La biodiversità è spesso vista come qualcosa da proteggere ma di solito più come valore etico o estetico. Ma è molto di più, è la riccheza della vita sulla Terra, fatta di piante, animali, microorganismi e degli ecosistemi che li ospitano. Rappresenta di fatto una delle infrastrutture fondamentali su cui si regge la nostra economia. E’ fonte per l’uomo di beni, risorse e servizi che vengono chiamati servizi ecosistemici. La perdita e l’impoverimento della biodiversità ha impatti pesanti sull’economia e sulle società, riducendo la disponibilità di risorse alimentari, energetiche e medicinali.
Non si tratta di salvare le api o le foreste tropicali ma si tratta di salvare noi stessi. Perché senza natura non c’è sviluppo.
Purtroppo, i grandi attori economici spesso trascurano il valore reale della biodiversità, considerandola un bene accessorio e non una risorsa strategica. Spinti da logiche di profitto a breve termine, ignorano che senza la salvaguardia degli ecosistemi naturali, anche le fondamenta su cui poggia l’economia globale, agricoltura, industria, commercio, salute, inizieranno a sgretolarsi. In una visione miope, si difendono interessi economici che, paradossalmente, sono destinati a estinguersi proprio a causa della crisi ecologica che si alimenta della loro stessa indifferenza.
Negli Stati Uniti, la potente acciaieria Cleveland-Cliffs ha recentemente rifiutato un finanziamento pubblico da mezzo miliardo di dollari per produrre acciaio a basse emissioni, dichiarando che il mercato non è ancora pronto a pagare di più per prodotti "green". Nel settore bancario, colossi come Citi e Bank of America si sono sfilati dall’Alleanza per il Net-Zero dell’ONU, preoccupati che impegni troppo vincolanti potessero limitare la loro operatività.
Però i numeri parlano chiaro
Più del 75% delle colture alimentari mondiali dipende da impollinatori come api, farfalle e uccelli, che contribuiscono ogni anno con un valore stimato tra 235 e 577 miliardi di dollari alla produzione agricola globale. Senza di loro, non solo sparirebbero molti alimenti che oggi diamo per scontati, ma i prezzi salirebbero alle stelle.
E c’è di più. Ad oggi oltre il 50% dei farmaci deriva da fonti naturali: antibiotici prodotti da funghi, analgesici estratti da piante, trattamenti antitumorali derivati da organismi marini. Ogni specie persa potrebbe contenere potenziali cure che non conosceremo mai minando quindi la sicurezza sanitaria globale.
Le conseguenze economiche sono enormi
La perdita di ecosistemi funzionali mette a rischio settori chiave come agricoltura, pesca e turismo. Con la diminuzione delle risorse naturali, aumentano i costi di produzione, si riduce la competitività e si perdono milioni di posti di lavoro.
Di conseguenza l’impoverimento naturale limita le possibilità di sviluppo a lungo termine. I paesi che dipendono fortemente da risorse naturali, ad esempio, diventano più vulnerabili a shock economici, carestie e inflazione, soprattutto per l’aumento dei prezzi dei beni alimentari.
Per il settore privato, la perdita di biodiversità comporta rischi crescenti. Le aziende che operano in settori nature-based sono esposte a interruzioni di filiera, instabilità normativa e danni reputazionali. Eppure, nonostante i segnali siano ovunque, i grandi attori economici continuano a voltarsi dall’altra parte.
Troppo spesso la biodiversità viene considerata un lusso. Un dettaglio per ambientalisti. Ma è una risorsa strategica. Senza la natura. Anche l’agricoltura, l’industria, il commercio e la salute inizieranno a sgretolarsi.
Il paradosso è che chi oggi difende interessi economici a breve termine, ignorando la crisi ecologica, sta in realtà minando le basi della propria stessa sopravvivenza.
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L'Autore
Adele Mutti
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