Gaza: cosa (non) è cambiato ad un mese dall’accordo di cessate il fuoco

È passato più di un mese dall’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, che ha previsto lo scambio di ostaggi, il ritiro delle truppe israeliane da diverse zone della Striscia e l’ingresso di aiuti umanitari. Ma il fuoco non è propriamente cessato.

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  Emma Zurru
  18 November 2025
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Il piano Trump proposto a fine settembre ed entrato in vigore il 10 ottobre è ora in azione da cinque settimane, ma fin dall’inizio della “fase uno” la definizione di questo come cessate il fuoco è stata messa in discussione: Israele non ha mai smesso del tutto di bombardare la Striscia, causando fino ad ora – secondo i dati del Media Office di Gaza – l’uccisione di 242 persone e il ferimento di 622. Un’analisi di Al Jazeera denuncia che, all’11 novembre, i giorni senza attacchi su Gaza sono stati solo sei.

Dal 10 ottobre l’esercito si è ritirato dietro alla cosiddetta yellow line, la “linea gialla” che divide la Striscia in due parti, una a occidente dove i palestinesi possono stare, e l’altra, cioè il restante 53% del territorio, posta sotto il controllo israeliano. Questa linea di demarcazione era prevista dall’accordo e l’area controllata dall’IDF dovrebbe essere liberata nelle fasi successive, ma sulle modalità e sulle tempistiche non c’è ancora accordo; inoltre, un’inchiesta della BBCdenuncia con immagini satellitari che la linea sarebbe spostata più in profondità del previsto, occupando il 58% del territorio invece del 53% (stima di Al Jazeera). Dalla stessa inchiesta, è emerso che dal giorno del cessate il fuoco l’IDF ha distrutto più di 1500 palazzi nelle aree di Gaza sotto il suo controllo, pare tramite demolizioni; il numero di palazzi demoliti potrebbe essere più alto, poiché non tutte le aree sono state coperte dall’inchiesta.

L’esercito è appostato dietro la linea e spara ai civili che vi si avvicinino. Il 14 ottobre ha ucciso cinque palestinesi dopo aver provato ad allontanarli, afferma l’IDF. Il 18 invece un carro armato ha attaccato un autobus, uccidendo le undici persone che vi viaggiavano; secondo l’esercito, si trattava di un veicolo sospetto che, nonostante gli spari di avvertimento, si avvicinava alle truppe, creando una minaccia per loro. Secondo la protezione civile palestinese invece si trattava di una famiglia che viaggiava verso nord per ritrovare la propria casa.

I due giorni più mortali sono stati il 19 e il 29 ottobre (che avrebbero visto rispettivamente 45 e 109 vittime), giorni in cui il ministro israeliano Netanyahu ha ordinato “potenti attacchi” a Gaza City, in risposta alla morte di tre soldati dell’IDF, di cui lo stato ebraico ha accusato Hamas. Il gruppo ha negato la responsabilità, affermando che le morti sono avvenute in una zona ancora fortemente controllata dalle truppe israeliane.

Israele accusa Hamas anche di un’altra violazione del cessate il fuoco: starebbe ostacolando la restituzione degli ultimi corpi di ostaggi israeliani morti nella striscia (sono ancora tre), con accuse di manomissione o la falsificazione dei luoghi di ritrovamento dei resti. Israele avrebbe una ripresa dello staging, ma la Croce Rossa palestinese lo smentisce, e per i giornali esteri non c’è stato ancora modo di verificare l’accaduto.

Al contempo, sono stati fatti entrare gli aiuti umanitari, ma in misura minore rispetto a quelli previsti e con resistenza da parte delle autorità israeliane. Una settimana fa l’organo delle Nazioni Unite OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) ha pubblicato un report sulla distribuzione degli aiuti:

  • Si è consegnato cibo a più di 1 milione di persone
  • Gli ospedali stanno trattando più pazienti possibile
  • La distribuzione dell’acqua è stata ristabilita
  • Si sono distribuiti dispositivi per l’inverno
  • È stato fornito supporto psicologico

Tuttavia, lo stesso report afferma che gli operatori affrontano ostacoli e insicurezza anche per se stessi, parlando di “situazione fragile e continui impedimenti sul campo”.

Intanto, in questi giorni arrivano da Gaza immagini e video delle fortissime piogge che la stanno colpendo, inondando le tende e rendendo difficilissima la situazione, che non migliorerà con l’inoltrarsi della stagione invernale. La condizione di vita delle persone sfollate è insostenibile, le testimonianze parlano della mancanza di tende adatte a resistere alle piogge e altri dispositivi per i rifugi. Sabato, Philippe Lazzarini dell’UNRWA ha affermato che a Gaza c’è freddo e pioggia, le persone sfollate affrontano un inverno rigido senza gli strumenti per proteggersi. Ha aggiunto che le tende attuali si allagano velocemente, e c’è urgente bisogno di forniture di emergenza per i rifugi, di vestiti e scarpe invernali.

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Emma Zurru

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Palestina Israele IDF cessate il fuoco