Il secolo americano è davvero finito?

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  Redazione
  03 March 2026
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A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS

In questi anni così controversi, una delle domande più importanti è se stiamo assistendo alla fine di un'epoca nella quale gli Stati Uniti sono emersi come la potenza dominante rispetto al resto del mondo. In termini storici e geopolitici, la prima constatazione è che la guerra fredda si è conclusa senza che sia accaduta alcuna catastrofe nucleare incombente sulla nostra società. Tuttavia è stata sostituita da un lungo periodo di instabilità in politica internazionale allorquando gli Stati Uniti sono diventati l'unica superpotenza incontestata ed operativa nel mondo.

Questo stesso momento unipolare è stato presto sostituito dai timori del mai sopito terrorismo transnazionale e delle innovative guerre informatiche.

La nuova guerra fredda

Gli analisti oggi parlano di una “nuova” guerra fredda caratterizzata da una Cina Popolare in vistosa ascesa economica e dalla paura di un'escalation nucleare seguita all'invasione dell'Ucraina da parte della Federazione Russa. Insomma, le nostre mappe mentali del mondo sono necessariamente cambiate radicalmente nel corso del tempo.

Per ben otto decenni, abbiamo vissuto in quello che è stato battezzato come "il secolo americano". Nel diciannovesimo secolo, l'equilibrio globale del potere era incentrato sull'Europa, che inviava i suoi tentacoli imperiali in tutto il mondo. Gli Stati Uniti crescevano ma da attore secondario con un esercito non molto più grande di quello dell’odierna Repubblica del Cile. All'inizio del ventesimo secolo, gli Stati Uniti divennero la più grande potenza industriale del mondo e rappresentavano poco più di un quarto dell'economia mondiale (come accade ancora oggi).

Quando il presidente statunitense, Woodrow Wilson, di allora decise di inviare due milioni di truppe in Europa nel 1917, gli Stati Uniti fecero pendere irreversibilmente verso gli alleati la bilancia nella Prima guerra mondiale. Ma in seguito, gli Stati Uniti tornarono alla normalità e, negli anni '30, divennero fortemente isolazionisti.

È più corretto datare il secolo americano all'entrata in guerra del presidente statunitense Franklin Roosevelt nel 1941.

Fu in quel contesto, per resistere all'isolazionismo e sollecitare la partecipazione alla guerra, che venne coniato il famoso termine dell’ “impero americano”.

È più preciso e corretto pensare a tale secolo americano come al periodo meramente successivo alla Seconda guerra mondiale, ma, durante il quale, nel bene e nel male, gli Stati Uniti sono stati la potenza preminente negli affari globali.

C'è un motivo per essere pessimisti, visto che gli americani sono sopravvissuti a periodi ben peggiori come negli anni 1890, 1930 e 1960?

Gli Stati Uniti rimangono la potenza militare più forte del mondo, nonché la più grande economia, ma dagli anni 2010 la Cina è diventata un concorrente economico divenuto quasi alla pari, e gran parte degli USA hanno reagito negativamente ai riflessi negativi causati dalla globalizzazione.

Quindi, la seconda domanda è: che tipo di mondo stiamo lasciando alla generazione dei nostri discendenti ?

Secondo alcuni intellettuali e analisti, il primato americano in questo secolo non assomiglierà a quello del ventesimo secolo: il pericolo più grande che gli americani e l’intero Occidente dovranno affrontare non è che la Cina li superi, ma che la diffusione del potere possa produrre entropia in politica estera, capace di tradursi nell'incapacità reale di fare qualcosa di positivo.

La Cina è un concorrente enorme con non poche debolezze ma anche con grandi punti di forza. Nel valutare l'equilibrio generale del potere, gli Stati Uniti hanno almeno cinque vantaggi, tutti a lunga scadenza.

Uno è la geografia. Gli Stati Uniti sono circondati da due oceani (Atlantico e Pacifico) e da due vicini amichevoli (Canada e Messico), mentre la Cina condivide un confine con altri quattordici paesi ed è pienamente coinvolta in importanti e talvolta conflittuali dispute territoriali con diversi di essi.

Due. Gli Stati Uniti hanno anche un vantaggio di natura energetica, mentre la Cina dipende dalle importazioni di energia.

Tre. Gli Stati Uniti derivano un grande potere dalle proprie grandi e ricche istituzioni finanziarie transnazionali e dal ruolo internazionale nei finanziamenti rappresentati dall'utilizzo costante del dollaro nelle transazioni internazionali: si sa che una valuta di riserva è credibile quando dipende dalla sua libera e proficua convertibilità, così come da mercati di capitali profondi e dalla condizione e rispetto dello stato di diritto, dei quali però la Cina è notoriamente priva.

Quattro. Gli Stati Uniti hanno anche un vantaggio demografico relativo in quanto unico grande paese sviluppato che si prevede attualmente che manterrà il suo terzo posto nella classifica della popolazione mondiale. Inoltre, sette delle quindici maggiori economie mondiali avranno una forza lavoro in calo nel prossimo decennio, ma si prevede che la forza lavoro statunitense aumenterà, mentre quella cinese ha raggiunto il picco (poi in discesa) nel lontano 2014.

Infine, gli Stati Uniti sono stati in prima linea in importanti nuove tecnologie (bio, nano e tecno informazione). La Cina, ovviamente, sta investendo molto in ricerca e sviluppo e ottiene buoni risultati nel numero di brevetti internazionali, ma, utilizzando i suoi stessi parametri, le sue università di ricerca sono ancora sensibilmente distanti da quelle statunitensi e/o europee.

Tutto sommato, gli Stati Uniti hanno la mano più forte in questa competizione tra grandi potenze. Ma se gli americani soccombono all'isteria (spesso apodittica) verso l'ascesa della Cina o alla compiacenza per il suo "picco", potrebbero giocare male le loro carte. Scartare occasioni di alta valenza, tra cui forti alleanze e influenza nelle istituzioni internazionali, sarebbe un grave errore: la Cina non è una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti, a meno che i leader americani non la rendano tale inciampando in una guerra importante. Ergo, l'analogia storica che preoccupa maggiormente è semmai quella con il 1914, non il 1941.

La preoccupazione maggiore riguarda il cambiamento al suo interno e che cosa potrebbe fare al "soft power" degli Stati Uniti (un concetto inventato nel 1990 per descrivere la capacità di ottenere ciò che si desidera attraverso l'attrazione pacifica piuttosto che con la coercizione in politica interna ed estera. Anche se il suo potere esterno rimane dominante, un paese può perdere comunque la sua virtù al suo interno e l'attrattiva per gli altri paesi.

L'impero romano, ad esempio, durò a lungo anche dopo aver perso la sua forma di governo repubblicana.

La polarizzazione politica è un problema e la vita civica interna alla Cina sta diventando sempre più complessa: la tecnologia sta creando un'enorme gamma di opportunità e di rischi che i posteri dovranno affrontare mentre affrontano le tecnologie più evolute come l' “Internet delle cose”, l'intelligenza artificiale, i big data, l'apprendimento automatico, i deep fake e i bot generativi, per citarne solo alcuni. E sfide ancora più grandi arrivano dai settori della biotecnologia, per non parlare della gestione del cambiamento climatico globale.

Alcuni storici hanno paragonato il flusso di idee e connessioni odierno agli eventi tumultuosi del Rinascimento e della Riforma di cinque secoli fa, ma su scala molto più ampia. E quelle epoche furono seguite dalla sanguinosissima “Guerra dei Trent'anni”, che uccise un terzo della popolazione (solo) della Germania.

Oggi, il mondo è più ricco e rischioso che mai !

A volte gli esperti si chiedono se dover essere più ottimisti o direttamente pessimisti sul futuro degli Stati Uniti. Anche se molti di essi si dichiarano moderatamente ottimisti.

Gli USA hanno molti problemi: polarizzazione, disuguaglianza, perdita di fiducia, sparatorie di massa, morti per disperazione dovute a droga e suicidio, solo per citarne alcuni che fanno più notizia. C'è un motivo per non essere pessimisti: gli americani sono sopravvissuti a periodi peggiori negli anni 1890, 1930 e 1960. Insomma, nonostante tutti i suoi difetti, gli Stati Uniti rimangono una società fortemente innovativa in tutti i campi dell’odierno know-how e resiliente in tutti i campi. E che, in passato, ha dimostrato di essere pienamente in grado di ricreare e reinventarsi virtuosamente.

Forse la Generazione Z può farlo di nuovo? Forse sì.

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