stesso concetto di global city non sia ancora del tutto stabile e univoco. Esistono anzi diverse sfaccettature del termine e differenti modi di intendere la città globale contemporanea.
Gli elementi più interessanti presi in analisi riguardano in particolare gli aspetti economici, sociali e tecnologici delle nuove città simbolo dei nostri tempi. Città interconnesse e in continua evoluzione, volte ad affrontare i problemi della contemporaneità, sempre in un equilibrio labile e in perenne competizione tra loro: la lotta per il primato di “città del futuro” è fortemente combattuta.
L’interrogativo centrale per una proiezione futura riguarda la deriva che la global city come entità economico-politica possa prendere. All’alba di una nuova pandemia mondiale, saranno proprio le grandi città di tutto il mondo a dover rispondere per prime, e lo stesso ragionamento riguarderà anche i nuovi conflitti e gli avanzamenti in tema ambientale. Le global cities sono attualmente degli esempi per la comunità internazionale e questo aspetto è destinato ad intensificarsi.
Città simbolo, potenti centri economici e demografici, le global cities saranno in grado di mantenere l’ordine democratico senza cadere in facili derive autoritarie di stampo tecnocratico? Riusciremo a trovare una nuova identità umana in grandi città che finiscono per assomigliarsi anche in aree del mondo diametralmente opposte?
Gli interrogativi sono molti e sempre complessi, quello che però risulta evidente è che gli anni futuri saranno decisivi per lo sviluppo sociale ed economico della nuova umanità e che ancora una volta la città sarà il terreno primario del nostro sviluppo e della lotta eterna dell’uomo contro le avversità.
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