Referendum 2025: Lavoro, Cittadinanza e le Fragilità della Democrazia Diretta

  Focus - Allegati
  28 July 2025
  30 minutes, 33 seconds

Autori

Simona Chiesa - Senior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

Rosa Santa Serravalle - Senior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

Sofia Spanó - Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società



Abstract

L’articolo esamina il referendum dell’8-9 giugno 2025 come espressione di democrazia diretta, con particolare attenzione al quesito sulla cittadinanza. Dopo una riflessione sul ruolo storico del referendum in Italia e sul contesto politico successivo al Jobs Act, si analizza la proposta di ridurre da dieci a cinque anni il periodo di residenza richiesto agli extracomunitari per richiedere la cittadinanza. La modifica avrebbe favorito l’integrazione e l’accesso ai diritti per oltre un milione di persone, ma ha sollevato critiche da chi temeva una “cittadinanza facile” e una perdita di identità nazionale. La campagna referendaria ha mostrato una netta polarizzazione politica, con la maggioranza di governo contraria e le opposizioni a favore. Nonostante il 65% dei votanti abbia sostenuto la proposta, l’affluenza insufficiente ha impedito il raggiungimento del quorum, lasciando invariata la normativa. Il caso solleva interrogativi sul funzionamento della democrazia diretta e sul futuro delle politiche di cittadinanza in un Paese sempre più multiculturale.

  1. I risultati del referendum su lavoro e cittadinanza

L’8 e 9 giugno gli elettori italiani sono stati chiamati a esprimersi su cinque quesiti referendari riguardanti tematiche legate al mondo del lavoro e alla cittadinanza. Con questi ultimi, il totale delle consultazioni referendarie nella storia repubblicana sale a settantotto (Il Sole 24 ore, 2025). Tuttavia, la partecipazione alle urne si è fermata al 30,6%, ben al di sotto della soglia del 50% più uno degli aventi diritto (pari a 25,5 milioni di voti), necessaria affinché i referendum abrogativi producano effetti giuridici. Di conseguenza, il quorum non è stato raggiunto, e le norme oggetto di revisione – che toccavano licenziamenti nelle piccole imprese, contratti a termine, infortuni sul lavoro e procedure di acquisizione della cittadinanza – rimangono in vigore (Il Post, 2025).

L’analisi territoriale mostra un’Italia divisa: il Nord ha fatto registrare tassi di partecipazione generalmente superiori al Sud, ma nessuna area è riuscita a capovolgere il quadro nazionale. Firenze guida la classifica delle affluenze con il 46,0%, seguita da Torino (39,3%), Milano (35,4%), Roma (34,0%) e Napoli (31,8%) – nessuna delle quali ha però superato la soglia di validità (Youtrend, 2025).

Un elemento degno di nota riguarda il divario di genere: quasi ovunque, la partecipazione femminile ha superato quella maschile, ribaltando il trend delle elezioni europee del 2024, dove in 91 province su 106 erano stati gli uomini a recarsi più numerosi alle urne. Solo a Taranto si è registrata una maggiore affluenza maschile. Il divario massimo a favore delle donne è stato osservato a Nuoro, con un +6,9 punti percentuali (Youtrend, 2025).

Nei referendum abrogativi, il raggiungimento del quorum rappresenta un elemento determinante per la validità della consultazione. I dati sull’affluenza, quindi, non solo riflettono il grado di partecipazione popolare, ma alimentano anche il dibattito sull’astensionismo e sulla legittimità delle campagne mirate a favorirlo. Alcuni partiti hanno infatti esplicitamente promosso la non partecipazione come strumento per impedire l’approvazione delle modifiche proposte. In questo contesto, è tornata d’attualità la discussione, sia in ambito politico che accademico, sull’opportunità di rivedere o abolire il quorum, con l’obiettivo di stimolare una maggiore partecipazione e rafforzare il ruolo del referendum come strumento autentico di democrazia diretta.

  1. Referendum come strumento di democrazia diretta: criticità e limiti legislativi

Il referendum riguardava fondamentalmente cinque quesiti, di cui quattro erano volti ad abrogare la legge del Jobs Act (D.lgs 15 giugno 2015), mentre il quinto a modificare la legge 91/1992 Art.9 lett. f per diminuire da 10 a 5 anni la possibilità di ottenere la cittadinanza da parte degli stranieri. Come molti avevano previsto, il referendum si rivelò un fallimento: solo il 30,6% ha espresso il proprio parere (favorevole/contrario), percentuale lontana dal quorum dalla soglia del 50%+1 degli aventi diritto, necessaria per rendere valido il voto.

Il voto è uno degli atti di partecipazione politica più diffusi nelle democrazie contemporanee, ma spiegare le motivazioni che spingono i cittadini a votare è una domanda alla quale la teoria della democrazia ha tentato e dato diverse risposte. È più probabile che una persona vada a votare se ha un interesse generalizzato per la politica, se possiede alcune informazioni di base, se ritiene di poter influenzare le scelte o decisioni con il proprio voto, ovvero se si considera dotata di un senso di efficacia: «è molto improbabile che una persona con scarsi interessi per la politica, poche informazioni e limitato senso di efficacia possa motivarsi o essere motivata a sufficienza per recarsi alle urne» (Pasquino, 2009, 71).

Nel referendum, il popolo esprime un parere vincolante che incide direttamente sulla questione oggetto della consultazione.. Il termine referendum deriva dal verbo latino, referire, ovvero ‘rendere conto di qualcosa a qualcuno’ (Benedikter et al. 2011). È, infatti, attraverso il referendum che ‘un quesito politico generale viene riferito a chi detiene la sovranità, cioè alla cittadinanza di uno Stato, di una regione, di una provincia o di un comune affinché ne decida’ (Benedikter et al. 2011). Il referendum assume quindi le vesti di uno dei pochi strumenti di eccellenza per cui in Italia (così come negli altri Paesi in cui è previsto) si effettua la democrazia diretta, in cui il potere di decisione della res publica, viene gestita direttamente da tutti i cittadini.

Ad oggi, non vi è una definizione univoca di democrazia diretta. L’aspetto che unanimemente è riconosciuto della democrazia diretta è che essa richiama il periodo storico dell’Antica Grecia ed in particolare della Città-Stato di Atene. È proprio da questo ambiente che trae i connotati di democrazia classica, la democrazia degli Antichi.

All’interno della Costituzione Italiana vigente (del 1948) sono presenti, in quanto strumenti di democrazia diretta, il diritto di petizione (Art. 50) e il diritto di presentare un progetto di legge, da parte almeno di cinquantamila elettori, redatto in articoli (Art. 71 c. 2) (Morbidelli et al.,1997). Per i referendum, è stato recepito solo il referendum abrogativo (Art. 75), mentre sono stati poi previsti il referendum costituzionale nell’ambito del procedimento di revisione (Art. 138 c. 2, 3), varie ipotesi di referendum territoriale (Art. 132 c. 1, 2 e art. 133 c. 2) e il referendum regionale, demandato alla disciplina degli statuti delle Regioni (art. 123) (Morbidelli et al.,1997).

Concentrando l’attenzione solo sul referendum, ad oggi sono maggiormente utilizzati soprattutto il referendum costituzionale e quello abrogativo. Quest’ultimo ha lo scopo di cancellare, in tutto o in parte, leggi ordinarie dello Stato o decreti legislativi già in vigore. Può essere richiesto da almeno 500.000 elettori o da cinque Consigli regionali. La proposta è sottoposta a due controlli: uno formale da parte dell’Ufficio Centrale per il referendum della Corte di Cassazione, e uno di legittimità costituzionale da parte della Corte Costituzionale, che verifica il rispetto dell'articolo 75 della Costituzione. Perché il referendum sia valido, deve votare almeno la metà più uno degli aventi diritto. L’abrogazione è approvata se la maggioranza dei voti validi è favorevole. In tal caso, le norme indicate cessano di avere effetto dal giorno successivo alla pubblicazione del decreto presidenziale sulla Gazzetta Ufficiale.

Il referendum abrogativo, in vigore dal 1970, rappresenta uno strumento cardine della democrazia diretta italiana che permette ai cittadini di esprimersi su leggi già approvate dal Parlamento. Dal 1974 al 2022 si sono tenute in Italia diciotto tornate di referendum abrogativi; in nove casi (dieci con quest’ultimo) non è stato raggiunto il quorum. I primi a fallire furono quelli del 1990 su caccia e pesticidi; nel 2022 sulla giustizia, promossi dalla Lega di Matteo Salvini e dal Partito Radicale, con una partecipazione del 21% degli aventi diritto.

Per quanto riguarda invece il referendum costituzionale, si è svolto la prima volta nel 2001, concernente la riforma del Titolo V della Costituzione. Ebbe esito positivo, appoggiando la riforma deliberata dal Parlamento, mentre nelle altre due consultazioni (2006 e 2016) ci fu esito negativo, respingendo la deliberazione parlamentare e con conseguente effetto preclusivo dell’entrata in vigore della riforma. In questo caso il corpo elettorale può solo impedire (o consentire) l’entrata in vigore della revisione approvata in ambito parlamentare, la decisione rimane al Parlamento. Il referendum costituzionale è stato pensato e viene ritenuto strumento di garanzia a favore delle minoranze, che possono contare sull’intervento del corpo elettorale in funzione oppositiva rispetto alle scelte compiute dalla maggioranza parlamentare (Pesole, 2019).

Mentre nel primo caso è il Comitato promotore (il quale può essere rappresentato da un organo statale o dai cittadini) a porre il quesito per l’abrogazione di una legge specifica, nel referendum costituzionale, i votanti non hanno influenza sul contenuto del quesito. Un’ulteriore differenza tra i due referendum è il quorum di partecipazione; mentre il primo è vincolato dal quorum di maggioranza (50%+1), il secondo non ha vincoli.

Con il termine quorum si fa riferimento al numero minimo (di votanti). È possibile introdurre una distinzione tra quorum di partecipazione e di assenso, attraverso i quali una votazione referendaria risulta valida, grazie al raggiungimento di un numero minimo di partecipazione oppure un numero minimo di consensi. Riguardo al referendum abrogativo, come già detto, la soglia minima è il 50%+1. Tuttavia, un quorum così elevato pone le premesse per una limitazione del potenziale del referendum, favorendo inoltre coloro che propendono all’astensionismo, poiché “la disposizione che la maggioranza nel referendum debba essere calcolata sugli elettori tramuta in rilevanti anche le astensioni, e lascia decidere il referendum da elementi estrinseci al referendum ed estranei alla volontà degli elettori in esso manifestatasi” (Brunelli, 2001). In situazioni di progressivo allontanamento dei cittadini dalla politica e dalle consultazioni popolari, è invece auspicabile l’abbassamento del quorum, che favorirebbe la partecipazione e il confronto più genuino tra le forze politiche sui quesiti referendari (Brunelli, 2001).

Nei referendum italiani recenti, l’astensione è stata spesso legata anche alla natura dei quesiti, ritenuti rilevanti solo per gruppi limitati di cittadini. Al contrario, quando i temi toccavano questioni di interesse generale (come il divorzio nel 1974, l’aborto nel 1981 o la scala mobile nel 1985), l'affluenza ha superato il 79% (Pesole, 2019).

Dagli anni Novanta è diventata prassi per i partiti contrari ai referendum invitare all’astensione, piuttosto che a votare ‘No’. Emblematico fu il caso del 1991, quando Bettino Craxi disse agli elettori: «Andate al mare», in occasione dei referendum sulla legge elettorale. Chi è contrario a un referendum può infatti contare sulla quota di elettori che, per disinteresse o sfiducia, normalmente non partecipa.

Negli ultimi anni l’astensionismo è aumentato, segno della crescente disaffezione verso la politica: alle elezioni europee del 2024 ha votato solo il 48% degli aventi diritto, alle politiche del 2022 il 64%, i valori più bassi mai registrati. Storicamente, l’affluenza ai referendum è sempre inferiore rispetto a quella delle elezioni politiche o europee precedenti (Pagella Politica, 2025).

Il referendum è spesso percepito come un giudizio sull’operato del Governo, più che sul merito della riforma votata. È quanto avvenne nel 2016 (riguardante la riforma costituzionale Renzi-Boschi) con il referendum costituzionale promosso dall’allora Primo Ministro Matteo Renzi, il cui esito negativo portò alle sue dimissioni. Questa dinamica si ripropone oggi con la propaganda del governo guidato da Giorgia Meloni, sostenuta anche da Ignazio La Russa oltreché dai loro seguaci, che invitano esplicitamente all’astensione.

Oggi Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia – contrari ai referendum – raccolgono complessivamente quasi il 50% dei consensi, una percentuale stabile da oltre due anni e superiore a quella ottenuta alle elezioni politiche del 2022. Le opposizioni, secondo i sondaggi, non riescono a colmare questo divario (Pagella Politica, 2025).

Per comprendere meglio il fenomeno, è importante sottolineare che l’aumento dell’astensionismo si accompagna a una crescente mobilità dell’elettorato italiano. Questo si manifesta nell’instabilità e volatilità del voto, nella crisi dell’identificazione con i partiti tradizionali e con l'emergere di movimenti locali o di protesta. I cittadini risultano quindi più incerti e meno fedeli perché i partiti hanno progressivamente perso la capacità di radicarsi nella società.

Più difficile spiegarne le ragioni. Da un lato, si parla di astensionismo da apatia, cioè da distanza fra l’elettore e l’offerta politica, questo tipo di astensionismo «ha le sue radici nella posizione di marginalità che la politica occupa nell’orizzonte psicologico di molti elettori delle moderne democrazie di massa come testimoniano numerose e ben documentate ricerche» (Sani, 2000, 842). Dall’altro lato, si parla di astensionismo di protesta, come espressione attiva di una insoddisfazione dell’elettore, che esprime «un consenso esplicitamente negato, una dimostrazione di sfiducia e in molti casi di aperta ostilità verso la sfera della politica e, in particolar modo, nei confronti della classe politica» (Sani, 2000, 844). Con un fatto, che le ricerche empiriche mostrano che nell’elettorato astensionista l’apatia è certamente prevalente rispetto alla protesta (Cerruto,2012).

L’astensione è un comportamento legittimo, ma non può essere considerata un vero e proprio diritto, nemmeno in caso di referendum. Interpretare il quorum previsto dall’articolo 75 della Costituzione come riconoscimento di un "diritto all’astensione" significa fraintendere il senso della norma. Il quorum serve infatti a garantire che l’abrogazione di una legge sia decisa da una parte significativa del corpo elettorale, evitando che una minoranza esigua possa cancellare decisioni prese dal Parlamento. La sua funzione è quindi quella di scoraggiare l’astensione, non di promuoverla. Perciò, pur essendo una scelta lecita, l’astensione non costituisce l’esercizio di un diritto (Demofonti, 2022).

  1. Dal Jobs Act al Referendum 2025: riforma del lavoro, crisi economica e disaffezione politica

La crisi finanziaria ha colpito duramente l’economia italiana: tra il 2006 e il 2014 il tasso di disoccupazione è raddoppiato (dal 6,7% al 12,7%), il PIL è calato del 7,1% e la capacità produttiva è diminuita del 25% (Fana, Guarascio, Cirillo, 2016). Per far fronte a questa situazione, il governo Renzi ha puntato, ancora una volta, sulla liberalizzazione del mercato del lavoro, approvando tra il 2014 e il 2015 una serie di riforme conosciute come “Jobs Act”, con l'obiettivo dichiarato di ridurre la disoccupazione.

Renzi promosse il progetto del Jobs Act come una delle riforme necessarie per “rilanciare il paese” (“Jobs act, favorevole o contrario”, 2017) e riuscì sin da subito a spostare l’attenzione di molti sull’argomento. Inoltre, in quel periodo, il problema della disoccupazione era al centro del dibattito pubblico. La riforma era appoggiata dall’Unione Europea. Infatti, nel settembre del 2014, prima dell’approvazione, il presidente della BCE Mario Draghi dichiarò che la riforma non poteva più essere rimandata. Così come la BCE, anche la Commissione Europea si era dimostrata a favore della riforma, dichiarando che la disoccupazione giovanile era una priorità e che il Jobs Act poteva essere la soluzione. La più grande opposizione venne dalla CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), uno dei sindacati maggiormente attivi in Italia.

Una delle principali novità è stata l’introduzione del “contratto a tutele crescenti” (D.Lgs. 23/2015), applicabile ai nuovi assunti dal 7 marzo 2015. Questa misura ha modificato le tutele in caso di licenziamento illegittimo: la reintegrazione è prevista solo per licenziamenti discriminatori o nulli (ad esempio durante la maternità o per motivi sindacali). Negli altri casi si applica un’indennità economica crescente con l’anzianità di servizio, escludendo la possibilità di reintegro anche nei licenziamenti economici, per i quali il rapporto di lavoro si considera definitivamente estinto (Ferrari, 2019).

Il Jobs Act ha inoltre liberalizzato l’uso dei contratti a termine (D.Lgs. 34/2014): nelle imprese fino a 5 dipendenti è sempre possibile assumere con contratti a termine; nelle aziende più grandi, il limite massimo è fissato al 20% della forza lavoro, con sanzioni pecuniarie in caso di superamento. La riforma ha eliminato l’obbligo di giustificare l’uso del contratto a termine (causalità), rendendo questo strumento più flessibile per le imprese ma meno tutelante per i lavoratori, ampliando così la distanza tra lavoro stabile e precario (Caputo, 2014).

Il Jobs Act è stata una delle riforme più criticate e dibattute. C’è chi sostiene l’incostituzionalità e chi dice che non avrebbe apportato alcun miglioramento nel mercato del lavoro. Nel corso del 2015, si sono viste tante trasformazioni contrattuali e assunzioni a tempo indeterminato. Un numero così alto non si vedeva da prima della crisi del 2008. In base ai dati del ministero del lavoro vennero attivati quasi 2,9 milioni di contratti in tutto l’anno e circa 2,2 milioni dall’avvio del contratto a tutele crescenti. Le cessazioni dei rapporti di lavoro sono rimaste in linea con il 2014, dunque, il numero netto di contratti a tempo indeterminato arrivò a quasi 800 mila (Barbieri, 2018). La maggior parte di questi effetti furono creati dall’esonero contributivo, infatti, già nel 2016, quando gli incentivi vennero ridimensionati, si vide una diminuzione dei contratti. Nel 2017 si ritornò sotto al livello del 2014, con poco più di 1,9 milioni di contratti a tempo indeterminato e saldi complessivamente negativi per 62 mila contratti. La tipologia contrattuale che aumentò veramente, e non solo grazie agli incentivi, a causa del Jobs Act fu il contratto a tempo determinato, che la riforma aveva ulteriormente liberalizzato (Ferrari, 2019).

Con il referendum proposto nel 2025, si chiede l’abrogazione del D.Lgs. 4 marzo 2015, n. 23, relativo al contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti (scheda verde), introdotto dal Jobs Act per le aziende con più di 15 dipendenti e per i lavoratori assunti dal 2015. Con il SÌ si ripristina il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, come previsto dall'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, superando il limite attuale di 6 mensilità di risarcimento anche in caso di licenziamento privo di giustificato motivo. Per le piccole imprese (fino a 15 dipendenti, circa 3,7 milioni di lavoratori), resta esclusa la possibilità di reintegro, ma verrebbe eliminato il tetto massimo al risarcimento, affidando al giudice la decisione sull'indennizzo adeguato (scheda arancione).

Si propone, inoltre, di abrogare alcune parti del D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 81 (scheda grigia), per reintrodurre l’obbligo di indicare una causale anche per i contratti a termine di durata inferiore a 12 mesi. Oggi la causale è richiesta solo per contratti tra i 12 e i 24 mesi. Inoltre, verrebbero eliminate le deroghe che consentono proroghe e rinnovi più flessibili.

Infine, si propone di abrogare la norma che esclude la responsabilità solidale del committente per gli infortuni sul lavoro (scheda rosa) legati a rischi specifici dell’appaltatore o subappaltatore. Con il SÌ, il committente diventerebbe corresponsabile anche di questi rischi, estendendo così le tutele per la sicurezza dei lavoratori.

Benché il referendum avesse l’intento di migliorare la situazione e cambiare finalmente la dibattuta legge, l’esito fu fallimentare, cosa che molti avevano già previsto. La partecipazione al referendum ha visto una presenza esigua dei votanti. Oltreché colpiti da una forte apatia e disinteresse, questo è dovuto anche ad un forte livello di disinformazione. Come riportato dall’analisi e dalle interviste condotte da Ipsos (2025), pubblicate sul Corriere della Sera, il 62% della popolazione era consapevole dell'imminente consultazione referendaria. Tuttavia, una quota pari al 32% non ne era ancora a conoscenza, mentre una piccola minoranza (6%) credeva che prossimamente non ci fosse alcun referendum. Tra questi solo il 43% aveva previsto di andare a votare e dunque non rappresentando la soglia minima del 50% +1 (quorum).

Dalle interviste emerge, inoltre, che le risposte degli intervistati (votanti) sono fortemente influenzati dal loro orientamento politico. Come riportato nella sezione precedente, si nota che benché il referendum rappresenti una votazione sulla modifica di importanti provvedimenti, e dunque non concerne le elezioni politiche, la decisione dei votanti è influenzata dal loro orientamento politico: gli elettori dei partiti di opposizione, in particolare del PD e del Movimento 5 Stelle, tendono a dare maggior peso a questi quesiti rispetto agli elettori delle forze di governo. Come osservato, per l'importanza dei cinque quesiti dei referendum 2025, anche nelle stime di partecipazione si nota una maggiore mobilitazione tra gli elettori del PD e del Movimento 5 Stelle, mentre tendono ad essere più basse (anche se non drasticamente) tra gli elettori delle forze di governo. È, inoltre, possibile notare che, mentre sui temi del lavoro il SÌ è maggioritario tra gli elettori di tutte le forze politiche, emerge una netta divisione sul quesito della cittadinanza: gli elettori di centrodestra tendono a preferire il NO, mentre quelli di centrosinistra propendono per il SÌ (Ipsos,2025).

Dalle analisi pubblicate a proposito del presente referendum e dagli anni precedenti, il fallimento del non raggiungimento del quorum è dovuto principalmente alla disaffezione e disinteresse della politica da parte dei cittadini. Una ricerca di Kriesi ha dimostrato, in Svizzera, che “la conoscenza della questione su cui si vota, congiuntamente ad un interesse generale per la politica, sono di gran lunga i fattori più importanti per la partecipazione ai referendum” (Verhulst e Nijeboer, 2010) e che la motivazione principale per la quale i cittadini non partecipano alle consultazioni referendarie è di non avere una sufficiente conoscenza dei temi in questione ((Verhulst e Nijeboer, 2010). Si nota, infatti, che la questione della politica è divenuta ormai un argomento privilegiato della classe di élite italiana, ovvero di dirigenti, imprenditori e liberi professionisti (Pagella Politica, 2025). Per quanto riguarda l’età, come mostrano i dati Istat aggiornati nel 2023 sono le persone più anziane quelle che parlano di più di politica, ossia almeno una volta a settimana o tutti i giorni. Basti pensare che solo un quarto delle persone tra i 20 e i 24 anni ha la politica tra gli argomenti di conversazione quotidiana o quasi, mentre tra i 60 e i 74 anni la percentuale sale a circa il 38% (Pagella Politica, 2025).

Questi dati, uniti alla crescente complessità del panorama partitico italiano, contribuiscono ad alimentare l’allontanamento dei cittadini dalla partecipazione politica, e all’aumento di isolazionismo e di superficialità. Viene meno così il concetto di res publica, che gli Antichi Greci avevano idealizzato come miglior forma di Stato.

  1. Il quesito sulla cittadinanza: tra integrazione e identità nazionale

Il referendum dell’8-9 giugno 2025 ha avuto un impatto significativo sul dibattito relativo alle politiche di inclusione e integrazione nel contesto italiano, sollevando le delicate questioni di migrazione e identità nazionale. La consultazione è nata da una mobilitazione popolare che ha raccolto seicentotrentamila adesioni con l’obiettivo di modificare la legge vigente sulla cittadinanza italiana (ItaliaOggi, 2025).

La proposta mirava ad una modifica sostanziale dell’articolo 9 della legge n. 91 del 5 febbraio 1992, proponendo la riduzione da dieci a cinque anni del periodo di residenza legale in Italia richiesto agli stranieri extracomunitari maggiorenni per poter presentare la domanda di cittadinanza italiana (Ministero dell'Interno, 2025). Questa modifica avrebbe ripristinato la normativa precedente al 1992, che prevedeva un periodo di residenza di cinque anni, e avrebbe reso validi i requisiti anche per i figli minorenni dei richiedenti. È importante notare che la modifica avrebbe riguardato unicamente la condizione riguardo il tempo di residenza, lasciando invariati i requisiti di conoscenza della lingua italiana, reddito adeguato, regolarità fiscale, assenza precedenti penali e assenza di condizioni che possano minacciare la sicurezza dello Stato. Inoltre, la procedura per l’ottenimento della cittadinanza avrebbe continuato a richiedere circa altri tre anni dopo la presentazione della domanda. Di conseguenza, anche in caso di dimezzamento del tempo di residenza, l'acquisizione della cittadinanza avrebbe richiesto almeno sette anni totali (ItaliaOggi, 2025).

L’ordinamento italiano in materia di cittadinanza è storicamente fondato sul principio dello ius sanguinis, ovvero l’acquisizione della cittadinanza italiana per discendenza a prescindere dal luogo di nascita (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, 2025). La legge n. 91 del 1992 prevede la possibilità di acquisire la cittadinanza per naturalizzazione, stabilendo un periodo di residenza legale in Italia di almeno dieci anni per i cittadini extracomunitari (Gazzetta Ufficiale, 1992). Questo requisito di tempo è tra i più lunghi in Europa (Atlanteguerre, 2025). Il referendum ha di fatto messo in discussione lo ius sanguinis, sollevando dubbi sull’adeguatezza di un modello fondato su legami di sangue e radici storiche di fronte alle esigenze di una società sempre più multietnica.

La campagna referendaria ha riacceso il dibattito tra diverse posizioni sociali e politiche. Il quinto quesito si proponeva – per i sostenitori del SÌ – di promuovere l’inclusione e l’accesso ai diritti da parte di extracomunitari che vivono da anni in Italia e sono pienamente integrati nel tessuto sociale e lavorativo del Paese, offrendo loro la possibilità di partecipazione democratica (Ticozzi, 2025).

I promotori del SÌ hanno sostenuto che la riduzione del periodo di residenza avrebbe favorito l’integrazione degli stranieri regolarmente residenti sul territorio italiano, agevolando anche i figli nati in Italia che avrebbero potuto ottenere la cittadinanza dai genitori senza dover aspettare i diciotto anni. Questo avrebbe semplificato l’accesso a varie opportunità come partecipare a viaggi scolastici all’estero, accedere ad alcune professioni, candidarsi a cariche pubbliche ed esercitare il diritto di voto. Inoltre, un aspetto cruciale era l’aspettativa di attenuare le discriminazioni legate al permesso di soggiorno, che spesso rendono più difficile trovare casa e un lavoro stabile (ItaliaOggi, 2025). Un ulteriore argomento a favore era l’allineamento dell’Italia agli standard dell’Unione Europea, dove i tempi di attesa sono generalmente più brevi, con una media di 6,2 anni (Scinetti, 2022).

Al contrario, chi si oppone alla riforma ha espresso preoccupazioni riguardo al rischio di una "cittadinanza facile”, sostenendo che un periodo di residenza di soli cinque anni non garantirebbe una sufficiente integrazione culturale e sociale. Gli oppositori hanno sottolineato che l’attuale legge fosse adeguata, evidenziando come l’Italia sia tra i Paesi europei che concedono più cittadinanze, con circa duecentomila nel 2023. Un altro argomento sollevato è che la cittadinanza, data la sua complessità e sensibilità, dovrebbe essere materia parlamentare e non referendaria (ItaliaOggi, 2025).

Secondo il Centro Studi e Ricerche Idos, gli stranieri extracomunitari che avrebbero potuto beneficiare della riforma sono circa un milione e quattrocentoventimila, di cui un milione e centotrentaseimila adulti e duecentottantaquattromila minori. Questo numero rappresenta oltre un quarto degli stranieri regolarmente residenti in Italia, evidenziano la significativa portata della riforma in termini di inclusione e riconoscimento.

La campagna referendaria ha evidenziato una netta divisione nel panorama politico italiano. La maggioranza di governo ha invitato all’astensione, mentre le forze di opposizione si sono schierate in gran parte a favore del SÌ. In particolare, i partiti favorevoli all'abrogazione della norma includevano il Partito democratico, Alleanza Verdi-Sinistra, +Europa, Italia Viva e Azione, mentre il Movimento 5 Stelle ha lasciato libertà di voto (ItaliaOggi, 2025). Il sostegno al referendum è stato inoltre promosso da numerose Organizzazioni Non Governative e associazioni impegnate per i diritti umani, la giustizia sociale e l'integrazione come ActionAid, Caritas e Oxfam (Referendum Cittadinanza, 2025).

Tra i partiti a favore del mantenimento della norma si sono schierati Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati e Unione di Centro (ItaliaOggi, 2025). I partiti della coalizione di centro-destra si sono opposti ai referendum e hanno invitato gli elettori a non recarsi alle urne, un appello che ha suscitato forti critiche da parte delle opposizioni e dei promotori dei referendum (Pagella Politica, 2025).

Matteo Piantedosi ha definito la materia “molto importante e molto complessa”, sottolineando la necessità da parte delle forze politiche di presa di responsabilità. Il Ministro dell’Interno ha inoltre indicato la sua personale intenzione di votare per il No, pur non avendo poi partecipato al voto. Forza Italia ha proposto un'alternativa, suggerendo la concessione della cittadinanza dopo dieci anni di percorso scolastico anziché di residenza (Sky TG24, 2025).

Il referendum non ha raggiunto il quorum, lasciando invariata la normativa vigente. Tra chi ha votato, la percentuale dei Sì sul quesito cittadinanza è stata del 65%, inferiore rispetto alla percentuale sul lavoro che è stata superiore all’80%. Questo dato suggerisce una maggiore divisione sull’argomento cittadinanza rispetto agli altri temi referendari. La bassa affluenza, in particolare per il quesito sulla cittadinanza, è stata interpretata come il risultato della strategia politica dei partiti al governo, rafforzata anche da sentimenti di insicurezza, paura e pregiudizi sull’immigrazione. Riccardo Maggi, leader di Più Europa, ha attribuito i risultati del referendum alla scarsa informazione sul tema, in particolare assente dal dibattito televisivo (Camilli, 2025).

La scarsa partecipazione è stata influenzata inoltre da dinamiche politiche e sociali. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, i tre principali partiti contrari al referendum, godono di un sostegno stabile – quasi il 50% degli elettori – da oltre due anni. Inoltre, il superamento del quorum è diventato sempre più difficile a causa di un crescente disinteresse per la politica da parte dei cittadini (Ruffino, 2025).



  1. Dopo il referendum

Alla luce di quanto emerso, è inevitabile interrogarsi anche sulle responsabilità politiche legate all'esito del referendum. Il mancato raggiungimento del quorum non è solo il risultato di scarsa partecipazione, ma anche il segnale di una più ampia crisi degli strumenti di democrazia diretta, che da anni scontano un disallineamento con la realtà sociale ed elettorale del Paese.

In questo senso, non si può ignorare come la persistenza di una normativa referendaria immutata da oltre cinquant’anni rappresenti una delle principali occasioni mancate: un segnale di inerzia istituzionale che riguarda soprattutto le forze politiche, le quali, pur avendo denunciato a più riprese i limiti del sistema, non hanno promosso riforme concrete quando ne avevano la possibilità. Rivedere il funzionamento del referendum abrogativo, alla luce della diminuzione strutturale dell’affluenza, appare oggi come una necessità non più rinviabile per restituire efficacia e legittimità a uno degli strumenti fondamentali della partecipazione democratica (Balduzzi, 2025).

La mancata approvazione del referendum, dovuta a una bassa affluenza influenzata da strategie politiche e da sentimenti di insicurezza verso l’immigrazione, ha lasciato intatto il quadro normativo attuale, che rimarrà in vigore per almeno cinque anni come previsto dall’articolo 38 della Legge 352/1970. Questo vincolo temporale rappresenta una pausa forzata che impone una riflessione più profonda sulle modalità con cui affrontare temi così delicati, non solo attraverso strumenti referendari ma anche mediante un dialogo politico e culturale che sappia superare divisioni e pregiudizi (Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 1970).

Ma il voto ha anche mostrato un’altra faccia: quella di una partecipazione che, pur non sufficiente a raggiungere il quorum, ha mobilitato quasi 15 milioni di cittadini in un contesto segnato dal silenzio mediatico, da un clima istituzionale ostile e dalla bocciatura, con motivazioni politiche trasversali, di altri quesiti rilevanti come quello sull’autonomia differenziata. In questo quadro, il merito della CGIL è stato quello di cogliere con lucidità il legame profondo tra due istanze fondamentali: la centralità del lavoro dignitoso e la partecipazione democratica, in un’epoca segnata da crescente disillusione e disimpegno. Il referendum va quindi interpretato anche come una tappa significativa nell’azione sindacale della CGIL, che ne ha assunto un ruolo di promotore attivo e centrale. Il sostegno convinto di giovani e donne, tra i più colpiti dalle trasformazioni del mercato del lavoro e dalle politiche di esclusione sociale, rappresenta un segnale importante: nonostante la sconfitta sul piano formale, la posta in gioco resta alta, e la spinta al cambiamento è tutt’altro che esaurita (Ranieri, Sinopoli, 2025).

In definitiva, più che valutare le implicazioni politiche future del voto, il sindacato è oggi chiamato a una riflessione strategica sul proprio ruolo per essere davvero all’altezza delle sfide poste da un mondo del lavoro sempre più frammentato e diseguale. Riuscire a rappresentare in modo unitario tale complessità significherebbe non solo rafforzare il proprio ruolo sociale, ma anche contribuire in modo sostanziale al rilancio di una sinistra politica credibile. Perché ogni processo di trasformazione politica autentica passa, inevitabilmente, dal superamento dell’isolamento, della precarietà e dell’individualismo che oggi caratterizzano ampie fasce della società (Ranieri, Sinopoli, 2025).

In prospettiva, il futuro delle politiche di cittadinanza in Italia dovrà necessariamente confrontarsi con la realtà di una società multietnica e dinamica, cercando nuovi equilibri tra tutela dell’identità nazionale e riconoscimento di diritti fondamentali per tutti i residenti. Solo attraverso un approccio integrato, che coinvolga istituzioni, associazioni civiche e cittadinanza attiva, sarà possibile costruire una convivenza più inclusiva e democratica, capace di valorizzare la pluralità senza perdere di vista le radici comuni.



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