Durante lo scorso Summit sull’energia nucleare, tenutosi a Parigi lo scorso 10 marzo, la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha affermato che la riduzione della produzione di energia nucleare è stato un “errore strategico”, che i paesi europei stanno scontando in maniera crescente a partire dalla crisi del gas russo prima, e ancora di più con la crisi energetica scatenata dalla chiusura dello stretto di Hormuz e dalla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran.
A soli tre giorni dallo scoppio del conflitto, nei mercati europei i prezzi del petrolio erano saliti già dell’ 8%, mentre quelli del gas sono più che raddoppiati, con aumenti fino al 60%; per i Paesi dell’Unione Europea, la chiusura dello stretto di Hormuz ha infatti avuto un impatto aggravato dal fatto che le scorte di gas europeo erano solo al 36% della capacità totale già ad inizio del 2026 (un valore tra i più bassi degli ultimi anni), mentre anche il riapprovvigionamento di gas è stato ostacolato dall’aumentata dipendenza dei Paesi UE da importazioni di gas naturale liquefatto proprio dai Paesi del Golfo, i quali hanno colmato l’aumento di domanda seguito alle sanzioni sull’acquisto di gas russo.
L’affermazione della Presidente Von der Leyen avviene quindi in un momento in cui l’UE rischia di dover affrontare una nuova crisi energetica, a soli pochi anni di distanza dall’avvio del piano “Repower EU”, lanciato dalla Commissione Europea nel maggio del 2022 con l’obiettivo di rendere i Paesi UE più indipendenti dal punto di vista energetico, attraverso la riduzione di importazioni di combustibili fossili, l’aumento della produzione interna di rinnovabili e l’introduzione di un sistema di acquisto congiunto di gas per consentire l’acquisto a prezzi più competitivi per tutti i Paesi europei.
I 300 miliardi di euro che la Commissione Europea ha mobilitato attraverso il NextGenerationEU per portare avanti gli obbiettivi energetici europei hanno nel corso di quattro anni di ridurre l’importo di fonti energetiche di circa il 50%, per un valore di circa 30 miliardi di euro , mentre per la prima volta nel 2025, la produzione europea di energia rinnovabile ha superato quella di energia prodotta tramite combustibili fossili, grazie soprattutto agli investimenti in impianti solari ed eolici.
Nonostante i risultati raggiunti, i Paesi europei sono ancora vulnerabili agli shock globali nella produzione di energia, soprattutto a causa dell’alta disparità esistente tra i Paesi europei riguardo la produzione e l’importazione di fonti energetiche, con diversi Paesi europei dipendenti per oltre il 60% da importazioni di energia per soddisfare la domanda interna. Ed è per far fronte alle ancore esistenti carenze ed alle disparità interne che la Commissione Europea sta rivalutando un ritorno al nucleare, che potrebbe essere adottato in ogni Paese europeo indipendentemente dalla disponibilità di risorse naturali rinnovabili.
Già nel 2022, la Commissione Europea ha incluso l’energia nucleare tra le fonti green e sostenibili, nelle quali investire per raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050. Tuttavia, a causa delle posizioni divise dei Paesi europei riguardo l’energia nucleare, sono stati fino ad ora numerosi gli ostacoli agli investimenti europei nel settore, come il crescente numero di Paesi UE che hanno nell’ultimo decennio determinato l’abbandono dell’uso di energia nucleare ( tra cui Germania e Spagna), soprattutto per questioni relative alla sicurezza delle centrali nucleare ed ai possibili impatti ambientali dei rifiuti da esse prodotte.
La frattura interna riguardo al nucleare si è tradotta nella creazione di due blocchi politici contrapposti nell’ambito europeo, quello degli Amici delle Rinnovabili, una coalizione guidata da Austria, Danimarca e Germania, e contraria all’inclusione del nucleare tra le energie rinnovabili e green; e l’Alleanza Nucleare, una coalizione di 14 Paesi, guidata dalla Francia, determinata nel promuovere l’uso di tecnologie nucleari nell’Unione Europea al fine di raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione, pur mantenendo competitività e autonomia energetica nell’UE.
Nell’attuale contesto di crisi, superare la frattura relativa al nucleare e promuovere un approccio comune all’interno dell’Unione Europa potrebbe aprire nuove opportunità per investimenti mirati e orientati nel settore, che potrebbe trarre vantaggio anche tramite sforzi congiunti nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie a livello europeo. Anche in questo ambito, la Commissione Europea ha avviato, lo scorso marzo, una strategia per promuovere l’impiego di Small Modular Reactors, una tecnologia innovativa e più sicura che permetterebbe di rendere più efficiente la costruzione di centrali nucleari attraverso produzione in serie, costi ridotti e maggiore facilità d’impiego.
La crisi energetica che si protrae da quattro anni nell’Unione Europea ha portato ad una rivalutazione generale dei rischi e delle opportunità offerte dall’energia nucleare, aprendo l’opportunità di superare la diffidenza maturata in parte della società europea in seguito agli incidenti di Chernobyl, nel 1986, e di Fukushima, nel 2011, e che hanno contribuito alla progressiva chiusa delle centrali nucleari europee ed al declino del 29% di produzione di energia nucleare nel periodo tra il 2006 ed il 2024.
L’errore strategico accusato dalla Von der Leyen si riferisce proprio a questo ultimo aspetto: avere progressivamente abbandonato il nucleare senza che le energie rinnovabili fossero ancora in grado di garantire, da sole, sicurezza energetica e stabilità dei prezzi in un contesto internazionale sempre più instabile. In questo scenario, il nucleare torna ad essere percepito non soltanto come uno strumento di transizione energetica, ma come un elemento centrale per rafforzare l’autonomia strategica europea. La vera sfida per l’UE sarà quindi trasformare la crisi energetica in un’occasione per costruire una politica energetica comune più integrata: pur non potendo sostituire lo sviluppo delle energie rinnovabili, esso potrebbe contribuire a garantire continuità produttiva, minore esposizione agli shock geopolitici e maggiore competitività industriale, sostenendo allo stesso tempo gli obiettivi europei di decarbonizzazione.
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