Praga alle urne: l’elezione di Babiš e le sue conseguenze sull’UE

Il miliardario Andrej Babiš torna a guidare la Repubblica Ceca: cofondatore del gruppo politico Patrioti per l’Europa ed al centro di scandali riguardanti l’uso di fondi europei, nel suo secondo mandato come Primo Ministro, Babiš potrebbe cambiare lo schieramento in politica estera di Praga, con conseguenze anche nelle decisioni europee.

  Articoli (Articles)
  Cristel Vinciguerra
  17 October 2025
  5 minutes, 49 seconds

I risultati delle elezioni parlamentari tenutesi il 3 ed il 4 di ottobre in Repubblica Ceca hanno sancito la vittoria, anticipata dai sondaggi elettorali, del partito populista di destra ANO – acronimo in lingua ceca per sì – ed il ritorno dell’imprenditore Andrej Babiš come Primo Ministro, che hanno trionfato con il 35% dei voti, contro il 23% ottenuto dall’alleanza di partiti di centro destra SPOLU, al governo dalle precedenti elezioni tenutesi nel 2021.

La vittoria schiacciante del voto dell’elettorato non si tradurrà però in un governo semplice per il partito di Babiš, che non avendo raggiunto la maggioranza nella Camera dei Deputati, dovrà cercare alleati con cui formare una coalizione di governo: se da una parte l’alleanza uscente ha già dichiarato di non voler collaborare con Babiš, dall’altra il Presidente della Repubblica, Petr Pavel, che dovrà legittimare il governo in ingresso, ha già affermato la sua opposizione a qualsiasi formazione che includa partiti euroscettici o favorevoli all’uscita della Repubblica Ceca dalla NATO, escludendo così i partiti di minoranza che avrebbero potuto governare con ANO.

Sebbene la formazione finale che assumerà il Parlamento ceco in seguito all’insediamento di Babiš sia ancora da determinare, ciò che emerge dai risultati delle elezioni è la riconferma del posizionamento a destra del governo, ed il successo della retorica populista e “pragmaticamente” euroscettica anche in Repubblica Ceca. Il ritorno di Andrej Babiš come Primo Ministro non era affatto scontato: durante il suo primo mandato, iniziato nel 2017, gli scandali legati all’utilizzo poco trasparente di fondi europei e i conflitti di interesse legati all’impero Agrofert - dal valore di sette miliardi di euro e di cui Babiš è proprietario – hanno generato le più grandi proteste popolari della storia recente del Paese, durante le quali i manifestanti hanno richiesto la destituzione del Primo Ministro e maggiore giustizia nei diversi processi che lo hanno riguardato, per cui Babiš sta ancora attendendo un verdetto dall’Alta corte di giustizia di Praga.

Nuovi schieramenti europei

Il programma elettorale che ha portato Babiš alla vittoria non presenta grandi svolte ideologiche nella guida del Paese, mantenendo centrali le questioni sociali ed economiche che più interessano l’elettorato. Le posizioni euroscettiche del nuovo governo riguarderanno soprattutto la questione migratoria ed il Green Deal: l’industria automobilistica contribuisce a quasi il 10% del PIL della Repubblica Ceca, che è uno dei Paesi più competitivi nel settore a livello europeo. La spinta verso la produzione di veicoli elettrici promossa dalla Commissione europea pone un rischio per l’economia ceca, già messa alla prova dalla crescente concorrenza internazionale e dall’aumento delle misure protezionistiche nel commercio a partire dal 2024.

All’interno del Consiglio europeo, Babiš troverà intesa soprattutto con il Presidente slovacco Robert Fico e con il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán per rallentare l’avanzamento delle misure riguardanti la decarbonizzazione. L’intesa sarà rafforzata anche nella guida del Gruppo politico Patrioti per l’Europa , cofondato da Babiš ed Orbán nel 2024, e che detiene ben 86 seggi nel Parlamento Europeo, promuovendo posizioni sovraniste ed euroscettiche, ed al quale hanno aderito anche gli europarlamentari del partito italiano Lega e quelli del Rassemblement National francese.

Con la guida di Babiš, anche la Repubblica Ceca potrebbe passare nel blocco dei paesi contestatori delle decisioni di politica europea, distanziandosi però dall’omologo slovacco e da quello ungherese per quanto riguarda il supporto alla NATO e le sanzioni nei confronti della Russia, non contestate dal nuovo Primo Ministro: in questo modo Babiš potrebbe diventare mediatore tra gli interessi di Brussels e quelli del Gruppo di Visegrad, soprattutto in un momento di crescente disaccordo per quanto riguarda il supporto militare all’Ucraina.

La questione Ucraina

Durante il precedente Governo guidato da Petr Fiala, la Repubblica Ceca è stata fondamentale nel supporto militare all’Ucraina, anche attraverso un programma di acquisto di munizioni nei mercati internazionali che ha permesso al Paese di consegnare all’esercito ucraino più di un milione e mezzo di munizioni di diverso calibro nel corso del 2024, che si sono aggiunti ai grandi investimenti in equipaggiamento militare ed addestramento di truppe ucraine da parte dell’esercito della Repubblica Ceca.

L’iniziativa, finanziata dal Ministero della Difesa, da fondi europei provenienti dallo Strumento europeo per la pace e donazioni private, potrebbe giungere a termine con l’inizio del mandato di Babiš, che la ha definita corrotta e poco trasparente. L’intento del nuovo Primo Ministro è quello di dare la priorità alle necessità economiche interne del Paese. Babiš potrebbe mantenere attivo il meccanismo di approvvigionamento di munizioni delegandolo alla gestione della NATO, ma il messaggio politico di questa decisione resta chiaro: se la fine del progetto potrebbe avere gravi ripercussioni sugli sforzi militari di Kiev, la venuta meno del supporto da parte di uno dei Paesi che maggiormente hanno fornito supporto militare all’Ucraina segna un’inversione di rotta che coinvolge anche altri leader europei, che si sono distanziati dal supporto incondizionato alla difesa dell’Ucraina. La presenza di 380,000 rifugiati ucraini nel Paese ed il loro difficile inserimento nella mercato del lavoro è stata inoltre un’altra delle questioni polarizzanti durante la campagna elettorale, e che certamente hanno contribuito nell’opinione pubblica a ritenere eccessivo il supporto militare offerto all’Ucraina.

Le elezioni in Repubblica Ceca riflettono la frammentazione politica dell’Unione Europea e le divergenze dei Capi di stato europei per quanto riguarda la politica estera. L’avanzata dei movimenti populisti e sovranisti si riconferma con la vittoria di Babiš, che con il suo approccio imprenditoriale e pragmatico potrebbe però rappresentare un canale di mediazione tra Bruxelles ed i Paesi di Visegrad. Se saprà sfruttare questa posizione, la Repubblica Ceca potrà giocare un ruolo chiave nel mediare il dialogo tra le due parti, diventando l’ago della bilancia nei delicati equilibri politici dell’Unione.

Share the post

L'Autore

Cristel Vinciguerra

Tag

Repubblica Ceca Unione Europea elezioni